I Pir frenano il private equity

di Stefania Peveraro
Deludente il primo semestre 2017 del private capital italiano, almeno in termini di capitali raccolti e investiti. Certo i fondi hanno lavorato, perché il numero di operazioni è in linea con la prima metà del 2016. Lo ha calcolato l’Aifi, l’associazione degli investitori n capitale di rischio, in collaborazione con PwC, che ieri hanno presentato i dati del settore. «In teoria le premesse perché il private capital attragga risorse ci sono tutte», ha detto il presidente di Aifi, Innocenzo Cipolletta, «C’è liquidità, c’è risparmio accumulato dai privati, le aziende italiane in generale stanno meglio di qualche anno fa e devono investire. Inoltre il governo ha fatto la sua parte introducendo nuovi stimoli agli investimenti in venture capital e startup, e norme che spingono a investire i risparmi nell’economia reale con i Pir, che possono investire anche in private debt».

Tuttavia, sottolinea Cipolletta, «proprio il fenomeno Pir alla fine sembra aver giocato contro, perché sinora tutto questo denaro si è riversato più sulla Borsa che sulla finanza alternativa. Tuttavia ritengo che, vista la prospettiva di tassi in crescita, molti investitori istituzionali preferiranno spostarsi sul non quotato, per non vedersi ridurre il valore degli asset in portafoglio. Mi aspetto quindi un 2018 con numeri ben migliori». Questi ultimi, come ha indicato il direttore generale di Aifi, Anna Gervasoni, lasciano un po’ a desiderare. Sul fronte della raccolta dei fondi di private equity, è vero che il primo semestre ha visto i fondi italiani toccare quota 1,195 miliardi di euro contro 1,3 miliardi dell’intero 2016, ma ben 711 milioni di questa nuova raccolta sono da ascriversi al solo fondo QuattroR, sponsorizzato dalla Cdp, che ha annunciato il primo closing, quindi si tratta di un dato poco indicativo dell’effettiva capacità dei fondi italiani di attrarre investimenti.

In ogni caso, considerando i 453 milioni di raccolta, al netto di quella di 4R, c’è da segnalare che ben il 48% proviene da investitori individuali e family office, in linea con quanto sta accadendo in Francia, dove però il totale della raccolta è stato di ben 8,1 miliardi di euro (in Spagna, invece, siamo in linea con ‘Italia, a quota 1,1 miliardi). Da fondi pensione e casse di previdenza, invece, ai fondi italiani è arrivato soltanto il 12% della raccolta indipendente non istituzionale.

Quanto agli investimenti dei fondi, si sono limitati a 1,9 miliardi distribuiti su 139 operazioni, di cui ben 915 milioni relativi a large e mega deal, contro i 4,9 miliardi e le 138 operazioni del primo semestre 2016, di cui 4,1 miliardi rappresentavano grandi e grandissime operazioni. Escludendo, quindi, quelle più grandi, che appunto quest’anno sono state molto poche, il mercato tipico del private equity italiano è cresciuto del 10% per numero di operazioni e del 24% per ammontare, ma in ogni caso si tratta di numeri molto piccoli, se si pensa che in Francia nel periodo si sono investiti quasi 6,4 miliardi di euro e in Spagna 3,1 miliardi. Da segnalare poi i fondi di venture capital, che hanno lavorato molto con ben 65 operazioni nel semestre contro le 50 del primo semestre 2016, anche se in valore il numero è sempre molto piccolo: 43 milioni contro 35. Infine, va sottolineato che si sono registrate svalutazioni soltanto per l’8% delle società in portafoglio, per la maggior parte startup.

Sul fronte del private debt, i fondi italiani hanno raccolto solo 282 milioni nei primi sei mesi dell’anno, contro 358 milioni nei primi sei mesi 2016. Da sottolineare, poi, che il 53% di quella raccolta è andata a un solo player, il Fondo Strategico del Trentino Alto Adige, che ha annunciato lo scorso febbraio il closing definitivo a 230 milioni. Un altro 24% della raccolta è invece da ascriversi a fondi pensione e casse di previdenza, che quindi hanno investito nell’asset class nonostante manchino ancora incentivo fiscali all’investimento di quei stessi fondi in private debt.
L’anno scorso, peraltro, è stato molto buono per i fondi di debito italiani, perché il fondo di fondi gestito da Fondo Italiano d’Investimento sgr ha distribuito capitali a parecchi team di gestione, mentre quest’anno la disponibilità di quel fondo è esaurita. In totale il Fondo Italiano ha investito in nove veicoli di private debt, per un ammontare complessivamente impegnato di circa 265 milioni.

Sul fronte degli investimenti, i fondi di debito hanno lavorato molto più che nel primo semestre del 2016, con 198 milioni di euro investiti contro 71 milioni dell’anno scorso, distribuiti su 29 operazioni contro le 13 operazioni l’anno prima. Il secondo semestre del 2016, però, era stato molto più ricco, con 52 operazioni e 309 milioni investiti. (riproduzione riservata)
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