PRIVATE EQUITY IL RITORNO

Tassi ancora bassi, casseforti congelate in attesa di un’ inversione di tendenza, stretta del credito, valutazioni ancora interessanti e ripresa degli utili aziendali. Questo lo scenario in cui i fondi di private equity si stanno timidamente riaffacciando dopo una stagione da dimenticare sul mercato dell’M&A. Anche in Italia. Certo, i tempi e le modalità di investimento sono radicalmente cambiati rispetto a inizio Millennio, quando erano di moda le cosiddette locuste, ovvero fondi che, in una giostra frenetica, compravano – con un massiccio ricorso al debito – partecipazioni di ogni genere, per poi rivenderle subito dopo a valutazioni da brivido. Lo scoppio della crisi finanziaria e la rarefazione della liquidità ha bloccato le danze, come dimostra la triste storia di Seat. Chi ha resistito è diventano più selettivo, ha spostato l’attenzione su comparti promettenti (tecnologia, ma anche servizi e biomedicale) e su operazioni prevalentemente nel settore early stage o secondario.
L’imperativo è che si tratti di società esposte all’estero. In Italia la ripresa dei fondi è all’insegna del fashion (con l’interesse di Pai per Marcolin; le sei offerte per Salmoiraghi & Viganò; l’ingresso di Orlando Italy e Bridgepoint in Limoni e di Carlyle Group in Light Force a cui fa capo il brand Twin-Set), industriale (Investindustrial in pole position per Camfin e interessato, pare, ad Alfa Romeo; l’Opa di Opera su Screen Service) e ristrutturazioni (Feidos su Prelios). Ma non solo. Nell’anno delle elezioni, la messa in vendita di LA7 ha riportato l’attenzione dei fondi (come Clessidra) per un settore considerato al tramonto.

UNO SPIRAGLIO DI LUCE. «Quasi tutti gli operatori (in Italia 120 private equity con fondi ancora disponibili per circa 6 miliardi) si stanno muovendo ormai da un anno in maniera opportunistica, ovvero individuando target di investimento con buone capacità di crescita a livello globale e tenuta all’attuale fase congiunturale», spiega Alberto Argnani, ad di Fondamenta Sgr, realtà con un miliardo in gestione e un ritorno medio sugli investimenti di circa il 20% lordo. Per l’ad di Fondamenta tuttavia: «il fatto che i fondi di private equity appaiano protagonisti del mercato è figlio della disponibilità di risorse investibili, raccolte in periodi precedenti rispetto a quello odierno». «Il mercato italiano è in crescita sia sul fronte delle start up, sempre più numerose e di qualità, che dal punto di vista dei player», sostiene Pietro Bezza, numero uno di Connect Ventures, fondo specializzato in tecnologia, che ha da poco fatto il suo ingresso nella start-up italiana Urlist (società che riorganizzare l’informazione su internet) e sta già, «valutando altre due opportunità d’investimento». Dello stesso avviso Alberto Onetti, chairman di Mind the Bridge Foundation, che vede: «molto fermento nella fase di seed ed early stage, ma ci sono capitali a disposizione anche per round più strutturati». Di «selezione darwiniana» parla invece Stefano Tanzi, managing partner di 21 Investimenti, secondo il quale, «il mercato sta premiando gli operatori che hanno saputo trovare il giusto modo di stare sul mercato». Per Tanzi, «la golden age del private equity è iniziata in Italia nel 2008 e 21 Investimenti in questo periodo turbolento ha realizzato almeno due nuovi investimenti l’anno, dopo aver esaminato una quantità di dossier mai vista prima». In questo contesto il managing partner individua, «almeno tre cause distinte di interesse verso i private equity che hanno competenze industriali». Nel dettaglio, la crisi ha innanzitutto portato a grandi difficoltà di accesso al credito. In secondo luogo la crescente competitività determina un ripensamento del modo di stare sul mercato con gli imprenditori che, «cercano un partner capace di dare, oltre al supporto finanziario, un contributo di strategia e di visione in un’ottica industriale». Infine l’evergreen: «il ricambio generazionale».

IL LIMBO. Che non si tratti ancora di inversione di tendenza è abbastanza chiaro a tutti gli esperti interpellati. Ma qualcosa si sta muovendo. Argnani vede ancora, «un mercato pieno di opportunità … il focus sarà su aziende che siano ben posizionate nei mercati emergenti». Target attraenti anche per Domenico Tonussi, ad di Finint & Partners, società che gestisce 120 milioni con due società di investimento. Per Mauro Moretti, partner e head of italian operation di Hutton Collins, «dopo 12-18 mesi di attività molto limitata, sta aumentando la pressione dei fondi a investire la liquidità disponibile, da cui deriva la grande attività di analisi e negoziazione. Quante poi di queste operazioni si chiuderanno dipenderà anche dalla disponibilità di credito da parte delle banche e dalle aspettative di prezzo dei venditori». Hutton Collins sta investendo il terzo fondo con una dotazione di 600 milioni. Perentorio Tanzi, che ritiene che il mercato rimarrà selettivo posto che, «è finito il tempo degli investimenti tutti uguali, fatti con modelli al computer». 

L’OSTACOLO DELLA RACCOLTA. «Si potrà parlare di uscita dal guado quando gli investitori istituzionali, soprattutto italiani, riusciranno ad avere più visibilità sulle loro dinamiche di portafoglio, per esempio, quelle derivanti dai processi di disinvestimento di altri asset in portafoglio, immobiliari e mobiliari», sostiene Tonussi. Che aggiunge: «Vi dovrebbe anche essere un pizzico di coraggio in più sull’azienda-Italia». È proprio il fund raising ancora lento a determinare le maggiori ansie nel settore. «Le difficoltà di raccolta permangono», sottolinea Argnani, che ricorda il divario creatosi in soli cinque anni: 1,5 miliardi nel primo semestre 2007, circa 300 milioni tra gennaio e giugno 2012.

DIMENTICARE LA LEVA. In questo scenario per Tonussi, «le operazioni 100% equity saranno prevalenti, soprattutto per aumenti di capitale o per operazioni connesse a ricambi generazionali». Per Argnani invece, «continuerà il trend di crescita visto nel primo semestre di buy out e aumenti di capitale con prevalenza di questi ultimi necessari anche a incrementare la patrimonializzazione per Basilea II». Per Moretti poi, «ci saranno molte operazioni in aumento di capitale per aiutare aziende nei progetti di crescita per acquisizioni o per ridurre lo stock di debito presente a bilancio. Vista la stretta creditizia, le aziende guarderanno agli investitori privati, come i fondi, per risolvere le necessità di liquidità».

LE PROSSIME PREDE. La tipologia è differenziata. Ma di certo, come sottolinea Onetti, «sono finiti i tempi in cui si finanziava il solo business plan». Certo le vere e proprie occasioni non sono così semplici da centrare visto che, «tipicamente le aziende target per i fondi sono leader di settore caratterizzate da buoni fondamentali operativi … e intorno a queste si muovono più operatori finanziari», ricorda Moretti. Che aggiunge: «Tuttavia in Italia ci sono delle eccellenze produttive che possono essere supportate nei progetti di espansione all’estero, come abbiamo fatto noi con l’investimento in Aquafil». In effetti Hutton Collins, dopo aver investito nell’azienda trentina Aquafil nel 2009, è alla ricerca del secondo investimento italiano da inserire nel portafoglio. «Siamo anche interessati a storie di sviluppo per apert
ure di concept retail in vari settori», ammette Moretti. Anche per Onetti il mercato italiano offre diversi spunti. «L’Italia è un ecosistema molto dinamico che sta iniziando a produrre aziende interessanti con valutazioni competitive se confrontate con gli altri principali Paesi», commenta il manager, secondo il quale: «La base tecnologica delle nostre aziende è in media elevata, anche se molte non sono spesso investment ready. In ambito web stanno però emergendo imprese sempre più allineate agli standard internazionali. Lo dimostra il crescente numero di aziende italiane che hanno trovato capitali e riconoscimento all’estero come, per esempio, Funambol, Mashape, Timbuktu, Cibando». Tanzi cerca, «imprese pronte a entrare nella fase 2.0». Da non trascurare poi, come sottolinea Bezza, il fattore umano: «Team con un forte dna imprenditoriale, robuste skill tecniche e con un forte focus sul prodotto». Un punto su cui si trovano d’accordo anche Tonussi e Moretti. Quanto ai ritorni attesi, Argnani ha obiettivi molto chiari: «Sono incrementati a fronte dell’incremento del rischio sistemico e della congiuntura. Esaminiamo dossier con target sopra il 25% Irr (il tasso interno di rendimento, ndr)».