Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Una partnership strategica tra Mps e il Leone che vada oltre l’operazione su Banca Generali e si estenda alla bancassurance, al wealth e all’asset management. Luigi Lovaglio apre esplicitamente a un’alleanza con la compagnia di Trieste e indica nella combinazione tra la rete di Mps e la capacità produttiva di Generali uno dei pilastri del nuovo gruppo che Siena punta a costruire. Un gruppo che, nelle intenzioni del banchiere, dovrebbe prendere forma attraverso le ops su Banco Bpm e Banca Generali che Siena ha lanciato ad agosto e che «possono funzionare individualmente», ha precisato il ceo parlando ieri a Londra alla Bofa Conference. L’operazione su Banca Generali diventerebbe così la porta d’ingresso per una collaborazione industriale più estesa. L’ingresso del Leone nel capitale di Mps garantirebbe inoltre, secondo Lovaglio, maggiore stabilità alla governance. Mettendo insieme «una forte rete, il fantastico brand di Generali», la volontà di crescere nella bancassurance e la possibilità di una partnership nell’asset management, si creerebbe «una prima scelta per la futura cooperazione e per sviluppare il potenziale del nostro business».
Crédit Agricole esce allo scoperto e stringe la presa su Banco Bpm a poche settimane dal lancio dell’ops di Mps. Ieri Clotilde L’Angevin, direttore generale aggiunto del gruppo francese con responsabilità su Finanza e Pianificazione, ha ribadito la strategia italiana della banque verte in un’intervista a Cnbc da Londra: «l’Italia è il nostro secondo mercato domestico, quindi per noi è molto importante. Tutte le nostre attività sono presenti in Italia. Il 20% dei nostri utili viene dall’Italia e metà di questo arriva dalla nostra banca retail».  Una presenza destinata a crescere anche organicamente: nel piano di medio termine Crédit Agricole punta a portare la clientela italiana «da 6 a 6,5 milioni», accelerando sulla digitalizzazione e sulle sinergie con le altre attività del gruppo, dal corporate & investment banking alle assicurazioni. Ma è su Bpm che il messaggio diventa più politico, almeno sotto il profilo degli equilibri azionari. Agricole è ormai di gran lunga il primo socio di Piazza Meda, il 3 luglio il gruppo francese ha annunciato di essere salito al 29,3%, appena sotto la soglia del 30%, attraverso acquisti di azioni sul mercato e l’utilizzo di uno strumento derivato. L’operazione, secondo la stessa banca, è coerente con il ruolo di «investitore di lungo termine» e serve anche a proteggere le partnership industriali già esistenti con Banco Bpm nel credito al consumo e nelle assicurazioni.
I fondi pensione negoziali, insieme a sindacati e parti datoriali, vanno in pressing contro le norme della riforma delle pensioni che introducono la portabilità del contributo del datore di lavoro verso fondi aperti e polizze. Il dialogo con il governo si sta intensificando. Senza ulteriori rinvii le nuove regole, previste dalla legge di Bilancio 2026, entreranno in vigore il prossimo 31 ottobre e rischiano di essere dirompenti per il settore: finora, per avere diritto al contributo economico del datore di lavoro previsto dal proprio contratto nazionale, il lavoratore dipendente doveva iscriversi e a rimanere nel fondo pensione negoziale di categoria (chiuso). Se decideva di trasferire i propri risparmi previdenziali (tfr compreso) verso un fondo aperto o un piano individuale pensionistico perdeva la quota a carico dell’azienda, pari in media all’1-2% della retribuzione lorda. Un evidente freno alla migrazione. Con la nuova riforma, il contributo del datore di lavoro diventerà appunto «portabile» e il dipendente potrà trasferire la propria posizione previdenziale verso qualsiasi altra forma pensionistica (aperta o Pip), senza perdere il diritto a ricevere la quota aziendale nel nuovo fondo scelto. Una norma che porterà concorrenza nel mercato della previdenza complementare, a vantaggio del lavoratore, sostengono le assicurazioni e le banche. Le primissime stime d’impatto della portabilità del contributo di lavoro, in verità, non sarebbero allarmanti. L’effetto sarebbe di circa il 10-15% sui patrimoni. Ma con la portabilità si creerebbe soprattutto incertezza, sostengono i fondi negoziali che sono arrivati a gestire quasi 85 miliardi di euro di asset. Il rischio sarebbe di togliere al Paese la capacità e le risorse per fare investimenti strategici di lungo periodo.
Cambia volto l’azionariato di Ferak, il salottino finanziario veneto nato nel 2003 proprietario di un consistente pacchetto di 3,3 milioni di azioni di Assicurazioni Generali (1,2% del capitale) e di investimento in Banco Bpm. La proroga al 2026 della durata della società decisa a maggio ha convinto tutti i soci di minoranza a esercitare il diritto di recesso e a lasciare mano libera alla famiglia Amenduni, già detentrice del 70,3% tramite Acciaierie Valbruna, Fingra, la controllata Finval e Pegaso. A esercitare il recesso sono stati la Finint di Enrico Marchi titolare dell’11,92% tramite il veicolo Sviluppo 56, Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa (16,37%) e Gianfranco Zoppas con l’1,4%.

Dall’11 settembre 2026 i fabbricanti di prodotti con elementi digitali sono tenuti a notificare tempestivamente eventuali vulnerabilità e incidenti gravi di sicurezza. È il primo obbligo operativo del regolamento Ue 2024/2847, il cosiddetto Cyber Resilience Act (CRA) dell’Unione Europea, ad entrare in applicazione. E rappresenta molto più di una scadenza normativa. Segna infatti l’inizio di un cambiamento che modificherà il rapporto tra mercato, tecnologia e cybersicurezza. Le imprese che producono hardware, software o dispositivi connessi non dovranno più limitarsi a sviluppare funzionalità innovative, ma anche dimostrare che la sicurezza è stata incorporata nel prodotto fin dalla progettazione. La piena applicabilità complessiva del CRA scatterà invece dall’11 dicembre 2027. L’impatto sarà particolarmente rilevante per le PMI. Molte organizzazioni che non si considerano aziende tecnologiche potrebbero scoprire di rientrare nel perimetro del regolamento semplicemente perché i propri prodotti incorporano software, firmware o funzioni di connettività. Inoltre, importatori e distributori saranno chiamati a verificare la conformità dei prodotti immessi sul mercato, generando un effetto a cascata lungo tutta la filiera.
Gli ingegneri iscritti all’albo di categoria sono 253 mila, mentre i possessori di un titolo accademico in ingegneria sono oltre un milione. Una «frattura da sanare», visto che molte attività ingegneristiche «possono essere svolte da soggetti la cui competenza non è stata validata da un esame di Stato né è presidiata da un ente pubblico che ne verifichi la persistenza». È il pensiero di Angelo Domenico Perrini, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, espresso ieri durante il discorso di apertura del 70° Congresso nazionale di categoria, in programma a Trieste da ieri fino a domani.

Affrontando il rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro, uno dei primi temi che emergono è quello della formazione. È comprensibile in quanto la diffusione di strumenti sempre più potenti richiede che chi li utilizza ne conosca almeno in parte il funzionamento, sappia valutarne i limiti e abbia sufficiente consapevolezza di ciò che sta facendo quando affida a una macchina una parte del proprio lavoro. Sarebbe però riduttivo pensare che la questione si esaurisca qui. L’intelligenza artificiale sta infatti modificando qualcosa di più profondo del patrimonio di competenze richiesto ai lavoratori. I cambiamenti riguardano il rapporto con il lavoro stesso e, in particolare, con lo sforzo e la fatica inevitabile che esso comporta. Una domanda che fino a poco tempo fa si poneva solo in alcune attività oggi riguarda un numero crescente di persone: perché dovrei impiegare ore e impegno per produrre qualcosa che una macchina può restituirmi in pochi secondi? La risposta non è affatto scontata, soprattutto quando l’organizzazione valuta quasi esclusivamente il risultato finale e presta poca attenzione al processo attraverso il quale quel risultato è stato ottenuto. Se conta soltanto arrivare rapidamente a un output accettabile, l’uso intensivo dell’intelligenza artificiale diventa perfettamente razionale. Il problema nasce quando, insieme al tempo risparmiato, scompare anche il processo che consentiva alle persone di diventare non solo più competenti, ma di partecipare attivamente alla costruzione di valore. Molte competenze professionali si costruiscono attraverso attività lente, poco gratificanti e spesso ripetitive, che acquistano senso soltanto dopo anni, quando ci si accorge che proprio quella familiarità accumulata consente di riconoscere un errore, formulare un giudizio o distinguere un lavoro ben fatto da uno soltanto plausibile. Se una parte consistente di questi passaggi viene delegata fin dall’inizio, si può guadagnare efficienza immediata perdendo però capacità nel tempo. Qualcosa di simile può accadere anche a chi possiede già esperienza. La possibilità di affidare alla macchina attività sempre più ampie può progressivamente ridurre la familiarità con processi e conoscenze che si consideravano ormai stabilmente acquisiti. Il deskilling, in questo senso, non riguarda soltanto la sostituzione di alcune mansioni, ma può prodursi dentro la stessa persona, attraverso un uso della tecnologia che progressivamente atrofizza ciò che non viene più esercitato.
Meno di un italiano su due (il 45%) si dice soddisfatto del servizio sanitario a fronte del 56% degli altri Paesi, in leggero calo rispetto al 2025 (48%) ma nettamente in discesa dai tempi del Covid, quando nel 2022 il Ssn era più popolare e lo promuoveva il 62%. L’unica area che secondo gli italiani riceve un buon supporto pubblico è quella dell’accesso ai farmaci (59%), mentre appena il 40% si sente ben supportato dal Ssn nella prevenzione, solo il 24% nell’assistenza agli anziani e il 21% sulla salute mentale. Quasi sei italiani su dieci aprono poi all’impiego dell’intelligenza artificiale a patto che resti centrale la relazione umana. La fotografia nitida del presente e del futuro della nostra sanità la scatta l’ultimo focus italiano dello Stada Health Report 2026, presentato ieri a Milano nel corso di un evento promosso da EG Stada Group in collaborazione con Il Sole 24 Ore. L’indagine, condotta da Human8 per conto di Stada, ha coinvolto circa 2mila italiani tra i 18 e i 76 anni nell’ambito di una ricerca online realizzata in 20 Paesi tra febbraio e marzo 2026
Il mondo sta cambiando. Incendi devastanti, ghiacciai distruttivi, ondate di calore pestilenziali. In Italia, dalla cima del Monte Bianco, resa inaccessibile per le vie normali dall’instabilità strutturale causata dal calore, alle valli risicole del Vercellese, che hanno dovuto rinunciare a parte della produzione per mancanza d’acqua, i fenomeni altamente simbolici del cambiamento climatico non sono mancati quest’estate. Le ondate di calore hanno superato molti record. E hanno consumato importanti riserve di umidità. Le aree di forte allerta per la siccità in Italia si sono concentrate nel Nord Ovest, secondo lo European Drought Observatory, ma quelle che andavano monitorate con attenzione erano molto più vaste e diffuse su tutta la penisola. Dietro a queste osservazioni emerge una nuova realtà: la siccità non è più un fenomeno estremo, dicono al Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), è la nuova normalità.
L’ultimo rapporto della Ragioneria generale dello Stato, pubblicato a luglio stima un aumento dei requisiti di tre mesi per l’accesso alla pensione nel biennio 2029-30 e ulteriori incrementi negli anni successivi, quale conseguenza dell’allungamento della speranza di vita. Infatti secondo le regole attuali, l’accesso alla pensione viene posticipato se la durata media della vita si allunga, ma se la prima rimane invariata o diminuisce (come durante la pandemia da Covid) i requisiti di pensionamento possono solo rimanere stabili. Le proiezioni più recenti confermano quanto già contenuto nell’aggiornamento pubblicato a fine 2025 dalla Ragioneria e, seppur altamente probabili, non sono dati definitivi. Infatti per l’ufficialità si dovrà attendere un decreto ministeriale che sarà pubblicato entro la fine del 2027. Ma, a differenza di quanto avvenuto negli ultimi anni, a legislazione vigente nel 2029 gli incrementi si applicheranno a tutti i canali di pensionamento.
In Italia il mattone continua a essere una delle principali forme di investimento delle famiglie. La fotografia fornita da Eurostat (statistiche 2025 su 2024) evidenzia che, nel nostro Paese, il 75,9% della popolazione vive in un’abitazione di proprietà, percentuale di molto superiore alla media europea, che si attesta intorno al 68%.  Ciononostante, la diffusione delle coperture assicurative degli immobili appare ancora limitata, anche se in aumento rispetto al più recente passato. Se il rischio incendio, quanto alle abitazioni civili, risulta alla data del 31 marzo 2026 abbastanza presidiato (sono 18,4 milioni le unità abitative assicurate su un totale di 35,4 milioni, ossia il 52,1% del patrimonio immobiliare abitativo totale – fonte Ania, l’assicurazione italiana 2025-2026), le altre tipologie di rischio risultano decisamente meno assicurate: si pensi agli eventi catastrofali (quali ad esempio terremoto e alluvione), in relazione ai quali la stima delle unità abitative coperte da polizze è pari a 2,6 milioni (su un totale di 35,5 milioni), anche se il dato è in forte crescita rispetto al decennio precedente. Rimane, sullo sfondo, il tema più generale della strutturale sottoassicurazione che, nel ramo danni, colloca l’Italia al 25° posto tra i paesi Ocse e, dunque, sotto la media europea, per incidenza dei premi danni sul Pil (Relazione annuale Ivass 2025); dato, questo, che rivela – nonostante il sempre maggiore impegno del Governo, di Ivass e di Ania nel promuovere l’educazione finanziaria – un’ancora inadeguata cultura assicurativa e un’insufficiente consapevolezza, nella popolazione, dell’importanza di proteggersi dai rischi più tipici e ricorrenti.
Le polizze per la casa sembrano parlare una lingua semplice riferendosi a categorie di rischio nominate di facile comprensione: incendio, acqua, furto, eventi atmosferici, fabbricato individuano definizioni e concetti piuttosto intuitivi. In realtà, dietro a queste indicazioni generiche, la descrizione dei rischi assicurati, all’interno delle condizioni di polizza, talvolta si complica attraverso specificazioni assai capillari, non sempre agevolmente comprensibili e, in alcuni casi, non adeguatamente evidenziate. Il lessico tecnico e la frequente complessità di alcune clausole di delimitazione del rischio possono, perciò, costituire elementi di insidia per un consumatore non avvezzo al gergo assicurativo e far ritenere in copertura determinati eventi che, in realtà, la polizza non contempla o esclude. È compito dei distributori assicurativi ridurre al minimo i margini di incertezza testuale e applicativa attraverso la costruzione di contratti «semplici e chiari», da collocarsi nel rispetto delle effettive esigenze di rischio e dei bisogni di copertura dell’assicurato (si veda la pagina successiva).
L’importante vocazione sociale della moderna assicurazione danni, ben espressa anche nel settore della protezione del nostro patrimonio immobiliare nazionale (abitativo e produttivo), presuppone e postula assoluta serietà e correttezza nella costruzione e nel collocamento presso la clientela di soluzioni assicurative valide ed efficaci. Le possibili insidie che si celano in molti dei modelli di polizza casa ancora in uso nel mercato (si veda la pagina precedente) possono esser superate attraverso un impegno responsabile, da parte dei distributori assicurativi, alla realizzazione di prodotti semplici, chiari e conformi alle esigenze di copertura del target market di riferimento e alle specifiche richieste e aspettative di ciascun singolo assicurato. Quanto alle compagnie assicurative la chiarezza dei testi contrattuali pare oggi esigenza imprescindibile per arginare il rischio di alimentare conflitti che per loro potrebbero rivelarsi il più delle volte perdenti.
L’acquisto della casa è un momento in cui il mercato del credito incontra il mercato assicurativo. Nel mutuo casa, la polizza sull’immobile non è un dettaglio: per la banca, la copertura assicurativa del cliente rafforza la tutela del credito e può facilitare la concessione del finanziamento. Una prassi diffusa ha prodotto coperture diverse, accomunate da una funzione «double face»: polizze che proteggono un interesse del debitore (proprietario del bene assicurato) e, indirettamente, salvaguardano il credito della banca (vincolataria/beneficiaria). Queste soluzioni intercettano più interessi convergenti, tutelando il patrimonio (e la capacità di rimborso) dell’assicurato e proteggendo l’aspettativa creditizia. Il modello richiama quello dei finanziamenti mediante cessione del quinto di pensione o stipendio, dove però il meccanismo è diverso: le polizze a copertura del rischio morte e perdita impiego sono, in quel caso, obbligatorie per legge (articolo 1, comma 1 e 3; articolo 54, Dpr 180/50).
A quasi tre anni dall’entrata in vigore, la disciplina di quest’assicurazione obbligatoria risulta, per certi versi, ancora in via di completamento e, per altri, bisognosa di rodaggio e piena comprensione da parte dei destinatari dell’obbligo. Ci riferiamo alla legge di Bilancio 2024 (213/2023) che ha dato vita a un modello assicurativo fondato su un obbligo bilaterale: da un lato quello di assicurarsi dai rischi catastrofali, in capo alle imprese produttive iscritte al Registro imprese, dall’altro quello di “contrarre”, posto a carico delle compagnie assicurative autorizzate a operare nel ramo 8 danni. Obbligo, quest’ultimo, di non semplice attuazione pratica in un contesto, quello dei rischi calamitosi, che il Codice civile (articolo 1912) ha ritenuto di tale impatto da essere estraneo al paradigma di copertura tipico di una polizza danni (salvo patto contrario).
La legge di conversione 59/2026 del Dl 25/2026, in tema di interventi urgenti per fronteggiare l’emergenza provocata dal ciclone Harry e dalla frana di Niscemi (si veda la pagina 7), ha introdotto la figura dell’esperto per la stima dei danni catastrofali. Già la legge 40/2025 (in tema di ricostruzione post calamità), all’articolo 26, comma 1, lettera c, nella delega conferita al Governo in materia di indennizzi per danni causati da calamità naturali ed eventi catastrofali, prevedeva la promozione, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, della costituzione presso «la Concessionaria servizi assicurativi pubblici (Consap) Spa di un ruolo di esperti per la stima economica dei danni prodotti da eventi calamitosi». Ruolo effettivamente istituito dall’articolo 19 del Dl 25/2026 che, per la prima volta, assoggetta a riserva settoriale l’attività di accertamento e valutazione danni di beni di rami elementari, in maniera simile a quanto previsto nella materia della Rc auto per l’attività peritale (articoli 156-160 del Codice delle assicurazioni private). Materia che condivide con l’assicurazione Cat Nat la caratteristica dell’obbligo bilaterale ad assicurare (a contrarre per le compagnie, ad assicurarsi per le imprese produttive) e la straordinaria vocazione sociale e pubblicistica della copertura di legge.
Quando l’immobile assicurato è concesso in locazione, proprietario e conduttore non sono esposti allo stesso rischio. Il primo deve proteggere il valore del bene; il secondo, invece, deve soprattutto proteggersi dalle responsabilità che possono derivare dalla perdita o dal deterioramento dell’immobile e dai danni provocati a terzi durante la locazione. È da questa distinzione, non sempre adeguatamente considerata nelle polizze casa, che occorre partire. L’articolo 1588 del Codice civile pone a carico del conduttore la perdita e il deterioramento della cosa verificatisi durante la locazione, anche se derivanti da incendio, salvo che provi una causa a sé non imputabile. La responsabilità si estende ai danni cagionati dalle persone ammesse, anche temporaneamente, all’uso o al godimento dell’immobile. Non si tratta, dunque, di una responsabilità automatica, ma di una responsabilità contrattuale aggravata sul piano probatorio: la causa ignota resta, in linea di principio, a carico del conduttore. Su un piano diverso si collocano i danni prodotti dall’immobile o dalla sua conduzione a vicini e terzi, per i quali possono venire in rilievo la custodia ex articolo 2051 del Codice civile e le specifiche pattuizioni del contratto di locazione.