Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,2% del PIL, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore alla media OCSE ed europea, entrambe al 7,1%. In termini di spesa pro-capite a parità di potere d’acquisto (PPP), l’Italia spende 3.952 dollari per abitante, ovvero 909 dollari in meno della media OCSE (4.861 $) e 1.013 dollari in meno della media europea (4.965 $). Questo divario pro-capite, rapportato alla popolazione residente, corrisponde a circa 36 miliardi di euro rispetto alla media dei Paesi europei dell’area OCSE. Lo ribadisce il presidente della Fondazione GIMBE Cartabellotta nella presentazione della recente analisi sulla spesa pubblica.
Con questi valori, l’Italia si colloca al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra i Paesi del G7. Sono 14 i Paesi europei che destinano alla sanità pubblica una quota di PIL superiore a quella italiana: il differenziale va dai +4,8 punti percentuali della Germania (11% del PIL) ai +0,2 della Slovacchia (6,4%). Nel confronto pro-capite, l’Italia è preceduta anche da Paesi come Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna, mentre alle sue spalle restano solo alcune nazioni dell’Europa dell’Est e del Sud.
Cartabellotta cita il Regno Unito, che condivide con l’Italia il modello Beveridge: partito nel 2008 poco sopra il nostro Paese e rimasto su un trend di crescita contenuto sino al 2019, dal 2020 ha aumentato in maniera consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e collocandosi poco al di sotto della Francia.
Il sottofinanziamento strutturale ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), alimentando tensioni politiche e mettendo in difficoltà le Regioni, costrette a bilanciare l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) con il vincolo di bilancio. Le ricadute più gravi ricadono sui cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali crescenti e aumento del ricorso alla spesa privata. Nel 2024, 5,8 milioni di persone (quasi una su dieci) hanno rinunciato a esami diagnostici o visite specialistiche, con conseguente impoverimento e indebitamento delle famiglie.
Per la prima volta, le criticità del SSN non sono lette solo come un problema sanitario, ma sono esplicitamente collegate all’equità sociale e alla produttività del Paese. Nel Country Report 2026 della Commissione europea, il deterioramento del SSN è indicato come un fattore di rischio per la tenuta economica e sociale dell’Italia. Il 10 luglio 2026, il Consiglio dell’UE ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni chiave.
La richiesta di GIMBE: risorse e riforme
In vista della Legge di Bilancio 2027, la Fondazione GIMBE chiede di interrompere il “teatrino pre-Manovra” e di stipulare un patto politico non negoziabile per rifinanziare progressivamente la sanità pubblica, accompagnando le risorse con riforme strutturali del SSN. Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione, sottolinea che la tutela della salute non è solo un diritto fondamentale, ma anche una leva di sviluppo economico e uno strumento di coesione sociale. Senza un intervento deciso, il diritto alla salute rischia di diventare “universale solo sulla Carta, ma sempre meno tangibile nella vita reale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure”.
Un’ulteriore criticità riguarda la riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal PNRR: al 1° settembre 2026, a due mesi dalla scadenza del 30 giugno, non è ancora disponibile una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività di almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità. Il Ministero della Salute precisa che sono ancora in corso le verifiche e l’acquisizione delle evidenze necessarie. GIMBE teme che, senza dati aggiornati su servizi effettivamente erogati e personale disponibile, le nuove strutture rischino di restare “scatole vuote”: target europei centrati, rate incassate ed edifici realizzati, ma incapaci di garantire la presa in carico territoriale per cui ci si è indebitati.
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