Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Risarcimento dei danni causati dall’Intelligenza Artificiale (IA) come i sinistri stradali: si può fare causa direttamente all’assicurazione dell’impresa/Pa che ha usato il robot. E se il danneggiato non ha tutte le carte per dimostrare la responsabilità, ma la sua richiesta è verosimile, ci pensa il giudice a ordinare al danneggiante di portare in causa i documenti che lo inchiodano. È quanto prevedono le norme in materia di responsabilità civile dettate dal dlgs n. 160/2026, attuativo della legge 132/2025, che si occupa anche di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale (si veda ItaliaOggi del 17/9/2026). Il dlgs, che entra in vigore il 30/9/2026, delinea una serie di bonus, che il danneggiato può giocarsi in una causa per ottenere il risarcimento dei danni causati dall’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale.
Le imprese rischiano le sanzioni amministrative del dlgs 231/2001, se non presidiano la sicurezza dell’IA (Intelligenza Artificiale). È quanto prevede dlgs n. 160 del 9 settembre 2026, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 214 del 15 settembre 2026, attuativo della legge quadro sull’IA n. 132/2025, che contiene anche disposizioni in materia di impiego dei sistemi di IA nelle attività di polizia (compresa la disciplina dell’identificazione biometrica con l’uso delle IA) e in tema di risarcimento dei danni causati dall’utilizzo di sistemi di IA (con alcune presunzioni degli elementi della responsabilità contrattuale ed extracontrattuale). Il provvedimento, dunque, presenta significative novità a riguardo della responsabilità amministrativa delle imprese, dettata dal dlgs 231/2001, discendenti dalla commissione di determinati reati, chiamati “reati presupposto”, commessi da parte di soggetti dell’organizzazione in posizione apicale (amministratori e management) e di soggetti sottoposti all’altrui direzione. L’impatto sui Mog. In particolare, da un lato, viene introdotto, come articolo 437-bis del codice penale, il nuovo reato di “omessa adozione di misure di sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale e alterazione illecita” e, dall’altro lato, viene allungata la lista dei “reati presupposto”, inserendo nel dlgs 231/2001 l’articolo 25-vicies, dedicato ai “reati commessi con l’uso di sistemi di intelligenza artificiale”. Le novità normative, dunque, impongono le imprese ad aggiornare i modelli di organizzazione e gestione (Mog), previsti dagli articoli 6 e 7 del dlgs 231/2001, dai quali può derivare, a certe condizioni, l’esonero dell’impresa dalla responsabilità amministrativa
Da un lato, la farmaceutica. Dal lato opposto i fornitori di componentistica per auto. Sono questi i due estremi del rischio d’impresa presenti oggi in Italia fotografati dal Sector Atlas 2026 (Atlante dei settori 2026) realizzato da Allianz Trade analizzando 18 settori economici e 70 Paesi sulla base della domanda, redditività, liquidità e contesto operativo e normativo in cui si trovano a operare. Secondo i risultati dell’analisi, la farmaceutica è l’unico settore a basso rischio presente in Italia, forte di una domanda poco ciclica, dell’invecchiamento della popolazione, delle malattie croniche e dall’espansione dell’accesso alle cure. Ma dotato anche del potere di determinazione dei prezzi capace di mettere le aziende farmaceutiche al riparo dalle turbolenze macroeconomiche. Tutto questo sostenuto da forti barriere all’ingresso fatte di proprietà intellettuale e capacità innovativa che garantiscono alle imprese una certa capacità di generare cassa. Mentre il sostegno dell’intelligenza artificiale sta accelerando la scoperta di nuovi farmaci, la progettazione di studi clinici e i processi regolatori.
Finanziamenti più semplici e sicuri per i pensionati. Richieste, gestione ed estinzione, infatti, sono ora svolte esclusivamente online, attraverso canali telematici dedicati. Inoltre, a maggior tutela dei pensionati, l’identità può essere verificata con modalità flessibili ed evolute e, cioè, oltre al classico documento di riconoscimento è richiesta la conferma con il codice Otp inviato dall’Inps. Le novità sono contenute nel nuovo schema di convenzione dell’Inps per i prestiti accordati con la cessione del quinto della pensione, adottato con deliberazione del Consiglio di amministrazione n. 55/2026, illustrato nel messaggio n. 2308/2026, con validità triennale dal 1° maggio 2026 al 30 aprile 2029. La “cessione del quinto della pensione” è il prestito che i pensionati possono ottenere da una banca o intermediario finanziario, da rimborsare mediante addebito mensile e automatico sulla pensione effettuato da Inps. L’addebito non può superare un quinto dell’importo mensile della pensione. L’occasione della nuova convenzione ha suggerito un approfondimento di tutta la disciplina.
In Italia, la cessione del quinto è un mercato che muove un volume d’affari annuo erogato che gira attorno ai 6-7 miliardi di euro, all’interno del più ampio comparto del credito al consumo. Un business di tutto rispetto. Per il sistema bancario e finanziario, la pensione non è quindi una misura d’assistenza, ma una vera e propria asset class: un flusso di cassa garantito direttamente dallo Stato, con un rischio di insolvenza praticamente azzerato. È in questa cornice che va letta la nuova convenzione Inps valida per il triennio 2026/2029. L’intervento dell’Istituto non va scambiato per una mossa paternalistica, ma per quello che è a tutti gli effetti: un aggiornamento delle regole d’ingaggio tra chi gestisce la previdenza pubblica e chi eroga liquidità sul mercato. Ma il vero nodo economico dell’accordo è nei margini e nel costo effettivo del finanziamento. La convenzione fissa un tetto ai tassi d’interesse nominali (il Tan), garantendo ai pensionati condizioni finanziarie generalmente più favorevoli rispetto ai classici prestiti personali non finalizzati. Tuttavia, chi conosce le dinamiche di questo prodotto sa che il tasso d’interesse racconta solo metà della storia. L’altra metà la fanno le coperture assicurative obbligatorie sulla premorienza
Il fondo patrimoniale sempre più vicino a uno scudo di paglia. La cassaforte familiare vacilla dinanzi all’orientamento fornito dalla Cassazione, da ultimo con la sentenza n. 25114 dello scorso 8 settembre. Anche i debiti tributari nati dall’esercizio di un’attività imprenditoriale possono consentire l’iscrizione di ipoteca sui beni conferiti nel fondo. Il punto decisivo non è, infatti, stabilire se il debito abbia origine “privata” oppure “professionale” o “imprenditoriale”. Secondo la Cassazione occorre verificare il rapporto esistente tra il fatto generatore dell’obbligazione e i bisogni della famiglia, questi ultimi non coincidenti coincidono affatto con le sole necessità essenziali del nucleo familiare. È proprio qui che l’istituto rischia di veder svanire la sua protezione. Se l’attività economica del coniuge è funzionale, anche indirettamente, alla produzione delle risorse destinate alla famiglia, diventa assai più difficile sostenere che l’obbligazione sia estranea ai suoi bisogni. La Cassazione, nella sentenza in commento, afferma così che l’iscrizione ipotecaria ex art. 77 dpr 602/73 è possibile anche sui beni del fondo, purché ricorrano le condizioni dell’art. 170 c.c.. Soprattutto precisa che la semplice circostanza che il debito sia sorto nell’esercizio dell’impresa non dimostra né l’inerenza ai bisogni della famiglia né, al contrario, la sua estraneità. Il contribuente che vuole invocare la protezione del fondo deve fornire la prova dell’estraneità del debito e della conoscenza di tale estraneità da parte del creditore
Il credito aiuta gli italiani a sostenere i consumi e gli investimenti sulla casa, nell’ambito di un contesto economico che risente ancora del clima geopolitico di incertezza globale. Nei primi sei mesi del 2026, infatti, si registra un ulteriore crescita della platea di italiani che ha in essere almeno un contratto di credito rateale, pari al 60,7% della popolazione maggiorenne (+1,8% rispetto al 2025). Contestualmente, aumenta anche l’ammontare medio delle rate pagate dalle famiglie per mutui e prestiti, pari a 285 euro al mese (+2,5% rispetto allo scorso anno). Si tratta dello scenario che emerge dalla lettura dell’ultima edizione del rapporto curato da Mister Credit, l’area di Crif che si occupa dello sviluppo di soluzioni e strumenti per i consumatori, che ha puntato i riflettori sulla mappa del credito, ossia sull’andamento dell’utilizzo del credito rateale da parte degli italiani
L’attività finanziaria non è per tutti. Così come è concentrata anche la ricchezza (il 10% più ricco controlla il 60,6% della ricchezza italiana). Una polarizzazione che è andata crescendo nell’ultimo decennio tanto che il 50% delle famiglie meno abbienti detiene appena il 7,3% del totale del patrimonio finanziario della Penisola. L’allarme è stato lanciato attraverso l’osservatorio sulla ricchezza delle famiglie realizzato dalla Fondazione Fiba di First Cisl su dati Bce ed Eurostat secondo cui, alla fine del 2025, il 10% più abbiente delle famiglie italiane deteneva il 43,4% dei depositi, il 76,7% dei titoli di debito, il 93,3% delle azioni quotate, l’82,5% delle quote di fondi comuni, il 76,9% delle assicurazioni ramo vita e il 98,3% delle azioni non quotate. Tutto questo, mentre il livello complessivo della ricchezza, nel suo complesso, continuava a crescere anche se a un ritmo inferiore rispetto al resto d’Europa. Lo scorso anno, infatti, la ricchezza netta totale delle famiglie ha raggiunto gli 11.333 miliardi di euro con un incremento del 22,8% rispetto ai 9.226 miliardi del 2015. Nello stesso decennio, tuttavia, la ricchezza delle famiglie in Germania è salita dell’87,3%, in Spagna del 56,6% e in Francia del 42%, a fronte di una media della zona euro pari al 60,8%. Una sotto-performance, quella italiana, che ha determinato una progressiva erosione del peso relativo del patrimonio familiare della Penisola all’interno del Vecchio continente, passato dal 21,7% del 2015 al 16,5% del 2025. Pur mantenendo una ricchezza media per famiglia di 452.300 euro, superiore a quella francese (441.080 euro) e spagnola (436.900 euro), l’Italia è stata sorpassata tuttavia dalla Germania (480.390 euro)
Più di un italiano su due continua a mettere da parte una quota delle entrate, anche se a un ritmo più contenuto rispetto allo scorso anno. Nel 2026, il 56% delle famiglie è riuscito infatti a risparmiare, accantonando in media l’11,9% del proprio reddito disponibile. Un gesto considerato indispensabile dal 28% del campione analizzato nell’indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie condotta da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi su 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente. La molla principale per mettere da parte dei risparmi continua a essere legata alla tutela dagli imprevisti (40%), seguita dalla volontà di integrare la pensione (19%), acquistare casa (19%) e trasmettere un’eredità ai figli (11%), mentre è cresciuta la componente destinata agli investimenti (6%). «L’economia italiana continua a mostrare una buona resilienza. Non cresciamo a livelli altissimi, ma manteniamo una buona capacità di resistenza agli shock come la pandemia e le guerre. E il risparmio ne è un riflesso», ha commentato Gregorio De Felice, chief economist & head of research di Intesa Sanpaolo
Quasi 200 miliardi di mancati guadagni nell’ultimo decennio. A tanto ammonta il peso della paura di investire da parte degli italiani, che hanno preferito tenere i propri risparmi sul conto corrente piuttosto che convogliarli verso un portafoglio globale diversificato. Secondo una ricerca di Invesco, non si tratta tuttavia di un caso solo italiano. Allargando l’orizzonte a Germania e Regno Unito, infatti, si stimano mancati guadagni di 1.160 miliardi di euro. Limitando l’analisi a uno scenario più prudente in cui fosse stato investito soltanto il 25% dei risparmi, le famiglie avrebbero potuto generare 580 miliardi aggiuntivi di ricchezza. A pesare di più nella scelta di non investire sarebbero la paura delle perdite, la scarsa fiducia nelle proprie capacità di prendere decisioni finanziarie e la mancanza di fiducia nei mercati e nelle istituzioni finanziarie. «Per oltre un decennio, il settore si è concentrato sul miglioramento dell’accesso agli investimenti attraverso piattaforme digitali, prodotti a costi più contenuti e procedure di apertura più semplici. Nonostante questi progressi, milioni di persone continuano a mantenere i propri risparmi in liquidità», ha spiegato Sonia Bainbridge, head of digital distribution Emea di Invesco. «La sfida non riguarda più l’accesso, ma la capacità di trasformare i risparmiatori in investitori. L’opportunità, oggi, non è quella di offrire un numero maggiore di prodotti, ma di creare esperienze che aiutino le persone a sentirsi sufficientemente sicure da agire»
Installazioni in stand-by per le tende da sole sul balcone dell’appartamento di un condominio. Prima di procedere ad ancorare la struttura al balcone sovrastante occorre indagare sulla tipologia di quest’ultimo, aggettante o incassato, e, all’occorrenza, ottenere il via libera dal proprietario. In ogni caso, però, quest’ultimo, pur potendo dolersi dell’installazione abusiva, può ottenere l’ordine di rimozione e il risarcimento del danno solo a condizione di provare il pregiudizio effettivamente subito, che deve comunque superare il limite della normale tollerabilità. Un caso concreto deciso dal Tribunale di Lanciano (sentenza n. 207 del 21 agosto 2026) rappresenta lo spunto per chiarire meglio la problematica, molto ricorrente nella pratica
L’Italia sta assistendo a una marcata crescita delle azioni di classe e rappresentative, affermandosi tra i paesi europei più dinamici in questo ambito. L’ultima azione è quella promossa da Trevisan & Cuonzo e RPLT, per conto di “unilegion”, società indipendente (quasi 300 aziende coinvolte) che ha avviato un’azione collettiva contro il cartello del cartone ondulato, una delle maggiori azioni follow-on antitrust avviate in Italia, che punta a ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalle condotte anticoncorrenziali accertate dall’Antitrust e quantificati in oltre 450 milioni di euro. In tema di class action sono diverse le controversie che hanno messo nel mirino piattaforme social e di intrattenimento, segno anche che le novità legislative degli ultimi anni (legge n. 31/2019, dlgs. n. 28/2023), ampliando significativamente l’ambito di applicazione a qualsiasi materia e soggetto, stanno producendo l’effetto sperato e di una maggiore consapevolezza dei consumatori nel far valere i propri diritti
La qualità della vita in cima alle preferenze dei lavoratori: oltre 6 impiegati su dieci preferirebbero infatti che il proprio datore di lavoro investisse concretamente nel proprio benessere piuttosto che ricevere un incremento salariale diretto. È quanto emerge dalla nuova edizione de «Il Grande Gap», la ricerca promossa da Epassi Italia, parte dell’indagine europea GEBS (Great Employee Benefits Study), che fotografa lo stato dell’arte del welfare in otto paesi europei – tra cui l’Italia – analizzando le aspettative dei dipendenti e le visioni dei datori di lavoro. L’indagine rivela con chiarezza che i dipendenti cercano un welfare che incida realmente sulla propria vita quotidiana. In particolare, in Italia il quadro delle priorità evidenzia come le persone chiedano risposte concrete sui grandi temi della conciliazione vita-lavoro: se le assicurazioni di vario tipo rappresentano la prima priorità per il 46% dei dipendenti italiani, un ruolo centrale è ricoperto dal supporto ai familiari a carico, indicato dal 38% del campione. Questo dato intercetta una necessità urgente legata al carico di cura, alla genitorialità e all’assistenza familiare, confermando che le politiche di welfare più flessibili e vicine ai bisogni reali sono oggi il principale driver di soddisfazione e fidelizzazione.

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Un nostro antenato del Medioevo aveva un’aspettativa di vita alla nascita di appena 30 anni. Il suo pronipote, agli albori della Rivoluzione Industriale, superava a fatica i 40. Oggi lo scenario si è capovolto e l’Italia è in prima linea nella corsa alla longevità: secondo gli ultimi dati Istat del 2024, nel nostro Paese la speranza di vita ha raggiunto gli 83,4 anni, sopra la media europea di 81,5 anni. Una conquista della medicina, per molti, ma anche un rischio, per altri. La sanità e le assicurazioni, per esempio, che devono fare i conti con una fetta molto più ampia di persone anziane, con tutte le complessità del caso: «Dal punto di vista puramente tecnico», spiega Michele Rendine, dal 2023 Group Chief Life & Health Officer di Generali, «per un esperto in gestione del rischio l’allungamento della vita media attesa significa maggiori risorse che escono a fronte di entrate incerte. E questo è il motivo per cui l’invecchiamento demografico viene inizialmente visto come un rischio per la tenuta del sistema». Per “allineare” queste due visioni apparentemente agli antipodi, è necessario un cambio di paradigma: vivere più a lungo significa pesare maggiormente su un sistema sanitario e previdenziale pubblico sempre più sotto stress, e il settore privato (e quello assicurativo in particolare) è chiamato a trasformare il mutamento demografico in opportunità. Se ne discuterà il 16 ottobre al Festival di Salute a Padova, in un panel in cui si confronteranno Michele Rendine e Roberto Bernabei, geriatra e presidente di Italia Longeva, chiamati ad approfondire i termini del dialogo tra clinici e assicuratori. Il punto di partenza non può che essere la fotografia demografica del nostro Paese.
Più anziani, più cronicità e una popolazione in età lavorativa destinata a ridursi. È attorno a queste tendenze evolutive che nei prossimi anni si giocherà una buona parte della tenuta del sistema sanitario italiano. La domanda di cure è destinata a crescere, mentre la spesa pubblica continua a muoversi entro margini ristretti. Con due conseguenze: da una parte la necessità di spostare una quota crescente dell’assistenza dall’ospedale al territorio, dall’altra un maggiore ricorso alla spesa privata quando il pubblico non riesce a rispondere alla domanda. È lo scenario che emerge dallo studio dell’Area Studi Mediobanca dedicato al settore sanitario, che pone l’accento in primo luogo sula demografia. Gli over 65 rappresentano ormai quasi un quarto della popolazione italiana e la loro incidenza è destinata a salire ulteriormente nei prossimi decenni. L’invecchiamento porta con sé una maggiore diffusione delle malattie cronico-degenerative e quindi percorsi terapeutici più lunghi, maggiore consumo di farmaci e un crescente bisogno di assistenza continuativa. Non tutto, però, va nella direzione di un peggioramento delle condizioni di salute. Tra gli italiani con più di 65 anni, la multicronicità è scesa progressivamente. E a 65 anni l’aspettativa di vita residua raggiunge 21,4 anni, contro i 20,2 della media europea; quella in buona salute è di 10,8 anni, rispetto ai 9,4 della Ue. Anche la mortalità per cause prevenibili e trattabili resta nettamente inferiore alla media europea.
Un volto nuovo del banking internazionale e l’ingresso nel capitale di un importante fondo francese di private equity per la cassaforte della famiglia torinese Acutis, una delle più influenti e riservate del capoluogo piemontese nonché proprietaria di Vittoria Assicurazioni (delistata da Piazza Affari sette anni fa attraverso un’operazione da 300 milioni). La struttura di controllo di Vittoria Assicurazioni e del gruppo vede in testa la Yafa, che è la cassaforte della famiglia e di cui Giuseppe Spadafora è amministratore delegato. Nel consiglio di Yafa ci sono nomi della “Torino bene” come il marchese Luca Paveri Fontana, il conte Tiberto “Ruy” Brandolini d’Adda, nipote di Giovanni Agnelli, e Gabriele Galateri di Genola, già
presidente delle Generali. Qualche settimana fa Yafa, alla cui presidenza c’è Adriana Acutis, ha sostituito il dimissionario Luc Argand con Francesco Rossi Ferrini. Fiorentino, classe 1962, ha lavorato a lungo in Jp Morgan, dove è stato senior country officer per l’Italia e oggi ne è senior advisor (oltre a essere proprietario della tenuta vinicola La Sala del Torriano). L’arrivo del banker aggiunge un tassello importante per la strategia degli Acutis che, forti di ingente liquidità, hanno da tempo battuto la strada della diversificazione rispetto a Vittoria Assicurazioni attraverso investimenti negli immobili e nel private equity. E proprio qui si colloca l’operazione descritta nel bilancio del 2025 di Yafa, dove si dice dell’investimento di circa 30 milioni effettuato per acquisire lo 0,62% di Ardian, uno dei maggiori fondi di private equity con sede europea. Il
private equity è di casa per gli Acutis, che con la subholding Yura International (controllata al 100%) e con la Yafa Holding (detenuta all’80,43%) possiedono complessivamente il 38,6% di Yarpa. Questa società è un piccolo “salotto buono” che annovera noti imprenditori torinesi e liguri (come gli armatori Banchero, Garavone e i Messina) ma anche Banca Azzoaglio e Banca Passadore. Yarpa, presieduta da Paveri Fontana, è attiva con Yarpa Investimenti Sgr nel private equity attraverso dieci fondi chiusi, che hanno raccolto circa 800 milioni investiti anche in circa 60 fondi internazionali attivi nelle strategie di small, mid/large e growth capital, per un totate di 650 società direttamente o indirettamente partecipate.
Per portare a termine un attacco contro un’organizzazione, i cyber criminali spesso scelgono come target le persone che ne fanno parte. Le campagne di phishing e le tecniche di social engineering mostrano l’efficacia di metodi che sfruttano la mancanza di conoscenza o le debolezze dei clienti e dei dipendenti di un’azienda per rubare dati, credenziali e ancora informazioni finanziarie: basta una telefonata in apparenza convincente, un messaggio che crea un falso senso di urgenza, un link malevolo cliccato in un momento di distrazione per cadere nella trappola.
Il fattore umano resta l’anello più esposto della catena di sicurezza: per rafforzare le difese cyber è fondamentale anche investire in formazione e cultura del rischio. Un report del CERTFin – organizzazione specializzata di cybersecurity – sul settore bancario evidenzia l’aumento dei tentativi di frode informatica, e sottolinea che l’81% delle frodi retail effettive si verifica con la manipolazione del pagatore (70% nel corporate). Inoltre, il 96% delle transazioni fraudolente effettive viene autorizzato tramite processi di Strong Customer Authentication regolarmente completati: l’autenticazione forte non viene bucata, ma aggirata manipolando la vittima
L’Italia accelera sul digitale, ma alla crescita nell’utilizzo di Internet e dei nuovi strumenti tecnologici corrisponde anche un aumento dei rischi. La quota di popolazione che utilizza stabilmente Internet, segnala Eurostat, è cresciuta progressivamente con un Cagr (tasso di crescita annuale medio) del 3,3% nell’ultimo decennio, quasi il doppio rispetto al +1,7% della media dell’Unione europea, riducendo il divario da quattordici punti percentuali a meno di quattro. Parallelamente, le piccole e medie imprese italiane registrano un livello base di intensità digitale nel 79,5% dei casi, superiore alla media europea (72,8%), mentre i pagamenti digitali, in base a quanto pubblicato dall’Osservatorio PoliMi, nel 2025 hanno toccato la cifra record di 518 miliardi di euro (+7%). Tutto bene, dunque? Non proprio, perché alla crescita del digitale corrisponde anche quella delle minacce. Nel solo 2025 si sono registrati oltre 2.700 eventi ostili rilevati dall’Agenzia per Cybersicurezza Nazionale e l’Italia è arrivata a raccogliere quasi il 10% degli attacchi informatici “gravi” a livello globale. Alla luce di questo scenario, lo scorso anno la spesa in cybersecurity ha sfiorato i 2,8 miliardi di euro (+12% anno su anno), trainata soprattutto dalla Pubblica Amministrazione e dal comparto finance. In questo contesto complesso, l’evoluzione delle minacce viaggia di pari passo con la sofisticazione tecnologica: l’intelligenza artificiale generativa è ormai
utilizzata dai cybercriminali per automatizzare gli attacchi e creare campagne di phishing e frodi basate su deepfake e voci clonate.

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A Zaporizhzhia, in Ucraina, un drone russo ha colpito una stazione di servizio e ucciso tre persone. Secondo gli investigatori ucraini, citati dal New York Times, era guidato interamente dall’intelligenza artificiale: nell’ultima fase il sistema avrebbe scelto e attaccato il bersaglio senza un intervento umano. La ricostruzione pone una domanda: se a selezionare l’obiettivo è un software, chi risponde di un eventuale crimine di guerra? La risposta può coinvolgere più persone, anche molto lontane dal fronte. Dentro questa trasformazione c’è il software della californiana Palantir Technologies, che integra immagini satellitari, video dei droni, informazioni dal terreno e intelligence open source per offrire ai comandanti opzioni sugli obiettivi da colpire. In un’inchiesta di Time, l’amministratore delegato Alex Karp dice che la piattaforma è «responsabile della maggior parte del targeting in Ucraina» (chi e dove colpire, ndr). E poi c’è Starlink, la rete satellitare di Elon Musk, che garantisce connettività continua e rapida sul campo. La novità è qui: non solo armi sempre più intelligenti, ma guerra sempre più dipendente da software e infrastrutture private.  Chi fabbrica un cannone normalmente non decide contro chi sparare. Vende un’arma che può essere impiegata legittimamente contro un obiettivo militare oppure illegalmente contro civili. La vendita, da sola, non rende il produttore responsabile dell’attacco. In un sistema governato dall’AI il software può determinare quali oggetti riconoscere come bersagli, quali segnali considerare sufficienti per attaccare e quando rinunciare. Una parte delle scelte che prima venivano compiute sul campo può essere incorporata nella progettazione. Chi scrive il programma, lo modifica o ne approva le funzioni può così contribuire anche al processo di selezione del bersaglio. Questo rende necessario indagare sul suo ruolo, ma non basta a dimostrarne la colpevolezza (fonte: Sipri e Icrc). Per capire chi debba rispondere bisogna mettere in ordine quattro passaggi: accertare il crimine, verificare il controllo dell’operatore, risalire alle decisioni del comando, esaminare il contributo del produttore.

L’auto privata continua a essere il fulcro della mobilità degli italiani, le forme di sharing restano marginali, verso l’elettrico c’è maggiore attenzione ma il settore ancora non decolla, mentre il costo delle vetture cresce più rapidamente dei redditi delle famiglie. Sono queste le principali evidenze che emergono dalla ricerca «Il futuro sbagliato della mobilità. Rimettere il cliente al volante del settore per evitare l’uscita di strada», realizzata da Aniasa e Bain Company. Lo studio mette in discussione molte delle previsioni formulate negli ultimi anni. La transizione verso nuovi modelli di mobilità non si sta arrestando, ma procede con tempi e modalità molto diversi rispetto a quanto immaginato da istituzioni, costruttori e operatori del settore. «I dati mostrano che per rilanciare il settore occorre “rimettere il cliente al volante”, ripensando prodotti, prezzi, canali distributivi e politiche industriali, a partire da come le persone si spostano realmente, da quanto possono spendere e da ciò che si aspettano dall’esperienza d’acquisto — spiega Gianluca Di Loreto, partner di Bain Company e responsabile italiano automotive della società di consulenza —. Solo una transizione energetica meno ideologica e più pragmatica, accompagnata da una forte attenzione all’accessibilità economica, potrà garantire uno sviluppo sostenibile per il mercato e per i consumatori». L’auto continua a essere il principale strumento di spostamento degli italiani: il 76% del campione dichiara di utilizzarla abitualmente, davanti al trasporto pubblico (52%) e allo scooter (50%). Le soluzioni di sharing (13%) e la mobilità leggera mantengono un ruolo prevalentemente occasionale.

Nella settimana in cui debutta in Italia il bonus per l’installazione di nuove colonnine elettriche, il mercato della mobilità sostenibile celebra i numeri della decima edizione dello Smart Mobility Report, redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano. Archiviato un 2024 da dimenticare, il 2025 è stato l’anno della ripresa: le immatricolazioni di auto elettriche sono state circa 193mila (di cui 98mila Bev, cioè solo elettriche, e le restanti 95mila Phev, plug-in ibride) e la quota sulle nuove immatricolazioni in Italia è salita al 12,6%, circa 5 punti percentuali in più sul 2024. L’inversione di tendenza era già evidente dal primo semestre dello scorso anno, anche se il dato italiano è meno della metà di quello europeo: nel 2025 in Europa (inclusi Regno Unito e Paesi Efta) la quota di mercato delle auto elettriche ha raggiunto il 26,8%, contro il 22,7% del 2024, grazie a circa 3,9 milioni di immatricolazioni (2,6 milioni Bev e 1,3 milioni Phev). Continuano a crescere anche le installazioni di infrastrutture di ricarica, alle quali il nuovo bonus al via da domani potrà dare un’ulteriore accelerazione: a fine 2025 erano presenti circa 1,3 milioni di punti di ricarica pubblici in Europa (+23% sul 2024) e 77mila in Italia (+17%), con un aumento più rapido delle colonnine veloci. In questo contesto le flotte aziendali rappresentano il 46% delle immatricolazioni in Italia e registrano una percorrenza media annua tripla. Possono, inoltre, alimentare il mercato dell’usato con veicoli elettrici in buono stato a prezzi ridotti, rendendo la mobilità elettrica più accessibile e favorendo la transizione
Il decreto Omnibus (Dlgs 148/2026) in vigore dal 12 agosto, ha restituito all’elenco dei potenziali beneficiari delle somme, delle opere e dei servizi di welfare aziendale contenuto nell’articolo 12 del Tuir la sua formulazione originaria, prima delle modifiche arrivate a fine 2024. L’intervento normativo ha riportato ordine in un contesto che alcune modifiche degli ultimi due anni avevano reso complicato, anche per gli operatori del settore. Due interventi successivi – la legge di Bilancio del 2025 prima e il Dlgs 192/2025 poi – avevano modificato sensibilmente il novero dei possibili soggetti beneficiari del welfare aziendale, creando diverse criticità a tutti gli operatori del mercato, inclusi i cosiddetti provider di servizi welfare. Fino al 31 dicembre 2024, infatti, oltre al dipendente, al suo coniuge non legalmente ed effettivamente separato (compreso il partner nelle unioni civili ex lege 76/2016) e ai suoi figli (anche adottivi, affidati o affiliati), facevano parte dell’elenco
Nel caso di danni causati dal dipendente pubblico alla Pa con dolo o colpa grave, l’azione di responsabilità per danno erariale e quella di responsabilità civile, promossa dall’amministrazione di fronte al giudice ordinario, restano indipendenti l’una dall’altra, anche quando investono gli stessi fatti. Lo hanno confermato le Sezioni Unite della Cassazione con l’ordinanza 24765 del 25 agosto 2026. Per quanto la Consulta, nella sentenza 132 del 16 luglio 2024, avesse invitato il legislatore a «intervenire per scongiurare l’eventuale moltiplicazione delle responsabilità degli amministratori pubblici per i medesimi fatti materiali», questo principio si conferma granitico nell’orientamento della Cassazione. Ma la sua applicazione, soprattutto dopo l’entrata in vigore della riforma della Corte dei conti (legge 1/2026), rischia di produrre effetti contraddittori.