di Daniele Cirioli  

 

Il tfr in busta paga non conviene ai lavoratori. Che, se proprio hanno interesse a intascare prima il trattamento, farebbero meglio a scendere a patti con l’azienda. Così come strutturata dal ddl di Stabilità, infatti, la monetizzazione del tfr conviene alle casse dello Stato e alle imprese, non ai lavoratori. I quali (ipotesi di 20 mila euro di retribuzione annua), rispetto alla tradizionale erogazione a fine carriera, cioè come buonuscita, ci perdono 124 euro di tasse e rinunciano alla rivalutazione di 23 euro (senza considerare l’effetto moltiplicativo negli anni). Buonuscita e «mensile Renzi», però, non sono le uniche vie per monetizzare il tfr. C’è una terza via ed è l’acconto aziendale, consentito dall’art. 2120 del codice civile, mediante il quale, ad esempio, impresa e lavoratori potrebbero stabilire l’erogazione una volta l’anno del tfr (una specie di quattordicesima che peraltro sarebbe più persuasiva anche sul fronte consumi). Con questa terza via lo Stato non ci guadagnerebbe mentre i lavoratori sì; le aziende, però, ci guadagnerebbero meno: i lavoratori incasserebbero 23 euro in meno rispetto al tfr in buonuscita ma 124 euro in più rispetto al tfr mensile in busta paga; l’azienda risparmierebbe 23 euro (tant’è la rivalutazione annua del tfr; ma non si considera l’effetto moltiplicativo negli anni, non trascurabile, che potrebbe far elevare la convenienza) rispetto alla buonuscita, però rinunciando a 98 euro di sconti (misure compensative).

La nuova misura (si veda ItaliaOggi di ieri) introduce il diritto a favore dei lavoratori di chiedere e ricevere, mensilmente, la quota di tfr in busta paga, senza dover aspettare la fine del rapporto di lavoro (momento in cui si perfeziona il diritto ad avere la retribuzione differita). Lasciando da parte la facoltà d’investire il tfr in previdenza integrativa, il lavoratore che voglia valutare la convenienza della nuova misura deve considerare almeno due cose:

a) rinuncia alla rivalutazione annuale (è un investimento sicuro);

b) regime di tassazione.

Optando per il tfr in busta paga, infatti, il lavoratore rinuncia alla rivalutazione delle quote di tfr, al tasso annuo dell’1,5% più il 75% dell’inflazione. La rivalutazione è di tipo «composto», poiché ogni anno la rivalutazione si «rivaluta» con le nuove quote di tfr. E non è tutto, perché la rivalutazione paga l’Irpef all’11% (dal prossimo anno 17%) e, dunque, è anche un risparmio fiscale. Perciò, per i 40 mesi di tfr in busta paga (da marzo 2015 a giugno 2018), la «perdita» d’investimento raggiunge livelli non trascurabili: chi si trova a inizio carriera perde più di chi si trova a fine carriera (dunque, soprattutto i giovani).

In secondo luogo, chiedendo il tfr in busta paga, il lavoratore sa che pagherà l’Irpef ordinaria e non secondo la c.d. «tassazione separata».

In tabella è riportato l’esempio di un dipendente con 20 mila euro di retribuzione annua. Nella prima colonna il tfr è trattato come buonuscita, nella seconda come «mensile in busta paga». La differenza d’incasso del lavoratore è rilevante: 147 euro in meno (più di un mese di tfr!). Una parte (23 euro) rappresenta la mancata rivalutazione (di un solo anno, senza considerare l’effetto moltiplicativo che farebbe lievitare la perdita per il lavoratore); il resto è la maggiore tassazione (124 euro).

Come accennato, tuttavia, c’è una terza via per monetizzare il tfr: è quella del comune accordo con l’azienda. Lo si può fare per tutti i lavoratori o soltanto per uno o alcuni. La via è esposta nella terza colonna: il lavoratore rinuncia solo alla rivalutazione ma non è costretto al prelievo della tassazione ordinaria Irpef. In tal caso infatti si mantiene il regime di tassazione separata.