L’entrata a regime graduale del sistema contributivo crea squilibri tra chi sta per andare in pensione e i giovani. Che quando si ritireranno dal lavoro avranno una rendita pubblica su cui pesano oggi troppe incognite. Ecco perché bisogna correre subito ai ripari 

di Roberta Castellarin e Paola Valentini

Un lavoratore andato pensione di anzianità nel 2010 a 59 anni ha ottenuto in media poco più di 2 mila euro mensili. Merito del metodo retributivo, che gli concede l’80% dello stipendio medio degli utimi cinque o dieci anni (a seconda dell’attività svolta). Ma soltanto la metà di questo assegno è coperta dai contributi versati durante la vita lavorativa.

La parte restante è a carico dello Stato e dell’Inps. Il sistema di calcolo retributivo della pensione oggi interessa ancora gran parte dei lavoratori. Garantisce al lavoratore l’80% della media degli stipendi degli ultimi anni di carriera, indipendentemente dai contributi accantonati.

 

Il calcolo della differenza tra quanto garantisce il sistema retributivo rispetto a quanto realmente accantonato dal lavoratore è stato effettuato da Stefano Patriarca, responsabile dell’ufficio studi dell’Inps, in una ricerca appena pubblicata che analizza i tassi di sostituzione nel sistema contributivo. Che, invece, si basa sui contributi versati dal lavoratore. Il metodo è stato introdotto nel 1995 dalla riforma Dini, ma sarà a regime non prima del 2030. E aver introdotto una riforma che entra a regime con tempi così lunghi crea uno squilibrio. «Tra oggi e il 2018 il sistema pensionistico pubblico italiano registrerà i tassi di sostituzione (ossia il rapporto tra prima pensione liquidata e ultimo stipendio) relativamente più alti (a parità di condizioni retributive) rispetto alle generazioni sia passate sia successive.

Per queste ultime il sistema di calcolo misto e poi quello contributivo nella maggior parte dei casi determinerà tassi di sostituzione più bassi», si legge nell’analisi di Patriarca. E questo avverrà nonostante l’allungamento della vita lavorativa introdotto dalle riforme più recenti. Senza le quali il tasso di sostituzione sarebbe sceso addirittura al 40%.

 

Ma quale assegno si possono aspettare i lavoratori che potranno contare solo sul sistema contributivo? In base ai calcoli presentati da Patriarca l’importo della pensione potrà arrivare fino al 70% dell’ultimo stipendio netto, quindi una distanza non siderale da quell’80% che incassa oggi chi va in pensione con il metodo retributivo. Ma qual è l’identikit di questo giovane fortunato? E’ un lavoratore dipendente assunto nel 2011 con una retribuzione lorda di 20 mila euro, che andrà in pensione con 35 anni di contributi a 69 anni. Si stima una crescita nominale del pil del 3,53%, un incremento nominale della retribuzione annua del 3,55% e un’inflazione del 2%. Questo lavoratore maturerà una pensione lorda di 38.735 euro contro un reddito di 65.484, quindi in termini lordi avrà un tasso di sostituzione del 59%. Che, tenendo conto della minore tassazione e dell’assenza di contributi, equivale a un tasso di sostituzione netto del 70% appunto. Per arrivare a questo risultato ci sono quindi molte variabili che rimangono tutte da verificare, dalla crescita dell’economia a quella dello stipendio.

Quindi i motivi di preoccupazione restano. Negli ultimi dieci anni per esempio l’Italia è cresciuta poco e il sistema contributivo lega il rendimento dei contributi versati proprio all’incremento del pil. La bassa crescita economica ha un effetto anche sugli stipendi che restano al palo e quindi un 70% dell’ultimo stipendio tra 30 anni rischia di essere poco. Come ha ricordato più volte Alberto Brambilla, responsabile del nucleo di valutazione della spesa previdenziale del Ministero del Lavoro, senza sviluppo avremo prima lavoratori pagati poco e poi pensionati deboli. Non solo. Questa meta del 70% non è così facile da raggiungere da tutti perché implica una continutà contributiva fino a 70 anni, senza quindi interruzioni di carriera. Con un mercato del lavoro dove si approda sempre più tardi a un contratto a tempo indeterminato e con una lunga fase di precariato in carriera, c’è da chiedersi quanti saranno i fortunati che potranno contare su quel 70%. Per i parasubordinati infatti la copertura scende al 57%.

 

E visto che l’unico modo per aiutare i lavoratori a risparmiare per il futuro è metterli in grado di conoscere per tempo le difficoltà economiche cui dovranno far fronte, sarebbe utile l’invio della famosa busta arancione che simuli davvero l’importo che ciascuno si può aspettare. Per questa ragione MF-Milano Finanza ha chiesto a Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria, di calcolare come cambia l’assegno finale al variare di alcuni elementi chiave quali pil, carriera e aspettative di vita. Dall’analisi emerge che l’oscillazione è molto ampia. Per un lavoratore dipendente che inizia a lavorare a 30 anni e va in pensione a 66 o 68 anni (a seconda dell’evoluzione della speranza di vita Istat) il tasso di sostituzione potrà variare dal 48 al 75%. Lo scenario medio è quello di un tasso di sostituzione lordo del 58%. «Nonostante l’effetto delle riforme sia quello di aver allungato ulteriormente l’età di pensionamento», sottolinea Andrea Carbone di Progetica, «la rilevanza del tema previdenziale resta immutata. Per tutti i profili simulati i tassi di sostituzione medi potranno sfiorare il 60% per i dipendenti, il 40% per gli autonomi e il 50% per i parasubordinati. Le forchette di oscillazione delle stime prevedono poi uno scenario minimo e uno massimo, in funzione della carriera, dell’andamento dell’economia italiana e degli scenari demografici. Sarà poi compito del monitoraggio periodico della propria posizione previdenziale aggiornare le stime e ridurre progressivamente l’ampiezza delle forchette». Quindi si torna al tema fondamentale dell’essere informati per tempo in modo da poter provvedere a integrare quanto sarà garantito dall’assegno pubblico. «La previdenza complementare resta un prezioso alleato per le proprie strategie previdenziali; per i più giovani in particolare il tempo a disposizione consentirebbe di iniziare anche con piccoli versamenti, in attesa che la propria condizione lavorativa diventi più stabile. I lavoratori dipendenti inoltre hanno nel Tfr un’ulteriore possibilità», aggiunge Carbone. Progetica stima quanto bisognerebbe versare alla previdenza complementare per ottenere un’integrazione di mille euro al mese. Un trentenne che andrà in pensione a 66 anni dovrebbe versare da oggi 252 euro al mese in un fondo pensione bilanciato per avere questi mille euro mensili quando dirà addio al lavoro. Se sceglie un comparto garantito la somma da versare sale a 427 euro. Questo deve essere tenuto presente da chi oggi punta sui fondi pensione aperti più prudenti, che dominano la classifica per performance da inizio 2011 (tabella). Il miglior comparto è il fondo pensione aperto Fideuram sicurezza di Eurizon vita con una performance del 2,83%. (riproduzione riservata)