Chi finanzia le start-up

Sono state solo nove le start-up italiane o fondate da italiani che quest’anno hanno annunciato round di investimento da almeno 3 milioni di euro, contro le 18 di tutto il 2016. Il dato, che emerge dal database di BeBeez, è indicativo dell’atmosfera che si respira nel venture capital italiano. Tanto più che alcuni di questi round sono stati resi possibili dall’intervento non di fondi venture ma di investitori privati o comunque non specializzati. Insomma c’è qualcosa che non va, sebbene i round di investimento di più piccole dimensioni non siano mancati: ce ne sono stati sette tra 1 e 3 milioni, contro i 13 del 2016.

D’altra parte i fondi di venture capital italiani hanno una potenza di fuoco limitata, da 70-80 milioni, mentre negli Usa e nei Paesi europei in cui il mercato è più sviluppato dispongono di svariate centinaia di milioni, se non miliardi. Così, quando si tratta di far fare il salto dimensionale alle società partecipate, il cosiddetto round Series B, quello in cui in genere la richiesta di investimento è di almeno 3 milioni, i fondi italiani da soli non ce la fanno e le start-up devono cercare l’aiuto di investitori internazionali, spesso invano.

Va detto che molti fondi esteri di venture capital invece che in start-up preferiscono investire in nuove linee di business di pmi già avviate. «In Italia ci sono tante aziende in grado di sviluppare tecnologie innovative capaci di dare nuovo slancio al business, introducendo prodotti nuovi», ha detto a MF-Milano Finanza Andrea Traversone di Amadeus Capital, fondo che negli anni scorsi ha investito con questo approccio in Octo Telematics e Bellco per poi disinvestire con successo. In quelle occasioni «il nostro terzo fondo aveva investito rispettivamente 25 milioni di sterline e 15 milioni di euro, perché entrambe le società avevano sviluppato tecnologie molto innovative, grazie alle quali immaginavamo che avrebbero sviluppato nuovi prodotti, che infatti hanno dato un contributo importante al business».

Il partner di Amadeus Capital ha parlato a margine dell’evento annuale organizzato a Milano da ScaleIT Capital, società fondata nel 2015 da Lorenzo Franchini. Amadeus Capital era tra i fondi di venture capital internazionali che si sono prenotati per incontrare le start-up italiane selezionate da Franchini, aziende con alle spalle già almeno un round di finanziamento e che ora cercano altri capitali per fare un ulteriore salto dimensionale. I fondi presenti erano del calibro di 83 North, Acton Capital, Balderton, Columbia Lake Partners, Draper Esprit, Early Bird Venture Capital, EC1 Venture Capital, Highland Europe, Holtzbrinck Ventures, Idinvest, Iris Capital, Nauta Capital, Next World Capital, Omnes Capital, Partech Ventures, Redline Capital.

L’interesse quindi sulla carta c’è, ma le operazioni portate davvero a termine in Italia sono pochissime. «Il problema vero è che in Italia quasi non esiste un mercato per i disinvestimenti; le grandi aziende, che all’estero assieme alla borsa sono gli acquirenti naturali delle start-up di successo, qui non comprano», ha detto Andrea Colombo, ceo di U-Start, società che organizza club deal di family office e investitori privati su start-up e scale-up soprattutto estere. «Se i disinvestimenti sono difficili, chi compra cerca di farlo a valutazioni basse e quindi i fondatori delle start-up per incassare l’ammontare di equity sufficiente a finanziare lo sviluppo sono costretti a diluirsi in maniera molto importante; dunque l’imprenditore è meno coinvolto e ciò è visto male dai venture esteri».

Attirare fondi esteri sulle start-up italiane per finanziarne lo scale-up insomma non è facile. Spesso è più facile attirare investitori privati in club deal organizzati da private bank, come ha fatto Banca Esperia nel round del 2015 di Genenta Science, start-up biotech che allora aveva raccolto 10 milioni di euro da clienti della private bank e che quest’anno ha raccolto altri 8,4 milioni di dollari tutti da privati. Un’esperienza simile è quella di Satispay che quest’anno ha incassato 18,3 milioni da privati, oltre che da Banca Sella e Banca Etica, quindi senza il contributo dei venture.

Oggi poi c’è anche l’opzione fintech. SiamoSoci, società partecipata da Azimut sgr, prima di lanciare l’anno scorso la piattaforma di equity crowdfunding Mamacrowd aveva organizzato più club deal tra investitori privati per scommettere sull’investimento in start-up. «In fase di seed con un veicolo da 5 milioni si possono fare decine di investimenti», ha sottolineato Dario Giudici, cofondatore di SiamoSoci, in occasione del suo intervento a un recente Caffè di BeBeez. «Oggi, dopo la revisione del regolamento Consob sull’equity crowdfunding, per un privato retail è possibile costruire un portafoglio diversificato di start-up basato sulla selezione preventiva operata dalla piattaforma».

Detto della mancanza di risorse per finanziare lo scale-up in Italia, va comunque sottolineato che ci sono operatori tricolore che ora hanno deciso di cogliere la sfida. Come il Fondo Italiano d’Investimento sgr, che con i soldi della Cdp ha appena lanciato la raccolta del nuovo fondo FII Tech Growth, destinato a investimenti di late stage venture capital con un obiettivo di raccolta di 150 milioni. Il Fondo di recente ha investito in Vertis Venture 2 Scaleup permettendogli di annunciare un primo closing a 30 milioni su un target di 60. In quest’ottica anche Tamburi Investment Partners è sceso in campo a settembre destinando 100 milioni a StarTip, il veicolo in cui ha concentrato tutte le partecipazioni in start-up e in società attive nel digitale e nell’innovazione, quindi quelle in Digital Magics , Talent Garden e Telesia . Alessandra Gritti, amministratore delegato di Tip, ha sottolineato: «Con la nostra lunga esperienza nel trasmettere innovazione sulle aziende medio-grandi, oggi abbiamo la competenza e il network anche per supportare la crescita di chi l’innovazione la fa, ossia le start-up. Ci siamo resti conto che in Italia trovare 100-200 mila euro non è difficile, mentre è missione impossibile trovare da 1 a 10 milioni. Così abbiamo deciso di lanciarci in questo progetto, anche perché sono convinta che presto vedremo molti più operatori stranieri su questo segmento».

Gritti ha infatti sottolineato che «negli Usa e nei Paesi anglosassoni i fondi di venture capital hanno strapagato le start-up e si sono potuti permettere di sbagliare 9 investimenti su 10, in quanto quello che andava bene riusciva a compensare ampiamente tutti gli altri. In Italia invece le valutazioni sono molto più basse e quindi i venture e gli investitori di seed non si possono permettere di sbagliare così tanto. Per questo sono molto più bravi a selezionare gli investimenti e per questo noi siamo molto interessati a guardare che cosa hanno in portafoglio per poter accompagnare tali aziende in una fase di vita successiva queste aziende. Sono convinta che presto molti stranieri si accorgeranno di tutto ciò e arriveranno qui molto più numerosi». (riproduzione riservata)
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