Le pensioni tornano a crescere

Da gennaio aumento dell’1,2% grazie alla perequazione
di Leonardo Comegna

Busta paga più pesante dell’1,2% per i pensionati a partire dal prossimo gennaio. Ma anche questa volta non vale per tutti. Si tratta della cosiddetta perequazione automatica (l’ex scala mobile), che pure per il 2018 sarà infatti negata sulla quota di trattamento che supera l’importo di 3.012 euro (poco più di 2.100 euro al netto delle imposte). Tutto ciò, nonostante la caduta del blocco biennale decretato dalla riforma Fornero. Ma facciamo intanto qualche conto. L’indice definitivo dell’inflazione 2017 si potrà naturalmente conoscere solo a fine dicembre. Intanto l’Inps deve prepararsi al rinnovo dei mandati di pagamento per il prossimo anno, sulla base di un dato provvisorio che dovrà essere indicato nel corso del mese di novembre da un apposito decreto del ministro dell’economia, di concerto con quello del lavoro. Dato provvisorio, che stando ai nostri calcoli (basati sugli ultimi dati Istat), dovrebbe essere pari all’1,2%, indice (senza tabacchi) costruito sulla base del valore medio registrato lo scorso settembre.

Pensioni minime. Con l’incremento dell’1,2% l’importo del trattamento minimo sale da 501,89 a 507,92 euro al mese. Con l’aggiornamento Istat, sale anche l’assegno sociale, la rendita assistenziale corrisposta agli ultrasessantacinquenni privi di altri redditi, introdotta dalla riforma Dini (legge n. 335/1995) in sostituzione della «vecchia» pensione sociale: passa da 448,07 a 453,45 euro al mese. Mentre la pensione sociale, ancora prevista per i titolari della stessa al 31 dicembre 1995, raggiunge 373,69 euro al mese.

La perequazione automatica. Le pensioni vengono rivalutate sulla base di un meccanismo ragguagliato al costo della vita. Da 20 anni ormai è in vigore un sistema che, in linea generale, prevede l’indicizzazione piena solo per le quote di pensioni più basse e una parziale per le quote di pensioni superiori. Sulle indicizzazioni ci sono stati molti interventi, spesso contraddittori e con l’unico scopo di produrre risparmi di spesa che però non hanno mai avuto una finalizzazione di sostegno alle pensioni. In alcuni periodi le pensioni non hanno ricevuto alcuna perequazione, mentre in altri hanno subito differenti indicizzazioni che hanno tuttavia prodotto una riduzione strutturale e non più recuperabile del valore delle prestazioni.

Il recupero. Nel 2014 è stato adottato un indice di rivalutazione provvisorio dello 0,3%, mentre quello definitivo è risultato dello 0,2%. Pertanto, già nel 2016 sarebbe dovuto scattare il recupero dello 0,1% moltiplicato per le 13 mensilità erogate nel corso del 2015. Si tratta di importi contenuti: tra 16 e 20 euro per chi incassa pensioni lorde mensili che oscillano tra 1.400 e 3 mila euro. Ma la scorsa Legge di Stabilità aveva rinviato la procedura di recupero dal 2016 al 2017 e l’Inps si era già attrezzata, indicando che il prelievo sarebbe scattato in 4 rate a partire dal la mensilità di aprile. Successivamente il cosiddetto decreto milleproroghe ha spostato il prelievo ancora di un anno, al 2018, nella speranza che la ripresa dell’inflazione quest’anno possa compensare l’effetto sugli assegni.

Promesse dal governo. Che il meccanismo dell’indicizzazione si sia inceppato, con un grave danno della categoria degli anziani, se n’è accorto pure il governo. «È sostanzialmente confermato l’impegno per dare il via al cambiamento del meccanismo della rivalutazione delle pensioni», ha recentemente assicurato il ministro del lavoro Giuliano Poletti al termine dell’ultimo incontro con le organizzazioni sindacali, aggiungendo che «sarà fatto anche un lavoro di analisi e verifica sulla composizione del paniere che è alla base della rivalutazione». Confermando, in pratica, a partire dal 2019, il ritorno al vecchio meccanismo. Inoltre il governo sta verificando la possibilità di far recuperare ai pensionati una parte di quanto perso con una rivalutazione una tantum del montante, così come previsto dall’accordo firmato l’anno scorso. A occuparsi di questo nuovo meccanismo potrebbe essere un’apposita commissione mista collegata a Eurostat, composta dal Ministero, sindacati, Inps e Istat.
Fonte: