Il peso (eccessivo) degli italiani In 5 milioni obesi

MILANO — Altro che i buzziconi Remo e Augusta Proietti che s’avventano su un super piatto di spaghetti nel film «Dove vai in vacanza?» con Alberto Sordi e Anna Longhi. Era solo la fine degli anni Settanta e l’ago della bilancia non era un problema. Tempi passati. Nell’edizione speciale dell’«Italia in cifre», stilata dall’Istat in occasione dei 150 anni dell’Unità, è entrato di diritto l’italiano in crisi con il peso. Nel dossier, il sovrappeso e l’obesità sono considerati una voce degna di nota per capire le trasformazioni del Paese. «Cresce il numero di persone con indice di massa corporea superiore a 25 (l’asticella che delimita la normalità, ndr) — scrive l’Istat —. Se nel 1994 il 32,8% degli italiani era in sovrappeso e il 7,3% obeso, 15 anni dopo la percentuale è salita rispettivamente al 36% e al 10%». Le donne sono mediamente più magre degli uomini e, almeno per una volta, escono vincenti dalle statistiche: 37% contro 57%.
In lotta con l’indice di massa corporea (Imc oppure Bmi in inglese), il rapporto tra il proprio peso espresso in chili e la statura indicata in metri al quadrato. È un (maledetto) numero che supera sempre più il range tra 18,5 e 24,9 utilizzato per definire i normopeso. Così in occasione dell’ultimo Obesity Day, il 10 ottobre, l’Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione clinica, è tornata a lanciare l’allarme: «Se gli italiani con problemi di peso fondassero un partito vincerebbero le elezioni — era lo slogan della giornata —. Italiani sempre più poveri, sempre più grassi».
Quelli con problemi sulla bilancia sono oltre 20 milioni, di cui 5 milioni di obesi (con un Imc superiore a 30). Solo rispetto al 2002 la loro percentuale è in crescita dell’1,5%. Ma è un problema che supera i confini nazionali dei Paesi. Nel 2002 gli extralarge che vivevano negli Usa erano il 34,9% contro il 46,3% attuale. Nel Regno Unito sono passati dal 20 al 25%. Persino in Brasile c’è una crescita dall’10,9% al 18,5% e in Cina dall’1,3 al 3,8%.
Insomma: l’obesità è diventata una delle malattie più diffuse. È il motivo per cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha coniato il termine di «globesity». Di qui l’inchiesta pubblicata ieri dal Financial Times, il quotidiano della City, che mette sotto accusa le multinazionali del cibo e delle bevande. Nell’incontro sull’argomento, che si è svolto all’Onu il mese scorso, è rimbalzata la seguente domanda: come possono le aziende rappresentare contemporaneamente il problema e la soluzione allo stesso? Le multinazionali sono accusate non solo di indurre la popolazione a mangiare troppo e male, ma anche di influenzare le politiche sanitarie dei governi, con importanti finanziamenti ai partiti. Nel 2010 le industrie del cibo e delle bevande hanno dato ai Repubblicani più di 8 milioni di dollari, altri 4 ai Democratici. Insomma — è l’accusa delFinancial Times — il potere di lobby esercitato sul Congresso americano rischia di condizionare drammaticamente le scelte in materia di politica sanitaria.
Ma ci sono anche opinioni controcorrente. Storce il naso davanti alle statistiche Antonio Liuzzi, endocrinologo e primario di Medicina interna all’Auxologico di Piancavallo (Verbania), curatore del Rapporto sull’obesità in Italia: «È troppo riduttivo sostenere che una persona è malata solo sulla base dell’Imc — sostiene Liuzzi —. Bisogna prestare maggiore attenzione ai singoli casi, al di là dell’epidemiologia».
Nel 2008 più di seimila italiani si sono sottoposti a interventi di chirurgia dell’obesità. «È una soluzione a cui si deve arrivare quando sono falliti percorsi tradizionali conservativi come la dietoterapia, l’assistenza psicologica e il cambiamento dello stile di vita — spiega Alessandro Giovanelli, primario dell’Istituto nazionale chirurgia dell’obeso, appena inaugurato all’interno dell’ospedale Sant’Ambrogio di Milano —. Non deve essere considerata una scorciatoia, ma una strada che assicura risultati duraturi nel tempo, sia per il calo di peso sia per il controllo delle malattie associate all’obesità (come il diabete e le patologie cardiovascolari)». La battaglia contro il girovita è destinata a continuare.
Simona Ravizza
sravizza@corriere.it