WALTER GALBIATI

 

Verrebbe da dire, meglio morire subito, perché il rischio di vivere a lungo da qualunque parte lo si guardi rappresenta un problema. Sia per chi sopravvive, che deve in qualche modo garantirsi una rendita per comprarsi qualcosa da mangiare insieme con le medicine e sostenere le spese di una casa. Sia per chi quelle rendite le deve pagare, come banche e compagnie di assicurazione che si sono buttate in questo business. 
Gli anglosassoni, abituati a misurare tutto in termini di denaro, lo chiamano longevity risk. Il rischio di longevità ha due componenti, una individuale e l’altra aggregata. La prima è facile da comprendere perché riguarda semplicemente la probabilità che ognuno ha di vivere più a lungo della media degli individui della sua età. L’aggregata invece dipende da come si evolve nel tempo la durata della vita di tutta la popolazione. Il problema è come diversificare questi rischi. 
«La componente individuale del rischio di longevità è diversificabile offrendo piani pensione a gruppi ampi e diversificati (in termini di rischio di mortalità) di persone», spiega il professore Carlo Favero, titolare di una cattedra di asset pricing e quantitative finance presso l’università Bocconi di Milano. «La componente aggregata — aggiunge Favero — è invece per sua natura non diversificabile attraverso un ampio portafoglio, proprio perché per sua natura influenza tutti gli individui». I dati ci dicono che la componente aggregata del rischio di longevità è importante. La probabilità di morire (grafico 1) entro un anno dopo i 65 anni si è grandemente ridotta per tutta la popolazione negli ultimi 40 anni. 
«Ma tale riduzione non è avvenuta in maniera uniforme. I dati per il Regno Unito ci dicono che i miglioramenti nella mortalità a età avanzata sono stati più drastici di quelli per gli individui tra i 65 ed i 70 anni. Nel 1971 un individuo di 65 anni aveva una probabilità di essere vivo (grafico 2) a 69 anni dell’81%, di essere vivo a 79 anni del 34% e di essere vivo ad 89 anni del 5%. Queste probabilità si sono spostate rispettivamente al 92%, 64 %, e 20 % nel 2009», esemplifica Favero. La frequenza delle morti (grafico 3) si sposta verso destra. Nel 1971 la più alta frequenza di morti era a 74 anni, mentre nel 2009 è a 84 anni. Per le compagnie assicurative diventa quindi fondamentale sapere come si evolverà la mortalità nel futuro. «La simulazione previsiva di un modello a fattori per la mortalità ci dice che nel 2020 la probabilità che un individuo in vita a 65 anni raggiunga i 90 anni avrà un valore atteso del 25%, ma l’intervallo di confidenza al 95% su questo valore atteso è compreso tra il 17 ed il 33%. Il fatto che il 33% piuttosto che il 25% dei 65enni sia in vita a 90 anni espone le istituzioni che pagano rendite vitalizie a un rischio notevole», spiega Favero. Come affrontarlo? Con i longevity bond, cioè obbligazioni indicizzate alla longevità da vendere ai risparmiatori ai quali verrebbe trasmesso il rischio a fronte di un possibile rendimento. «Un longevity bond emesso nell’anno 2012 indicizzato alla mortalità dei 65enni nel 2012 paga una cedola proporzionale alla mortalità effettivamente osservata dal 2012 in poi di coloro che nel 2012 hanno 65 anni. Ovviamente se i 65enni hanno una sopravvivenza superiore alle aspettative nel 2012 la cedola risulta essere più elevata di quella attesa nel 2012», esemplifica Favero. Un’altra soluzione, invece, sarebbe l’intermediazione del rischio. Le banche possono, infatti, fare da intermediari offrendo soluzioni finanziarie a compagnie assicurative e fondi pensione, affinché queste si proteggano dal rischio, con strumenti come gli swap. 
Il problema invece visto dalla parte di chi si è tutelato dal vivere a lungo con la sottoscrizione di una pensione sembra venir risolto in modo molto più sbrigativo. Secondo i dati dell’Ania, l’associazione che raggruppa le compagnie assicurative, gli italiani che hanno portato a scadenza una polizza vita hanno preferito nel 94% dei casi incassare la prestazione sotto forma di capitale. Cioè avere tutti i soldi subito, anziché incassare anno dopo anno la rendita maturata. Per coprire il longevity risk occorre accumulare un capitale usando uno strumento (fondo pensione, piani previdenziali o polizze vita) che prevede la sua erogazione sotto forma in rendita vitalizia al momento del pensionamento. 
L’importo della rendita è funzione delle capacità di risparmio, dell’orizzonte temporale di accumulazione, del rendimento degli attivi, del livello dei tassi di interesse al pensionamento, dell’età di inizio della fruizione, del numero di teste assicurate (polizza reversibile o no) e dei coefficienti di conversione del capitale in rendita utilizzati. Ma in Italia solo 6 pensionati su 100 sembrano rimanere tranquilli davanti alla prospettiva di una rendita e di campare a lungo. Così, arrivati intorno ai 65 anni, preferiscono avere i loro soldi, tutti e subito.