Previdenza responsabile

di Luisa Leone
Quando in ballo ci sono quasi 200 miliardi di euro di masse gestite, ogni piccolo movimento ha un peso non trascurabile. Per questo il lento cammino della previdenza italiana verso gli investimenti sostenibili e responsabili è di quelli da tenere sott’occhio. «Negli ultimi anni gli investitori previdenziali italiani si stanno sempre più orientando verso asset caratterizzabili come Esg (Enviroment, social, governance, ndr). Anche se l’Italia sotto questo profilo è più indietro rispetto agli altri Paesi europei, soprattutto quelli del Nord, il trend è in decisa crescita», sintetizza con MF-Milano Finanza Stefania Luzi, responsabile aerea Economia e finanza del Mefop (la società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione del ministero dell’Economia). Secondo l’ultima ricerca condotta dal Forum per la finanza sostenibile, tra i maggiori (per patrimonio) 50 fondi pensione e casse previdenziali tricolore, un universo da 140 miliardi di masse gestite, sono 16 quelli che adottano un’esplicita politica di investimenti sostenibili, una percentuale minoritaria sul totale ma in decisa crescita (+33%) rispetto al 2015.
«Un bambino che sta crescendo, ha completato l’educazione e sta crescendo», usa questa metafora il presidente dell’Adepp (l’associazione che riunisce le casse previdenziali) Alberto Oliveti, per descrivere lo stato dell’arte della diffusione degli investimenti socialmente responsabili tra gli associati. «Avverto all’interno della nostra galassia una sensibilità sempre maggiore verso le valutazioni di ordine ambientale, sociale ed etico. C’è qualcuno che è più avanti in questo percorso, come Inarcassa per esempio, ma si sta comunque procedendo in questa direzione».

Guardando ai soli fondi pensione (vedere tabella in pagina), emerge che tra i negoziali la diffusione dei criteri Esg è piuttosto alta, al 44%; percentuale che scende al 23% per quelli aperti, al 19% per i Piani individuali pensionistici e al 12% per i Fondi pre-esistenti. «Rispetto a pochi anni fa i numeri sono cresciuti in maniera molto rapida e indubbiamente gli spazi per un ulteriore sviluppo sono significativi. Basti pensare all’impulso che proviene dal contesto normativo, nonché dagli interventi in che materia hanno già preso o stanno prendendo soggetti istituzionali come la Commissione Ue e l’Onu», aggiunge Luzi. Di certo per orientare la loro azione verso la sostenibilità, fino a oggi, i fondi si sono affidati soprattutto al criterio di esclusione (non si investe in determinati settori come le armi, il tabacco, ecc), a quello best in class (scegliendo imprese che si distinguono per l’adozione di codici di condotta Esg) o ai benchmark. Quest’ultimi sono spesso serviti a by-passare la scelta esplicita di criteri cui ispirarsi per gli investimenti sostenibili, soprattutto nei fondi negoziali, dove accanto alle rappresentanze dei lavoratori siedono quelle dei datori di lavoro, e dove l’adozione di un criterio di esclusione avrebbe potuto creare problemi, di fatto eliminando dall’universo investibile aziende del comparto di riferimento del fondo. In altri casi, anche per evitare questo problema, alcuni investitori previdenziali hanno puntato molto su un altro criterio dell’investire sostenibile, quello dell’engagement, il dialogo con le aziende partecipate su questioni legate alla sostenibilità. È il caso per esempio del fondo Cometa, che coinvolgendo anche altri investitori previdenziali, ha indirizzato alle banche partecipate lettere in cui si chiedevano informazioni sulla tipologia di aziende cui era stato concesso credito, con un occhio particolare alla tematica dell’inquinamento. In altri casi le richieste d’informazioni hanno riguardato invece lo sfruttamento del lavoro minorile e oggi molti si «stanno attivando per iniziare a misurare il carbon footprint, l’impronta di carbonio, delle società partecipate», aggiunge la responsabile dell’area Economia e Finanza di Mefop. Guardando alla tipologia degli investimenti responsabili degli investitori previdenziali emerge che questi sono concentrati soprattutto sul versante azionario, soprattutto per i fondi pensione, mentre le casse sono più attive nei fondi di investimento alternativi. Per per ora nel mirino ci sono soprattutto le rinnovabili, le residenze sanitarie e in prospettiva potrebbero entrare nel radar per esempio i green bond.

«Gli investitori ci chiedono bassa volatilità e performance stabili», spiega a MF-Milano Finanza Stefano Russo partner della boutique d’investimento specializzata in energie alternative Green Arrow Capital. «Nel mondo anglosassone le rinnovabili, assieme al private equity, sono un’asset class diffusa e in crescita, perché considerata relativamente difensiva rispetto ad altre», aggiunge Russo. Oltre a queste considerazioni sulla natura degli investimenti, nel prossimo futuro a spingere, in particolare i fondi pensione, verso scelte sostenibili saranno anche le novità normative in arrivo dalla Ue, in particolare la direttiva Iorp II e la 828/2017. «Devono ancora essere recepite dal nostro ordinamento ma saranno certamente un driver. Infatti, sebbene non impongano l’adozione di criteri Esg, di fatto rappresentano uno strumento di pressione in questo senso», spiega ancora Luzi che poi sottolinea anche la funzione di controllo del rischio che i criteri di investimento responsabile possono rivestire. «Portando ad analizzare fattori ulteriori rispetto ai soli dati di bilancio possono far emergere in grande anticipo criticità future. Basti pensare ai casi Wolksvagen o Bp». (riproduzione riservata) (riproduzione riservata)
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