Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali
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La caccia ai voti per uno degli appuntamenti chiave della finanza italiana si è aperta giovedì 24 settembre, quando Montepaschi ha convocato i soci per l’assemblea del 29 ottobre. Quel giorno a Siena si deciderà sul destino delle due ops lanciate su Banca Generali e Banco Bpm per rispondere all’opas di Intesa Sanpaolo e, di conseguenza, sul futuro dell’istituto guidato da Luigi Lovaglio. Il voto è necessario in base alla passivity rule, che impone alle società target di offerte pubbliche di sottoporre ai soci le manovre difensive. E, trattandosi di due aumenti di capitale più una fusione e la distribuzione di un dividendo straordinario, per l’approvazione sarà necessaria la maggioranza rafforzata di due terzi dei votanti. Se le presenze si attestassero sugli stessi livelli dell’ultima assemblea di aprile, i sì dovrebbero superare il 43% del capitale, ben oltre il 32,5% raccolto in quell’occasione dalla lista Tortora-Lovaglio. E con un’affluenza al 65% è sufficiente un blocco del 22-25% dei voti presenti per impedire l’approvazione della delibera.
«L’intelligenza artificiale è stata costruita appropriandosi del lavoro collettivo dell’umanità. È il pubblico ad averla creata: dovrebbe appartenere a noi, non a una manciata di miliardari», scrive Dustin Guastella, sindacalista e intellettuale americano, sulla rivista Jacobin. A parlare di nazionalizzazione delle aziende AI è anche Alex Karp, che in teoria dovrebbe collocarsi sul lato opposto dello spettro politico. In un’intervista a Cnbc il ceo di Palantir ha infatti dichiarato che «queste aziende devono essere nazionalizzate, perché se non lo fossero, ognuno dei miei clienti farà causa». Secondo Karp, lo sviluppo di modelli eccessivamente potenti comporta «rischi illimitati» legati a violazioni massive di proprietà intellettuale, sicurezza nazionale o potenziali danni sistemici. Tali rischi generano responsabilità legali e finanziarie praticamente impossibili da assicurare sul mercato privato. Per evitare il collasso sotto il peso delle cause legali o l’impossibilità di quotarsi in borsa, suggerisce Karp, le aziende AI potrebbero cedere volontariamente allo Stato una quota fino al 50% in cambio della copertura del rischio da parte del governo.
«L’allarme sui rischi dell’AI? I modelli cinesi funzionano altrettanto bene e costano una frazione di quelli statunitensi. E soprattutto sono open source. È chiaro che mettono a rischio il successo delle grandi quotazioni in arrivo. Oltre che lo stesso modello di business adottato da colossi come OpenAI e Anthropic. Da qui nasce l’appello a rallentare, per mantenerne il controllo». Franco Bernabè, manager di lungo corso, ex ad di Eni e Telecom e ora presidente di TechVisory, crede poco all’appello dei big della Silicon Valley che ha aperto un dibattito sui rischi apocalittici del comparto. Intervistato su Class Cnbc riporta la questione più a fattori di «marketing» che di vero e proprio allarme sociale. Ma da manager esperto avverte anche le aziende: «Non basta mettere un chatbot a gestire le email per rendere l’azienda competitiva in ambiente AI. E le dinamiche commerciali e industriali basate sull’AI rischiano di rendere invisibili le aziende del Made in Italy che ancora si basano sui vecchi sistemi di relazione commerciale. Serve rivedere completamente i processi. E questa è la sfida del futuro»
Il settore dell’asset management europeo si trova di fronte a una trasformazione che rischia di incidere sempre più sulla redditività dei gestori tradizionali. Da un lato le masse continuano a lievitare, dall’altro una quota crescente dei nuovi flussi si concentra su prodotti a basso costo, in particolare Etf, mettendo sotto pressione le commissioni. E a guidare questa transizione sono i grandi operatori statunitensi, forti di dimensioni che consenteno loro di competere sui prezzi e di investire in tecnologia, distribuzione e piattaforme globali. Secondo S&P Global Ratings, la pressione sui margini dei gestori tradizionali europei è elevata proprio per effetto dei cambiamenti nel mix degli asset e della crescente incidenza delle strategie passive. Il problema quindi non è soltanto l’aumento delle masse ma anche la qualità economica dei nuovi flussi: più patrimonio non significa necessariamente più ricavi se il denaro si sposta verso prodotti caratterizzati da commissioni sempre più basse. I dati 2025 fotografano bene questa dinamica. Nel complesso gli Etf europei hanno raccolto 347 miliardi di euro, segnando il terzo anno consecutivo di record. Significativo è il confronto all’interno dell’azionario: gli Etf hanno attirato 261 miliardi mentre i fondi azionari non-Etf hanno registrato deflussi per 14 miliardi (dati Efama). È questa la tendenza che sta modificando il modello di business del settore. I gestori europei possono beneficiare della crescita delle masse ma devono fare i conti con il fatto che una parte consistente della nuova domanda si concentra proprio sui prodotti con le commissioni più contenute
Ecco un tema che potrebbe sembrare di secondaria importanza e invece è rivelatore di come si tenda a escludere i lavoratori, specie se dipendenti, dalla gestione di risorse che sono a tutti gli effetti di loro proprietà. Sulla portabilità dei contributi previdenziali che deve versare il datore di lavoro è in corso una contesa che riguarda vari soggetti, ma che tende a escludere il diretto interessato, cioè il lavoratore che dovrebbe percepirlo. Riepiloghiamo: da quando c’è consapevolezza della difficoltà a cui rischia di andare incontro il sistema previdenziale italiano, la grande scommessa è far decollare i fondi pensione integrativi, uno strumento che affianca la pensione pagata dall’Inps, destinata a impoverirsi, migliorando il reddito del pensionato. Oggi sono operativi fondi di categoria nei quali i lavoratori possono far confluire il proprio tfr. Inoltre tanto il lavoratore quanto l’azienda possono versare al fondo una percentuale minima della retribuzione. Quella del lavoratore può spingersi fino al 12%, quella del datore di solito almeno fino all’1%
È nata solo nel 2025, ma cammina a grandi passi. La startup insurtech Mama Insurance è nata a Castel Maggiore (Bologna) e propone un servizio innovativo: è specializzata in polizze per proprietari di casa, locatori e affittuari, offre protezioni personalizzabili che si adattano alle reali esigenze di chi vive, possiede o affitta un immobile. Fondata dall’amministratore delegato Leonida Fini Zarri ha appena chiuso un nuovo round che porta la raccolta a 2 milioni di euro e l’operazione vede impegnate Fastweb+Vodafone, Founders Factory e Vento tra equity, finanza pubblica non diluitiva e debito. Il nuovo capitale finanzierà l’espansione della piattaforma oltre la polizza casa, verso nuove linee personali e prodotti dedicati alle pmi. Mama è una piattaforma assicurativa AI-native che distribuisce polizze di grandi partner assicurativi internazionali, con i quali condivide valori e visione innovativa.
- Le peculiarità di Young Doppio Bonus
Italiana Young Doppio Bonus è un contratto di assicurazione a premio ricorrente a termine fisso, con rivalutazione annuale del capitale
e del premio, le cui prestazioni si rivalutano in base al rendimento della gestione separata Prefin Plus.
La durata minima del contratto è pari a 5 anni, la massima è pari a 19 anni e in ogni caso la durata del contratto dovrà coincidere con il compimento del 19° anno di età del beneficiario. L’obiettivo è quello di proteggere il capitale e ricercare un piccolo incremento dello stesso. La polizza presenta un profilo di rischio basso e le sue aspettative di rendimento sono in linea con la conservazione nel tempo del potere d’acquisto del capitale investito. Il premio minimo annuo iniziale non può essere inferiore a 600 euro e l’importo di ogni premio unico integrativo ha l’unico vincolo di non poter essere inferiore a 300 euro e superiore a 25 mila euro annui

Il mega dibattito sui rischi dell’IA (che tanto interessa i lettori di questa rubrica) non riguarda solo i media. Nel suo intervento all’ultimo meeting di Davos, Larry Fink, il grande capo di BlackRock, è tornato sui rischi dell’IA («rischio di amplificare, e di molto, la disuguaglianza»). Tanti la pensano come lui, ciononostante è difficile, allo stato, ipotizzare un rallentamento nella corsa verso il nuovo mondo. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale ha una data di inizio ben precisa: il 30 novembre 2022. È cioè quando OpenAI lanciò in rete ChatGpt, il chatbot che, rispondendo a un comando vocale, è in grado di creare testi, foto, audio ecc., nonché di rispondere vocalmente. Insomma, da allora si può dialogare in maniera naturale con una macchina e avere risposte «razionali». Il successo, come tutti noi sappiamo, è stato appunto epocale, creando una nuova frontiera per le applicazioni della tecnologia digitale e, più in generale, segnando i confini di una nuova modernità (la precedente era stata disegnata da Internet). Sono passati solo tre anni e ora le grandi imprese tech e i grandi centri di ricerca sono già lanciati verso un nuovo traguardo: l’intelligenza artificiale generale (Agi). Sarà un’intelligenza che: apprende da sola; si adatta al mondo reale; migliora sé stessa e può addestrare altre intelligenze; sviluppa una comprensione autonoma, generale e profonda dei fenomeni. In tutto ciò è molto diversa dalla «narrow AI», l’intelligenza artificiale «ristretta», che è quella di ChatGpt e similari, che comunque si muovono (apprendono) entro gli spazi del già esistente e nei limiti fissati nelle fasi di addestramento dagli sviluppatori.
Il decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre 2026, attuativo della direttiva Ue 2025/2, riforma il Codice delle assicurazioni private introducendo un regime semplificato per le imprese piccole e non complesse e nuovi obblighi per le compagnie di maggiori dimensioni. La riforma rafforza governance, politiche di diversità, cybersicurezza e gestione dei rischi ESG, includendo il cambiamento climatico nell’ORSA attraverso scenari di lungo periodo. Cresce inoltre l’attenzione della vigilanza agli aspetti macroprudenziali, ai rischi sistemici e alle attività transfrontaliere rilevanti.

Un’indagine della Procura di Milano sulla frode da 95 milioni subita da Fideuram a febbraio ha portato a identificare un presunto beneficiario di parte delle somme: un cittadino israeliano di 48 anni, collegato a due wallet Bitcoin sui quali confluirebbero circa 4 milioni di euro. L’identità dell’indagato resta tuttavia da verificare attraverso rogatorie internazionali, mentre circa 36 milioni risultano ancora sottratti dopo i recuperi effettuati in Cina e Portogallo. Un caso analogo ha coinvolto Banca Ifis, che a maggio avrebbe subito una frode da 24 milioni tramite e-mail contraffatte tra dirigenti del gruppo. La pronta attivazione dei circuiti interbancari e delle indagini giudiziarie ha consentito di recuperare circa 20 milioni, anche attraverso sequestri in Spagna e blocchi di fondi in Portogallo e Singapore.
Volkswagen sta richiamando circa 2,16 milioni di veicoli in tutto il mondo a causa del rischio di corrosione di una vite dello sterzo.
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Il gruppo Sara Assicurazioni chiude il primo semestre con un utile netto consolidato a 47,4 milioni di euro, in crescita del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, e con un indice di solvibilità di gruppo del 373%, su livelli superiori ai requisiti regolamentari. La capogruppo Sara Assicurazioni registra una raccolta premi di 390 milioni di euro, in linea con il 2025, e un utile netto a 28,4 milioni. Crescita a doppia cifra per la controllata Sara Vita, che porta la raccolta premi a 73,5 milioni (+19,7%) e chiude il semestre con un utile netto di 5,2 milioni di euro e con un indice di solvibilità del 445%.
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