elezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali
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Stop alle reticenze e alle notizie ingannevoli e false sugli aggiornamenti software: il consumatore deve sapere se, scaricandoli, il suo dispositivo o alcune applicazioni andranno in tilt e non deve essere abbindolato con la bufala della necessità di installarli. È quanto prevede il decreto legislativo 30/2026, operativo dal 27 settembre 2026, attuativo della direttiva Ue 2024/825 (Empowering consumers for the green transition – Ecgt), in tema di responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde mediante il miglioramento della tutela dalle pratiche sleali e dell’informazione. La direttiva sviluppa la disciplina in materia di comunicazioni delle imprese relative al rispetto dell’ambiente e agli impegni assunti per salvaguardare lo stesso, con lo scopo di contrastare le informazioni scorrette o inveritiere (il cosiddetto greenwashing, cioè l’uso fuorviante di dichiarazioni ambientali).
È la contribuzione, più ancora del Tfr, la vera posta in gioco del nuovo meccanismo di adesione automatica alla previdenza integrativa operativo dal 1° luglio. Infatti, se con il vecchio silenzio-assenso (fino al 30 giugno), il meccanismo riguardava essenzialmente la destinazione del Tfr a un fondo pensione, con la nuova «adesione automatica» l’effetto è più ampio: la regola è «tutto il Tfr finisce in pensione di scorta e, soprattutto, è sempre dovuto il contributo dal lavoratore e dal datore di lavoro». A metterlo in evidenza sono le Faq aggiornate del ministero del lavoro e il modulo Tfr3 definitivo adottato con dm 4 settembre 2026 (si veda ItaliaOggi del 10 settembre). Proprio l’aspetto contributivo può rendere opportuno, per alcuni lavoratori, riconsiderare la scelta già effettuata con il modello Tfr3 transitorio. Il riferimento, in particolare, è a chi abbia indicato di voler destinare al fondo pensione soltanto una quota del Tfr.
Le alte temperature aumentano la probabilità di uscita dal mercato delle imprese italiane, con un impatto maggiore su microimprese e ditte individuali. A condizionare la capacità di sopravvivenza aziendale sono soprattutto la riduzione della produttività del lavoro, l’aumento dei costi operativi, le variazioni della domanda e i maggiori vincoli finanziari, fattori che possono comprimere redditività e competitività fino a spingere le attività più fragili fuori dal mercato. È quanto emerge dallo studio “Do high temperatures affect firm demography? Evidence from Italy” del Cnr-Itiam pubblicato a luglio 2026 su “Business strategy and the environment” che analizza l’impatto delle alte temperature e dello stress termico sulla demografia delle imprese italiane nel periodo 2009-2022. Il tema acquista ulteriore rilievo alla luce delle previsioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale su El Niño. Il fenomeno dovrebbe raggiungere un’intensità molto elevata entro la fine del 2026 e persistere con probabilità prossima al 100% fino a febbraio 2027, con possibili ripercussioni sulle temperature, sulle precipitazioni e un maggiore rischio di eventi meteorologici estremi. La ricerca analizza gli effetti delle alte temperature sulla demografia delle imprese, cioè sui processi di entrata e uscita dal mercato. L’analisi riguarda il periodo 2009-2022 e utilizza i dati Movimprese di InfoCamere, integrati con dati meteorologici provinciali. Il campione finale comprende oltre 100 mila osservazioni riferite a 104 province e a cinque macrosettori: agricoltura, manifattura, costruzioni, commercio e servizi. I dati distinguono inoltre le imprese per dimensione e forma giuridica
È il fattore umano l’anello debole della sicurezza aziendale. Anche ai tempi dell’intelligenza artificiale. Non soltanto per negligenza dei dipendenti ma per condotte sleali che possono portare a far guadagnare a un dipendente disonesto fino a centinaia di migliaia di dollari vendendo l’accesso alla propria azienda o a informazioni esclusive. L’allarme è stato lanciato da TrendAI che è andato a ridisegnare la mappa del rischio cyber per le imprese mettendo in luce l’esistenza di un vero e proprio mercato del crimine organizzato, fatto di broker, reclutatori, bonus per le segnalazioni, servizi di garanzia, accordi di revenue sharing. Oltre a collaborazioni continuative che consentono ai cybercriminali di reclutare dipendenti all’interno delle aziende tramite forum underground e canali Telegram dedicati. Ma quali sono i profili più ricercati dai criminali all’interno delle imprese? Secondo l’analisi, non si tratta necessariamente del tecnico con i privilegi di sistema più elevati, quanto piuttosto del dipendente dotato di autorità operativa: chi può approvare pagamenti, ripristinare account, aggirare controlli antifrode o autorizzare transazioni. «L’idea di violare un firewall è sorpassata: oggi i cybercriminali cercano chi può premere il pulsante di approvazione», ha spiegato Marco Fanuli, technical director di TrendAI Italia. «Il bersaglio non è il dipendente con i privilegi tecnici più elevati, ma quello in grado di autorizzare un pagamento, ripristinare un account, aggirare un controllo antifrode o accedere a dati sensibili. Oggi i criminali prendono di mira i processi di business, non soltanto il perimetro tecnologico». Una precisazione che sposta l’attenzione dal perimetro informatico ai processi di business, con implicazioni dirette sui sistemi di segregazione delle attività e sui controlli antifrode adottati dalle aziende
Nel corso del 2025, le attività ostili rilevate dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) hanno raggiunto quota 2.729, con una media mensile salita del 38%, da 165 a 227 casi. Numeri di tutto rispetto, sufficienti per collocare l’Italia tra i bersagli primari a livello globale. Stando ai dati del rapporto Clusit 2026, lo scorso anno in Italia sono stati censiti 507 incidenti complessi e di pubblico dominio (+42% rispetto al 2024) che da soli rappresentano il 9,6% del totale a livello mondiale. Ma le difese messe in atto per contrastare questi pericoli hanno registrato una buona tenuta: gli incidenti che hanno prodotto impatti operativi e finanziari sono cresciuti in misura molto più contenuta, attestandosi ad appena 615 casi (+7% sul 2024). Una capacità di assorbimento delle minacce che trova una spiegazione diretta nella crescita degli investimenti. Secondo i dati rilevati dall’osservatorio del Politecnico di Milano, la spesa nazionale in cybersecurity si sarebbe attestata lo scorso anno a circa 2,78 miliardi di euro, in aumento del 12% su base annua. Un incremento significativo, soprattutto se rapportato alla dinamica generale della spesa digitale del Paese, cresciuta appena dell’1,5% nello stesso arco temporale. L’allocazione delle risorse risulta condizionata sia dalla criticità dei settori sia dal volano dei fondi comunitari del Pnrr: le variazioni più marcate si sono osservate nella pubblica amministrazione (+28%), nel comparto finance (+22%) e nella logistica e trasporti (+18%). Sul piano corporate, oltre un terzo delle grandi aziende (34%) ha dichiarato di aver subito attacchi nel 2025, ma solo il 3% ha riportato interruzioni dirette dell’operatività; mentre il 57% delle grandi imprese ha già avviato una revisione strutturale dei propri piani di incident response, a fronte di un 70% che stima ulteriori rialzi di budget per il 2026
Le auto si stanno trasformando da mezzi di trasporto a piattaforme connesse, capaci di raccogliere dati, interpretarli e attivare servizi in tempo reale. Dalla manutenzione predittiva ai sistemi di assistenza alla guida, fino alle prime applicazioni di automazione, le tecnologie digitali stanno modificando il rapporto tra il veicolo, il conducente, le infrastrutture e i servizi. Si tratta di un’evoluzione che apre nuove opportunità in termini di sicurezza, efficienza e sostenibilità, ma che richiede anche attenzione a temi come l’affidabilità dei sistemi, la protezione dei dati, la cybersecurity e le responsabilità nell’utilizzo delle informazioni generate dai veicoli. Le auto intelligenti. Le smart car, o auto intelligenti, rappresentano l’evoluzione digitale dell’automobile tradizionale: si tratta di veicoli dotati di connettività, sensori, centraline elettroniche e software capaci di raccogliere, elaborare e trasmettere dati in tempo reale. Il loro funzionamento si basa sull’integrazione tra informazioni generate dal veicolo, come la posizione, la velocità, lo stile di guida, lo stato dei componenti e i consumi, e i dati provenienti dall’ambiente esterno, tra cui il traffico, le infrastrutture stradali, gli altri mezzi connessi e i servizi digitali. In questo modo l’auto diventa parte di un ecosistema di mobilità intelligente, in cui la tecnologia non serve soltanto a intrattenere o assistere il conducente, ma anche a prevenire incidenti, rilevare situazioni di emergenza, ottimizzare percorsi e consumi, programmare interventi di manutenzione e abilitare nuovi servizi assicurativi, logistici e di gestione del traffico
Microimprenditori rimandati in finanza. Più di uno su due (55% del totale) presenta una conoscenza medio-bassa dei concetti economico-finanziari di base come prestiti, mutui, tassi d’interesse, inflazione, o dividendi. Una fragilità conoscitiva che pesa come un macigno sulla capacità di sviluppo del sistema economico dello Stivale, se si pensa che la spina dorsale del Paese è fatta proprio dalle 4,5 milioni di imprese di piccolissime dimensioni che rappresentano il 95% del totale delle imprese attive oggi in Italia. L’allarme è stato lanciato dalla Banca d’Italia che ha passato in rassegna un campione di 5.000 titolari di microimprese andando a scandagliare il loro livello di alfabetizzazione finanziaria. I risultati sono piuttosto sconcertanti. Se è vero, infatti, che il punteggio medio si è alzato al 74% del voto giudizio massimo ottenibile (+2% rispetto al 2021), è vero anche che il 15% degli intervistati si colloca nella fascia più bassa di comprensione dei concetti finanziari. Mentre un ulteriore 40% si attesta su un livello appena intermedio. E solamente il 45% dei microimprenditori ha raggiunto un punteggio definito elevato dagli esperti di Bankitalia
Dal 1° luglio 2026 il sistema antiriciclaggio italiano è entrato in una nuova fase. Con l’entrata in vigore delle nuove Istruzioni dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), adottate il 18 dicembre 2025, è cambiato l’approccio alle segnalazioni di operazioni sospette (SOS): meno automatismi, più responsabilità valutativa, maggiore attenzione alla qualità dell’analisi e alla tracciabilità delle decisioni. Una riforma che coinvolge banche, intermediari, professionisti, operatori non finanziari e, più in generale, tutti i soggetti obbligati dal d.lgs. 231/2007. Il filo conduttore che emerge dalle nuove regole è chiaro: la mera presenza di un indicatore di anomalia non basta più a giustificare una segnalazione. Occorre invece una valutazione sostanziale, documentata e coerente con il profilo del cliente e dell’operazione. Un cambio di paradigma che gli operatori del settore leggono come il passaggio da una compliance prevalentemente formale a una collaborazione attiva più qualificata. Le istruzioni disciplinano con maggiore dettaglio numerosi profili delle SOS, tra cui la specificazione dei destinatari, la riservatezza, le tempistiche, gli adempimenti organizzativi, l’integrazione e/o la sostituzione delle segnalazioni e le segnalazioni di gruppo.
Meno forma, molta più sostanza. Dallo scorso primo luglio, gli avvocati, così come tutti gli altri soggetti tenuti ad adempiere agli obblighi antiriciclaggio previsti dal dlgs. 231/2007 (banche e istituti di credito, revisori, intermediari finanziari, mediatori immobiliari etc), quando saranno chiamati a svolgere un’attività professionale che abbia una rilevanza finanziario-patrimoniale (fusioni, costituzione di società, trust etc), nel fare l’adeguata verifica della clientela, dovranno applicare le nuove istruzioni dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) in materia di segnalazioni di operazioni sospette (Sos). Il documento aggiorna le precedenti linee guida datate 2011, e rivede completamente l’approccio alla materia: la semplice presenza di un indicatore di anomalia (come per esempio il pagamento in contanti) non sarà più sufficiente a giustificare l’immediata e automatica segnalazione all’Uif di un’operazione sospetta (riciclaggio o finanziamento del terrorismo); d’ora in poi, prima di fare una segnalazione, il professionista, dovrà fare una valutazione sostanziale dell’operazione, documentata e coerente con il profilo del cliente. Nel caso in cui l’avvocato rilevi elementi potenzialmente anomali ma, a seguito di verifiche e analisi, decida di non inviare la Sos, sarà tenuto a documentare e conservare per iscritto le motivazioni della mancata segnalazione.

Il 66% del 65%. Non è uno scioglilingua, né un quiz matematico. Sono i consensi che l’ad Luigi Lovaglio deve trovare entro un mese e mezzo per tenere vivo il progetto di “terzo polo” bancario, che troverà un bivio stretto nell’assemblea straordinaria Mps del 29 ottobre. Niente a che vedere con l’assemblea superata di slancio dal management di Intesa Sanpaolo, che giovedì ha incassato con il 97% di consensi la delega a emettere le nuove azioni, che da ottobre offrirà ai soci Mps nella sua Opas. L’ad Carlo Messina ha avuto la strada spianata da un blocco coeso di azionisti (le fondazioni, al 20% del capitale) che da anni ne sostiene le strategie; oltre al fatto che i suoi investitori istituzionali, al 58% del capitale, da anni lo apprezzano: ragion per cui gli advisor Iss e Glass Lewis avevano già suggerito ai soci del mercato di sostenere l’operazione. L’azionariato Mps, lo si è visto al rinnovo del cda di metà aprile, è instabile e poco coeso. E Lovaglio sa che solo se porterà dalla sua parte almeno metà degli investitori istituzionali — che hanno circa il 36% del gruppo — potrà far partire le due Ops su Banco Bpm e Banca Generali. Due gare, giova ricordarlo, che si giocano in casa (l’assemblea di ottobre a Siena) e in trasferta (le future offerte in Borsa, a inizio 2027). Ma Lovaglio, che oggi a New York parlerà all’evento di Barclays e poi sarà a Londra alla conferenza di Bofa dal 22 settembre, sta per cominciare il suo lungo road show per trovare proseliti a sufficienza.
Nel 2026 arriva la rivincita dei Fondi pensione aperti e dei Fondi negoziali. Nei primi sei mesi dell’anno — secondo i recenti dati Covip — gli strumenti messi in campo soprattutto dalle banche, e quelli derivanti dalla contrattazione sindacale, hanno avuto una crescita notevole in
termini di numero di posizioni in essere, risorse destinate alle prestazioni (masse gestite) e contributi. Sono rimasti più indietro, ma sempre in area positiva, i Pip, i prodotti creati dalle compagnie di assicurazione, che però si sono presi la loro rivincita sui rendimenti, con i bilanciati che hanno messo a segno — in media — un più 4,7 per cento nel semestre e un brillante più 8,1 per gli azionari. Contro rispettivamente il 4 e il 4,4 per cento dei bilanciati di Fondi aperti e negoziali e il 6,7 e 6,8 degli azionari. Ma è anche vero che i rendimenti di sei mesi contano poco in uno strumento pensato per il lunghissimo termine. Intanto la novità più grossa è che le banche hanno messo le ali alla loro strategia, seguendo l’ottimo momento vissuto dai Fondi negoziali. Il numero di posizioni in essere è aumentato nel primo semestre del 6,2 per cento per i Fondi aperti, poco sotto il 6,9 dei negoziali. Lontani i Pip con una crescita del 2,6 per cento. Le risorse destinate alle prestazioni — che derivano dall’aumento sia dei contributi che delle masse gestite — sono salite del 7,9 per cento per i Fondi aperti, meglio del 6,2 dei negoziali e poco meno del doppio rispetto ai Pip assicurativi (più 4,6).
Philippe-Henri Burlisson è il nuovo amministratore delegato e direttore generale della filiale italiana di Groupama Assicurazioni. Nominato all’unanimità dal consiglio di amministrazione con effetto immediato, succede a Pierre Cordier, che ha lasciato il gruppo lo scorso 1° settembre. Burlisson era vicedirettore generale operations della filiale italiana dal giugno 2023. In Groupama dal 1999, tra il 2018 e il 2023 è stato ceo di Groupama Sigorta e Hayat in Turchia, dopo aver ricoperto per due anni l’incarico di vicedirettore della direzione internazionale, con responsabilità sulle operations internazionali e sul monitoraggio delle attività estere. Dal 2012 al 2016 è stato direttore finanza, legale e affari generali di Groupama Assicurazioni e in precedenza ha ricoperto diversi incarichi in Groupama Asset Management.

Tu chiedi e l’intelligenza artificiale risponde. Il suo utilizzo nel settore medico è tra i più avanzati per complessità e impatto tecnologico, soprattutto nella diagnostica per immagini e nella scoperta di farmaci. Ma anche se la chiamiamo «intelligente», è pur sempre un software senza alcuna capacità di discernimento, e se la richiesta è ben indirizzata può anche inventarsi risposte di sana pianta. Allora la domanda è: che cosa succede se l’utilizzatore ha scopi fraudolenti, e dalle risposte di ChatGpt, Gemini o Claude dipende la nostra salute? Quanto sia possibile generare prove scientifiche dal nulla lo dimostra la ricerca pubblicata quest’anno su Radiology. Gli studiosi chiedono a ChatGpt di realizzare false radiografie di fratture ossee, le mescolano insieme ad altre autentiche e le mostrano a 17 radiologi, che riescono a riconoscere le cartelle fake solo nel 41% dei casi. Un test finito su Nature dimostra che più o meno tutti i chatbot — da Claude a Grok, fino a ChatGpt — si prestano a fabbricare dati falsi. Vuol dire che un ricercatore, magari sponsorizzato da un’azienda farmaceutica, potrebbe far passare per vero un intero studio che dimostri, ad esempio, l’efficacia di un medicinale che in realtà efficace non è. I trial clinici servono proprio a verificare se una determinata cura funziona o se è migliore delle altre, e si basano su milioni di dati cuciti su migliaia di pazienti: nomi, età, patologie, valori del sangue, data e ora dei test. Solo di fronte a evidenti anomalie, le riviste chiedono all’autore di mostrare il database, e in tal caso è impossibile che il bluff possa sfuggire ai controlli. E invece…
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Un salvadanaio previdenziale da aprire quando si nasce, alimentato da un piccolo contributo pubblico e dai versamenti della famiglia, per cominciare a costruire con decenni di anticipo una pensione integrativa. È la proposta che Assoprevidenza vorrebbe riportare al centro del confronto. Nella scorsa legge di Bilancio erano stati presentati due emendamenti in questa direzione, rimasti però fuori dal testo definitivo. Quest’anno, con una manovra che si annuncia complicata, Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, non si aspetta grandi aperture, ma spera che si riesca comunque a fare un primo passo, almeno in termini di una maggiore deducibilità fiscale. «L’idea non è nuova – spiega Corbello –. Più di un anno fa il presidente della Covip, Mario Pepe, aveva già sollevato la questione della tutela previdenziale dei neonati. Il motivo è semplice. Un bambino che nasce oggi potrebbe andare in pensione tra i 72 e i 75 anni». Un’attesa lunghissima, che rende ancora più importante cominciare ad accumulare il prima possibile, anche partendo da cifre molto piccole. «Lo Stato potrebbe mettere a disposizione una somma iniziale, anche modesta, che la famiglia avrebbe poi la possibilità di integrare nel corso degli anni. Nel lunghissimo periodo l’interesse composto fornirebbe una capacità di accumulo enorme», fa notare Corbello. E il salvadanaio avrebbe anche una funzione educativa. Un po’ come succedeva una volta nelle scuole, quando si parlava di educazione al risparmio, ricorda Corbello: «sapere di avere una forma di risparmio previdenziale permette di cominciare a capire che cos’è e a cosa serve»
Vanguard ha lavorato sul tema insieme al Deutsches Aktieninstitut (DAI), analizzando le esperienze internazionali e formulando raccomandazioni per la Frühstart-Rente tedesca. Da questo lavoro emergono indicazioni utili anche per l’Italia. Iniziare il prima possibile. Il tempo è uno dei fattori più importanti nei rendimenti di lungo periodo. Una simulazione dello studio mostra che, investendo 10 euro al mese dalla nascita fino ai 18 anni e ipotizzando un rendimento annuo del 6%, si potrebbero accumulare circa 3.829 euro a 18 anni e 66.542 euro a 67 anni, anche senza ulteriori versamenti dopo il diciottesimo anno di età . Per l’Italia, quindi, il dibattito non dovrebbe riguardare soltanto l’entità del contributo statale, ma anche quanto presto iniziare a investire. L’accesso dovrebbe essere basato su un conto unico, con processi prevalentemente digitali, comunicazioni chiare e bassi costi. Le famiglie potrebbero essere informate alla registrazione della nascita e supportate nella scelta tra operatori privati regolamentati. Importanza del modo in cui sono investite le risorse. I modelli analizzati da Vanguard e Dai utilizzano portafogli diversificati con un’importante esposizione ai mercati azionari. Per l’Italia, fondi ed Etf globali diversificati e a basso costo potrebbero favorire la crescita nel lungo periodo, riducendo il rischio di concentrazione. La strategia dovrebbe inoltre poter adeguare il rischio nel tempo, anche attraverso soluzioni lifecycle o target-date. Gestione professionale, diversificazione globale e controllo dei costi restano essenziali.
L’evoluzione delle tecnologie digitali e la diffusione dei servizi di home banking hanno reso sempre più sofisticate le tecniche utilizzate dai criminali informatici, che fanno leva soprattutto sulla manipolazione psicologica delle vittime, la cosiddetta social engineering. Sono tante le modalità di attacco di queste frodi ingegneria sociale: tra le più diffuse spiccano il phishing, che si attua mediante email fraudolente che imitano quelle di banche o aziende, lo smishing, realizzato attraverso sms apparentemente provenienti da soggetti affidabili. E ancora, il vishing, che utilizza telefonate da falsi operatori bancari o delle Forze dell’Ordine, e lo spoofing, tecnica con cui i truffatori alterano il numero telefonico o l’indirizzo email del mittente per apparire autentici. La crescente diffusione del fenomeno è confermata anche dalla Relazione 2025 dell’Arbitro bancario finanziario (Abf), presentata da Banca d’Italia: i ricorsi relativi agli utilizzi fraudolenti sono aumentati del 21% rispetto all’anno precedente, arrivando a rappresentare il 37% dell’intero contenzioso trattato. Oltre alle quattro modalità più diffuse, significativo è anche l’incremento dei ricorsi riguardanti i bonifici, cresciuti del 63% in un solo anno, mentre quelli relativi ai servizi e strumenti di pagamento sono aumentati del 21%, segno che le frodi si concentrano sempre più sulle operazioni bancarie online. Nei primi mesi del 2026 il fenomeno ha continuato ad aggravarsi: i ricorsi all’Abf sono aumentati del 32% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e circa il 40% del nuovo contenzioso riguarda proprio servizi di pagamento e utilizzi fraudolenti. Preoccupazione sulle frodi di ingegneria sociale arrivano anche da assicuratori internazionali come Allianz e Hiscox. L’Allianz Risk Barometer 2026 conferma che gli incidenti informatici rappresentano per il quinto anno consecutivo il principale rischio percepito dalle imprese a livello mondiale (42% delle preferenze), davanti all’intelligenza artificiale (32%) e all’interruzione dell’attività aziendale (29%). Secondo il Cyber Readiness Report 2025 di Hiscox, nel corso degli ultimi dodici mesi, il 59% delle Pmi ha subito almeno un attacco cyber, mentre oltre un quarto (27%) è stato vittima di ransomware (infetta i file e poi chiede il riscatto). Particolare preoccupazione desta l’evoluzione delle frodi di ingegneria sociale, nelle quali gli attaccanti manipolano psicologicamente dipendenti e collaboratori inducendoli ad autorizzare pagamenti, divulgare credenziali o installare software malevoli. L’intelligenza artificiale sta rendendo questi attacchi sempre più credibili grazie alla possibilità di creare e-mail perfettamente realistiche, deepfake vocali e video, messaggi personalizzati e conversazioni automatizzate difficili da distinguere da quelle autentiche.
L’esito appariva scontato fin dalla vigilia, ma il 97 per cento di voti favorevoli all’opas lanciata da Intesa Sanpaolo sul Monte dei Paschi di Siena riporta a scenari visti solo a Sofia, in Bulgaria, nel secolo scorso. Via libera all’operazione da parte dei soci, e ci mancherebbe, viene da dire. L’amministratore delegato del gruppo, Carlo Messina, ha disegnato un progetto che, senza mettere le mani nelle tasche degli azionisti della banca, allarga i confini dell’operatività nazionale, fino a conquistare il 13 per cento delle Assicurazioni Generali. Se tutto andrà come sperano a Ca’ de Sass, nascerà un gruppo che nel 2029 avrà 27 milioni di clienti, 2 mila miliardi di euro in attività finanziarie e un utile netto atteso che supererà i 16 miliardi. Con il via libera dei soci (soprattutto Fondazioni e grandi fondi internazionali) è iniziato il lungo percorso delle autorizzazioni. Dovranno accendere la luce verde la Bce, l’Antitrust, l’Ivass, tutte le geografie collegate, addirittura servirà il via libera del governo sul Golden power (scontato, ma ci ricordiamo il caso Unicredit-Banco Bpm), per arrivare all’ok finale della Consob. Sul fronte assicurativo, poi, con evidenti riflessi possibili sul piano della concorrenza, rileva il fatto che Intesa, diventando prima azionista delle Assicurazioni Generali con oltre il 16 per cento delle azioni, configurerebbe una situazione singolare, dove il primo player nazionale sul ricco mercato delle polizze Vita sarebbe anche il primo azionista del secondo operatore di mercato. Il tema assicurativo è centrale in questa partita che ha come obiettivo finale le Generali, anche se Intesa sottolinea che l’acquisizione della quota del Leone di Trieste va vista in «un’ottica puramente finanziaria».
Quarantacinque giorni per costruirsi un futuro autonomo. Tanto manca all’assemblea del Monte dei Paschi di Siena che il 29 ottobre sarà chiamata ad approvare la doppia offerta di acquisto lanciata dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio sul Banco Bpm e su Banca Generali. Un via libera tutt’altro che scontato, vista la presenza, nel capitale di Mps, di Francesco Gaetano Caltagirone che già si è espresso con contrarietà rispetto all’ipotesi di unire Mps e Banco Bpm. Lo disse a Federico De Rosa sul Corriere della Sera il 14 maggio scorso e non c’è motivo di credere che abbia rivisto le proprie posizioni. Anzi. Avendo ben chiaro l’obiettivo delle Assicurazioni Generali, l’imprenditore romano condivide con Intesa Sanpaolo l’obiettivo più importante di questo complessivo riassetto della struttura finanziaria italiana. Dovrà parlare con Parigi, dove ha sede il Crédit Agricole, primo azionista del Banco Bpm con quasi il 30 per cento, facendo valere, in Francia come in Italia, un’azione che punta a salvare l’integrità del Monte dei Paschi di Siena in un gruppo che avrebbe una seconda anima commerciale negli sportelli del Banco Bpm e una doppia valenza sul fronte del wealth management e del private banking, con Mediobanca e Banca Generali
- Anagina in assemblea
Si apre venerdì 18 a Bologna la 97ª assemblea di Anagina, l’associazione nazionale agenti imprenditori assicurativi di Generali Italia, che rappresenta oltre 12 mila persone tra agenti e collaboratori, con circa 4,5 miliardi l’anno di premi intermediati, gestisce circa trenta miliardi di patrimoni, pari a quasi il 50% del portafoglio di Generali Italia, oltre che il 10% dell’intero mercato assicurativo delle reti. Sono attese all’Auditorium Mast circa 400 persone, per ascoltare gli interventi del presidente di Anagina Davide Nicolao; di Giancarlo Fancel, country manager e ceo di Generali Italia, di Walter Veltroni e di Ernesto Galli della Loggia, tutti intervistati da Ferruccio de Bortoli. Si parlerà dei temi che stanno ridisegnando il settore assicurativo: cambiamenti climatici e coperture catastrofali, intelligenza artificiale, welfare, previdenza, formazione per una nuova consulenza assicurativa, oltre allo sviluppo della partnership con Banca Generali, insieme all’amministratore delegato Gian Maria Mossa, nei servizi bancari e finanziari.
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