Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali
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Si chiude con una raccolta pari a 5,7 miliardi di euro, di cui 5 attribuibili ai soli fondi aperti, il mese di luglio del risparmio gestito italiano secondo quanto calcolato da Assogestioni, l’associazione di rappresentanza dell’industria guidata da Maria Luisa Gota (Eurizon). In totale nei sette mesi le associate hanno raccolto 17 miliardi: 27,3 con le gestioni collettive (fondi aperti e chiusi), mentre le gestioni di portafoglio, zavorrate dalla componente istituzionale, sono in rosso per 10,3 miliardi. Nel corso del mese gli investitori hanno premiato in particolare due categorie di fondi. Da una parte gli azionari con 1,4 miliardi, che confermano il loro ottimo stato di salute superando ancora una volta i comparti a reddito fisso, che hanno invece registrato 514 milioni di afflussi. Ma da inizio anno gli obbligazionari vincono ancora: 4,4 contro 3,8 miliardi. Dall’altra parte i comparti flessibili, quelli cioè in cui il gestore non è vincolato da un benchmark: a luglio questa categoria ha raccolto 1,6 miliardi (circa 2 da inizio anno).
Mentre il governo azzera il bollo auto dal 2027 per le utilitarie, la vera partita patrimoniale delle famiglie italiane si sposta dai garage ai passaggi generazionali. Se l’esenzione sui veicoli a bassa potenza offre un piccolo sollievo fiscale immediato, i nodi strutturali del benessere economico privato si giocano su ben altre grandezze. Le famiglie italiane detengono oltre 12 mila miliardi di euro di ricchezza, di cui 5.400 in liquidità e strumenti finanziari (al netto dei debiti) e il resto in immobili. E una quota crescente di questo patrimonio è concentrata nelle generazioni più anziane. È la fotografia più aggiornata della Banca d’Italia, riferita a fine 2025, che rende ancora più evidente la portata della grande staffetta patrimoniale che l’Italia si prepara ad affrontare nei prossimi 20 anni. Il secondo elemento da considerare è demografico. Nel 2025 in Italia si sono registrati circa 650 mila decessi. Sulla base delle proiezioni Istat, il numero salirà a circa 700 mila nel 2030, per raggiungere un picco di oltre 860 mila tra una trentina d’anni. Nei prossimi dieci la redistribuzione di ricchezze tramite il passaggio intergenerazionale è stimata dal centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali in circa 1.800 miliardi: 180 miliardi l’anno. Si tratta di grandezze che comprendono beni mobili e immobili e attività finanziarie. Non rappresentano quindi soltanto la liquidità che finirà sui conti dei beneficiari. Il patrimonio immobiliare rappresenta probabilmente il capitolo più rilevante. In Italia ci sono oltre 35,5 milioni di abitazioni. Di queste, 26 milioni sono occupate da residenti, mentre circa 9,5 milioni risultano non occupate o occupate da non residenti.
La strategia di wealth planning e i relativi effetti fiscali variano sensibilmente in funzione della composizione del patrimonio: immobili, investimenti finanziari, aziende e partecipazioni richiedono strumenti differenti. Il punto di partenza è rappresentato dalla successione, testamentaria o legittima. Il trasferimento della ricchezza avviene secondo le regole previste dalla legge e nel rispetto delle quote riservate ai legittimari. Un’alternativa frequentemente utilizzata è la donazione, che consente di anticipare il passaggio generazionale e di accompagnarlo nel tempo. In particolare, la donazione della sola nuda proprietà permette di trasferire gli asset agli eredi mantenendone il godimento tramite il diritto di usufrutto. Sia la successione sia la donazione beneficiano oggi di un regime fiscale particolarmente favorevole: per coniuge e discendenti l’imposta si applica con aliquota del 4% sulla parte eccedente la franchigia di un milione di euro per ciascun beneficiario.
Il 44,3% del patrimonio degli italiani è rappresentato da case per un valore di 5.661 miliardi, secondo i dati Istat e della Banca d’Italia relativi al 2024 elaborati da Bper. Quasi la metà di questa ricchezza immobiliare, ossia 2.720 miliardi, è nelle mani di persone oltre i 70 anni (il 28% della popolazione). I prossimi anni saranno quindi interessati da una staffetta patrimoniale tra generazioni senza precedenti. Al contempo però l’aumentare dell’età media rende l’immobile una potenziale fonte di reddito integrativo alla pensione. Il modo per anticipare la successione ereditaria a quando il proprietario di casa è ancora in vita esiste ed è la donazione. Uno strumento fino a oggi utilizzato con cautela in Italia a causa della possibilità per gli eredi insoddisfatti di rifarsi sull’immobile donato anche quando ceduto a terzi. Il meccanismo congelava la circolazione degli immobili e la concessione di mutui da parte delle banche. La riforma entrata pienamente in vigore il 18 giugno però ha eliminato tale dinamica privilegiando l’interesse del terzo acquirente e dando agli eredi insoddisfatti la possibilità di aggredire il patrimonio di chi ha ricevuto in donazione e poi venduto l’immobile, ma senza potersi rifare su questo. Nel 2025, secondo i dati del Notariato, sono stati donati 122.618 fabbricati in piena proprietà e 35.343 in nuda proprietà. Secondo un recente studio di Intesa Sanpaolo e del Centro Luigi Einaudi, il 66% degli italiani considera l’immobiliare un investimento sicuro. Più nel dettaglio, il 23,5% degli intervistati vede nell’investimento nel mattone un capitale riutilizzabile da anziani per avere una rendita, mentre per il 39,8% la possibilità di lasciare la casa ai figli è una delle ragioni principali per compiere questo tipo di investimento. Una quota in calo rispetto agli anni passati: nel 2020 era il 57,8% a puntare sulla casa come lascito ereditario.
Secondo una recente indagine Deloitte condotta su dati Aida (2026), tra le oltre 42 mila aziende con più di 10 milioni di euro di fatturato, sono state individuate 2.895 aziende aventi un principale proprietario – titolare di oltre il 50% del capitale – che oggi ha più di 65 anni. Di queste, 1.930 hanno un erede già presente nell’azionariato (stesso cognome, con meno di 50 anni), mentre 965 risultano senza eredi. L’analisi peraltro sottostima il fenomeno, perché non intercetta la presenza di fiduciarie o altre entità legali che agiscono per conto della famiglia proprietaria, e neppure la presenza di parenti con diverso cognome. Ampliando la ricerca al Global Ultimate Owner (Guo) – il vero proprietario finale dell’azienda, indipendentemente da quanti livelli di holding si frappongono tra lui e l’azienda operativa – si identificano 3.399 aziende con un Guo persona fisica over-65 con una quota di proprietà superiore al 50%. Emergono così due dimensioni critiche interconnesse: il passaggio generazionale investe principalmente le pmi, mentre l’invecchiamento della proprietà – circa il 39% degli azionisti ha superato 75 anni – trasforma il fenomeno in un’urgenza immediata dei prossimi 5-10 anni. Peraltro, una nostra analisi più granulare condotta a livello di singola azienda (sempre su dati da fonte Aida), con particolare attenzione alle imprese di dimensione large (oltre 300 milioni di fatturato), upper mid (150-300 milioni), mid (75-150 milioni) e lower mid (30-75 milioni), mette in luce diverse situazioni di potenziale crisi del posizionamento competitivo, spesso con evidenti riflessi anche sul piano finanziario.
Gli agenti di Generali aderenti all’Associazione nazionale agenti e imprenditori assicurativi (Anagina), guidati dal presidente Davide Nicolao, sono pronti a cogliere le opportunità che potranno arrivare dallo sviluppo dell’attività bancaria nelle proprie agenzie. Hanno iniziato, già da un po’, a offrire i conti correnti di Banca Generali ai propri assicurati. «Pensiamo che questo sia solo un primo passo», dice Nicolao a MF-Milano Finanza, arrivando a immaginare corner finanziari che potrebbero essere aperti nelle agenzie aderenti ad Anagina «per servire i nostri clienti, spesso imprenditori, anche nella gestione dei propri patrimoni». Il dialogo con Banca Generali per sviluppare nuove partnership è aperto, aggiunge, e guardando al risiko bancario in atto, che vede Generali contesa tra più fronti bancari, non esclude che ulteriori sinergie potranno nascere, in questo senso, anche con nuovi eventuali azionisti del Leone. L’occasione per tracciare la rotta è stata la 97ª assemblea dell’Associazione, che con oltre 12mila persone tra agenti e collaboratori e circa 4,5 miliardi l’anno di premi intermediati gestisce circa 23 miliardi di patrimoni, circa il 40% del portafoglio di Generali Italia. Evento organizzato quest’anno a Bologna dove gli agenti Anagina hanno anche confermato concretamente la propria fiducia nella crescita di Generali: sono arrivati ad investire nel Leone 90 milioni di euro, con una partecipazione complessiva salita a 2 milioni di azioni
Dopo una pre-istruttoria durata quasi tre mesi, l’istruttoria dell’Antitrust sui potenziali effetti sul mercato finanziario dell’opas di Intesa Sanpaolo su Mps è partita il 14 settembre. L’esame potrà durare fino a 90 giorni, anche se fonti qualificate si aspettano un ok entro novembre. Sarà probabilmente l’ultimo step prima del deposito del prospetto in Consob che potrebbe avvenire a inizio dicembre, con partenza dell’offerta a stretto giro (autorizzazione entro cinque giorni lavorativi). Nelle 40 pagine della delibera dell’authority presieduta da Saverio Valentino i tecnici mettono a fuoco i potenziali fattori di rischio per i livelli di concorrenza in Italia, anche al netto della cessione a Unipol di una parte delle filiali Mps. La disamina si concentrerà sui mercati in cui la quota del nuovo gruppo supererà il 25%. Un valore che di per sè non rappresenta un divieto. Anzi, la superbanca potrebbe anche avere più di questa soglia senza che le nozze vengano vietate o facciano scattare dei remedies. Il mercato però deve rimanere sufficientemente competitivo. Ed è qui che, con l’aiuto dell’indice Herfindahl-Hirschman (Hhi), l’Antitrust ha affinato le analisi andando a misurare se la concentrazione ridurrà anche la concorrenza. Ma già a leggere il dossier si trova la strada per superare gli ostacoli.
Il salvadanaio previdenziale per i nuovi nati potrebbe vedere la luce nella legge di Bilancio che il governo italiano sta preparando. Per questo fioccano le proposte degli operatori coinvolti. I fondi pensione vorrebbero prendesse la forma di uno degli strumenti già presenti nel sistema italiano della previdenza complementare (fondi negoziali, aperti e polizze individuali pensionistiche). Mentre l’Inps punta a trattenere le risorse al suo interno. In mezzo stanno le istanze degli asset manager; non tanto gli italiani ma soprattutto quelli esteri specializzati in Etf, perché proprio questi strumenti low cost e con diversificazione sui mercati azionari possono rappresentare una soluzione che permette di avere un’esposizione a basso costo sulle borse internazionali. Un’asset allocation che si sposa bene con i portafogli previdenziali di chi, come un bebè appunto, ha un orizzonte di lunghissimo periodo
È stato pubblicato il decreto interministeriale del 4 settembre del ministero lavoro e ministero dell’economia con cui viene ufficializzato il nuovo Tfr3. Con questo modulo, che come viene anticipato verrà successivamente digitalizzato, i lavoratori dipendenti del settore privato assunti dal 1° luglio 2026, ad eccezione dei lavoratori domestici, potranno formalizzare le scelte sulla destinazione del proprio trattamento di fine rapporto alla luce delle novità introdotte dalla Legge di bilancio 2026. Il riferimento è in particolare al nuovo meccanismo delle adesioni automatiche ai fondi pensione che ha sostituito il precedente silenzio assenso. Va ricordato che nella fase iniziale, dal 1° luglio ad ora, era possibile utilizzare un draft provvisorio di modello pubblicato dal ministero del lavoro sul proprio sito. Il lavoratore ha dal 1° luglio un termine di 60 giorni dalla data di assunzione (e non più sei mesi come nel vecchio meccanismo di silenzio assenso) per esprimere una scelta esplicita sulla destinazione del proprio tfr. Se non si esprime entro questo lasso di tempo scatta l’adesione automatica con il versamento al fondo pensione del contributo del datore di lavoro nella misura fissata dalla contrattazione collettiva, del trattamento di fine rapporto e anche del contributo del lavoratore.
La scuola pubblica inaugura la stagione del welfare sanitario affidandosi alla sanità privata. Il ministero dell’Istruzione ha reso operativo il piano di erogazione di polizze sanitarie dedicato a oltre 1,2 milioni di lavoratori. Docenti, dirigenti scolastici, educatori, personale amministrativo, tecnico e ausiliare nonché dipendenti del ministero hanno tempo fino al 20 settembre per aderire gratuitamente alla polizza. Il servizio è erogato da UniSalute in coassicurazione con Poste Assicura e Intesa Sanpaolo Protezione, attraverso la convenzione Consip dedicata al personale scolastico. Ma la misura non è a costo zero. Per lo Stato lo stanziamento complessivo è di 320 milioni di euro per il quadriennio 2026-2029. La dotazione iniziale era di 65 milioni l’anno, per 260 milioni totali, ma poi è stata aumentata di 60 milioni per consentire l’estensione della copertura anche al personale precario. A coprire le risorse ci ha pensato la Ragioneria dello Stato: 250 milioni sono nuovi stanziamenti messe a disposizione del Tesoro e 70 milioni arrivano dalle economie del ministero. Di fatto fondi pubblici utilizzati per finanziare una copertura assicurativa integrativa che strizza l’occhio ai privati. Il meccanismo è quello della sanità integrativa: lo Stato non costruisce una nuova offerta sanitaria né rafforza l’attuale, bensì acquista per i propri dipendenti una protezione aggiuntiva rispetto a quella garantita dal Ssn.
Francesco Gaetano Caltagirone mette un piede anche nel capitale di Unipol. Nel portafoglio della Caltagirone spa sono comparse nel primo semestre dell’anno 500 mila azioni della compagnia bolognese, una partecipazione che al 30 giugno valeva poco più di 12 milioni di euro. Rapportato alle oltre 717 milioni di azioni che compongono il capitale di Unipol, il pacchetto corrisponde a circa lo 0,07%
- I plus di Cnp Risparmio Duo 5.0
Cnp Risparmio Duo 5.0 è un prodotto assicurativo rivalutabile collegato a due gestioni separate. Si tratta di una polizza a vita intera, dove la durata del contratto coincide con la vita dell’assicurato, fatto salvo il disinvestimento totale della polizza. Il contratto, di riflesso, si estingue automaticamente in caso di decesso dell’assicurato e CNP Vita Assicura non ha il diritto di recederne unilateralmente. Cnp Risparmio Duo 5.0 prevede l’investimento del premio unico pagato in una opzione di investimento, rappresentata per il 50% dalla gestione separata Gefin e per il 50% dalla gestione separata CNP Spinnaker. Il premio unico minimo è pari a 10 mila euro, quello massimo pari a 15 milioni di euro; è possibile effettuare versamenti aggiuntivi che vengono investiti in ciascuna gestione separata, in proporzione all’ammontare del capitale maturato nella gestione stessa alla data di pagamento del versamento aggiuntivo. Entrambe le gestioni separate promuovono caratteristiche ambientali e/o
sociali e investono prevalentemente in obbligazioni di emittenti sia governativi che del settore privato denominate in euro e si pongono l’obiettivo di ottenere un rendimento finanziario superiore a quello delle obbligazioni con scadenza a medio termine.

La polemica sulla presunta cancellazione della clausola di salvaguardia sul Tfr è rientrata in ventiquattro ore: l’art. 376 del dlgs 117/2026 abroga la vecchia disposizione, ma l’art. 21, comma 11, del nuovo Testo unico delle imposte sui redditi la riproduce, con effetto dal 1° gennaio 2027. Il paracadute resta. Il problema, però, non è mai stato la vigenza della norma: è la sua applicazione. E su quel terreno l’Agenzia delle entrate continua a perdere. Il datore di lavoro, come sostituto d’imposta, liquida il Tfr applicando l’art. 17, comma 1, del Tuir e la clausola dell’art. 1, comma 9, della legge 296/2006: se più favorevoli, si applicano le aliquote e gli scaglioni vigenti al 31 dicembre 2006. A distanza di anni l’ufficio ri-liquida ai sensi dell’art. 19, comma 1, del Tuir con l’aliquota media del quinquennio precedente e iscrive a ruolo la differenza, senza alcun confronto con il regime del 2006. Il contribuente paga per evitare sanzioni, chiede il rimborso, incassa il silenzio rifiuto, ricorre. E vince.

Torna sul tavolo del cda del Montepaschi il progetto di Luigi Lovaglio, che giovedì prossimo presenterà ai consiglieri i cardini industriali dell’eventuale integrazione con Banco Bpm e Banca Generali. La condizione per la riuscita del progetto è che l’assemblea straordinaria del Monte del 29 ottobre — non ancora convocata — dia il via libera alle operazioni. Esito tutt’altro che scontato. Ma intanto il faro del mercato si è puntato sulle indiscrezioni rilanciate dal «Sole 24 Ore», secondo cui Montepaschi e Generali avrebbero siglato un accordo di riservatezza per lo scambio di informazioni riservate in vista della possibile sostituzione di Axa con la compagnia triestina quale partner di bancassicurazione di Mps, alla scadenza dell’attuale joint venture con i francesi nell’ottobre 2027. La firma di un accordo di riservatezza sarebbe un primo passo per tutelare la confidenzialità di eventuali scambi futuri di dati. Un flusso che, se prenderà avvio, dovrà vedere il coinvolgimento tempestivo del comitato parti correlate, visto che Mps è il principale azionista di Generali (con il 13,2%) e che la banca toscana ha annunciato un’offerta pubblica di acquisto non sollecitata su Banca Generali, controllata dalla compagnia triestina. Il parere del comitato parti correlate di Trieste sarà vincolante affinché lo scambio avvenga nel miglior interesse della società. Ma andrebbero chiariti gli eventuali contenuti di un accordo tra Siena e Trieste sulla bancassurance per evitare asimmetrie di trattamento tra gli azionisti di Banca Generali. Il board della compagnia potrebbe continuare gli approfondimenti in una riunione in calendario per il 30 settembre.
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