Gestire i rischi porta profitti

Ritorni più alti dalla protezione del prodotto (+21%)
Pagina a cura di Tancredi Cerne

Meno pericoli, più guadagni. Le piccole e medie imprese (pmi) capaci di prevenire e di gestire i rischi potenziali sono in grado di raggiungere livelli di profittabilità ben superiori rispetto alle altre. Con percentuali che possono arrivare al 30% in più in termini di ritorno sugli investimenti. E i ricavi crescono soprattutto se a essere gestiti sono rischi particolari come, per esempio, quelli attinenti alla reputazione, alla sicurezza informatica o ai brevetti. A mettere il sigillo scientifico a questa scoperta è stato il Consorzio universitario non profit del Politecnico di Milano (Cineas) in collaborazione con l’Area Studi Mediobanca, al termine di un’analisi che ha coinvolto 272 Pmi manifatturiere attive nei settori dei beni per la persona e la casa, meccanica, chimico farmaceutico, alimentare, carta e stampa e metallurgico. Imprese di proprietà familiare, fondate nei primi anni Settanta e guidate, nella maggioranza dei casi, dalle prime due generazioni.

«Il 25,3% delle imprese del campione presenta un sistema integrato dei rischi (in crescita rispetto al 17,2% del 2016), mentre il 47,2% ha un approccio segmentato a fronte di un ulteriore 27,5% che non ne dispone affatto», ha spiegato il presidente del Cineas, Adolfo Bertani. «In termini di performance economiche la ricerca ha evidenziato un differenziale di roi (return on investment, ndr) che supera il 30% a favore delle imprese virtuose dal punto di vista della gestione del rischio».

Ma quali sono i rischi maggiormente sentiti dalle imprese, e come si sono attrezzate per contrastarli? In base ai risultati dello studio, un primo grande rischio si annida negli aspetti legati al passaggio generazione: il 75% delle aziende sembra considerarlo un elemento a elevata criticità, mentre quattro aziende su dieci puntano il dito contro la carenza di competenze altamente qualificate all’interno della famiglia, vero responsabile dei dissesti economici legati al passaggio d’impresa. Ma non si tratta certamente del solo rischio a cui vanno incontro ogni giorno le migliaia di piccole e medie aziende attive oggi in Italia.

«I rischi più temuti e presidiati sono quelli che derivano dagli obblighi di legge (la sicurezza sul lavoro, in primis) con un aumento della rilevanza per il rischio cibernetico ovvero l’attacco informatico, come anche il mantenimento dell’integrità dei dati aziendali. Senza tralasciare il rischio reputazionale che soltanto nel 2015 non rientrava tra i primi dieci rischi percepiti dagli imprenditori», ha puntualizzato Bertani. Meno prioritario, invece, il rischio di calamità naturali anche se l’aumento della frequenza di fenomeni atmosferici estremi e il ripetersi di eventi sismici disastrosi sembrerebbe destinato a modificare in futuro questa percezione. Ma come si lega la percezione e gestione del rischio con le ripercussioni economiche che ne possono derivare? Secondo gli esperti, più ci si sposta verso tematiche che esulano dall’obbligatorietà legale ma che attengono all’attivazione di leve competitive, più si amplia il differenziale in termini di redditività industriale a vantaggio delle imprese che dedicano presidi efficaci al risk management.

È il caso delle competenze professionali, la cui gestione in termine di rischi consente alle imprese attente e virtuose di sovraperformare dell’8% rispetto alle aziende più disattente. Il ritorno economico del risk management si fa ancora più evidente sul versante della gestione degli aspetti reputazionali (+10%), della sicurezza informatica evoluta e protezione dall’hackeraggio (14%) fino al presidio della qualità del prodotto e quindi della sua non replicabilità per cui la gestione del rischio arriva a determinare un incremento di redditività industriale addirittura del 21%.

Dalla classifica messa a punto da Cineas e Mediobanca emerge come l’alimentare rappresenti il comparto più virtuoso della Penisola, seguito dal chimico-farmaceutico, dal meccanico e dai beni per la persona e per la casa. Chiude la classifica, infine, il settore metallurgico. «In base alla tipologia di attività dell’azienda cambia anche la percezione del rischio degli imprenditori», si legge nel rapporto.

«Nell’alimentare ci si sente più esposti all’imitazione del prodotto (oltre a difettosità, rischio reputazionale e calamità naturali); per i beni per la persona e la casa, in cima alla lista dei pericoli ci sono le calamità naturali; il chimico farmaceutico teme il disastro ambientale e si sente molto meno esposto al cyber risk e al rischio reputazionale; mentre per il meccanico, a contare di più sono le competenze professionali, e nel metallurgico la sicurezza sul lavoro».

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