Il divario di protezione contro le catastrofi naturali in Europa è stimato tra il 50% e il 75% delle perdite economiche non assicurate. Per ridurlo non basterebbe ampliare l’offerta assicurativa: secondo l’Actuarial Association of Europe, occorre accompagnare l’estensione delle coperture con investimenti in adattamento fisico, dati più granulari e meccanismi pubblico-privati ​​di ripartizione dei rischi estremi.

Nel documento di discussione How to Close the Protection Gap and Improve Resilience Against Climate Change, pubblicato lo scorso giugno, l’AAE (Associazione degli attuari europei) descrive un problema di coordinamento tra assicurazioni, imprese di assicurazione e governi. I contraenti tendono a sottoinvestire nella prevenzione, anche per vincoli di liquidità, difficoltà nell’interpretazione del rischio futuro e aspettative di interventi pubblici post-evento; gli assicuratori incontrano limiti nei dati e nella modellizzazione di scenari climatici di lungo periodo; le autorità devono pubbliche conciliare vincoli fiscali di breve termine con esigenze di resilienza di lungo periodo.

Il documento evidenzia come l’aumento dell’esposizione nelle aree ad alto rischio, la persistente debolezza di edifici, imprese e infrastrutture e l’intensificarsi degli effetti climatici contribuisce all’ampliamento del gap di protezione. Nei Paesi in cui la copertura NatCat è affidata prevalentemente alla scelta volontaria di famiglie e imprese, il diverso assicurativo tende a essere più rilevante, soprattutto per le categorie socio-economicamente vulnerabili e per le PMI. Per queste ultime, la protezione su fabbricati e contenuto può non essere accompagnata da una copertura adeguata dell’interruzione di attività.

La sola disponibilità di polizze, osserva l’AAE, non può tuttavia garantire la sostenibilità del mercato in un contesto di perdite crescenti. La riduzione della debolezza fisica costituisce quindi una condizione complementare all’ampliamento della capacità assicurativa. L’associazione propone di collegare più strettamente le misure di adattamento all’informazione sul rischio, consegna, tariffazione e disciplina urbanistica.

Per l’assicurato, le principali criticità riguardano l’accesso a informazioni affidabili e localizzate sull’esposizione e sull’efficacia delle misure preventive. In assenza di dati chiari, il costo iniziale dell’adattamento può apparire superiore al beneficio atteso, soprattutto se gli sconti di premio risultano limitati o il loro orizzonte temporale non coincide con quello dell’investimento.

L’AAE ha elaborato un modello illustrativo per una tipica abitazione europea, con un orizzonte di 50 anni. Le ipotesi prevedono un immobile del valore di 300 mila euro, un premio annuo proprietà di 350 euro, una spesa iniziale di 10 mila euro per interventi di home hardening , uno sconto del 25% sul premio e un incremento reale annuo del 5% dei costi NatCat.

In questo scenario, per il contraente che finanzia direttamente l’intervento il punto di pareggio finanziario viene soltanto raggiunto dopo 45 anni. Su un orizzonte più vicino alle decisioni tipiche delle famiglie, pari a 20 anni, il costo netto cumulato e attualizzato dell’adattamento rimane di circa 7.200 euro. Se i lavori vengono finanziati con un prestito decennale al 4%, il pareggio slitta a 47 anni.

Il rapporto precisa che si tratta di assunzioni illustrative, ma sottolinea la robustezza della conclusione qualitativa: gli incentivi ottenibili attraverso il solo pricing assicurativo non sarebbero normalmente sufficienti a sostenere l’adozione diffusa di misure di micro-adattamento. Per immobili altamente esposti, con premi annui nell’ordine dell’1-2% del valore dell’abitazione e franchigie elevate, il pareggio potrebbe avvicinarsi a circa 35 anni; si tratterebbe comunque di un orizzonte lungo.

Dal punto di vista dell’assicuratore, invece, la riduzione del danno atteso produce benefici sin dal primo anno: diminuiscono l’esposizione ai sinistri e il capitale richiesto, mentre la minore raccolta premi può essere compensata dalla contrazione delle perdite attese, preservando il loss ratio. Il problema segnalato dal paper è quindi la distribuzione nel tempo di costi e benefici: il contraente sostiene immediatamente il costo dell’intervento, mentre il beneficio economico matura gradualmente.

Misure certificate e standardizzate – requisiti prudenziali

Per rendere scalabili gli incentivi, il documento suggerisce di fare riferimento a misure certificate e standardizzate — standard costruttivi riconosciuti, programmi di riqualificazione accreditati e interventi verificabili — anziché sconti completamente personalizzati per ogni singola abitazione o PMI. La personalizzazione estrema comporterebbe infatti costi di sottoscrizione, modellizzazione e verifica non proporzionati.

Centrale la disponibilità di dati robusti in grado di quantificare l’effetto delle misure di adattamento sulle perdite attese. In loro assenza, gli assicuratori possono stimare in modo prudenziale sconti di premio o riduzioni di franchigia, senza trasferire pienamente alle assicurazioni il beneficio della minore rischiosità. L’AAE ritiene pertanto necessari standard armonizzati, processi di certificazione chiari e criteri che colleghino quantitativamente gli incentivi alle caratteristiche locali del pericolo e alle misure di mitigazione effettivamente implementate.

Il documento richiama anche il rapporto tra adattamento e requisiti prudenziali. Nell’attuale formula standard di Solvency II, il calcolo del requisito di capitale per le catastrofi naturali è basato principalmente sulle somme assicurate. Ciò può generare un effetto controintuitivo: gli interventi che rendono più resiliente un edificio possono aumentare il valore di ricostruzione e, quindi, la somma assicurata, con il possibile effetto di accrescere il requisito di capitale dell’impresa anziché riflettere integralmente la riduzione del rischio fisico.

Secondo l’AAE, modelli interni o parziali possono incorporare variabili più granulari — come standard costruttivi, sopraelevazione dei piani, prossimità a difese idrauliche e interventi certificati di retrofit — e rappresentare meglio l’effetto di riduzione del danno. Il documento osserva però che la revisione dei requisiti di capitale avrebbe un impatto limitato sulla convenienza economica per il cliente finale rispetto alla capacità dell’impresa di prezzare adeguatamente l’adattamento nel processo di sottoscrizione.

Partenariati e pooling europeo

La proposta dell’AAE è un sistema a più livelli. Il mercato privato dovrebbe coprire i rischi ordinari a prezzi coerenti con il rischio; le esposizioni difficilmente assicurabili dovrebbero invece poter accedere a schemi pubblico-privati, condizionati a misure di adattamento e mitigazione verificate. I costi dovrebbero essere ripartiti in modo equilibrato tra assicurazioni, imprese e settore pubblico.

I partenariati pubblico-privati ​​possono sostenere la disponibilità della copertura nelle aree più esposte, come mostrano i modelli già operativi in ​​Francia e Spagna richiamati nel documento. Non rappresentano però una soluzione autonoma: un sostegno pubblico eccessivo o troppo prevedibile può ridurre gli incentivi individuali alla prevenzione e all’acquisto dell’assicurazione, oltre a comprimere il ruolo del pricing basato sul rischio e della riassicurazione privata.

In questo quadro, l’AAE richiama l’ipotesi di un meccanismo europeo di pooling e di un backstop per le perdite estreme. La diversificazione tra pericoli e paesi — alluvione, vento, incendio boschivo, siccità e terremoto — potrebbe attenuare la volatilità dei sinistri e ridurre il costo del capitale. Il paper cita l’analisi EIOPA/ESM dell’aprile 2026, secondo cui un pooling su scala europea potrebbe ridurre fino al 67% il fabbisogno aggregato di capitale per i rischi di catastrofe naturale.

L’eventuale architettura europea dovrebbe tuttavia poggiare su condizioni di governance solide: standard informativi armonizzati, definizioni comuni dei pericoli coperti, trigger omogenei, regole fiscali chiare e salvaguardie di mercato. L’obiettivo, secondo l’associazione, dovrebbe essere rafforzare — e non sostituire — gli incentivi alla prevenzione, all’adattamento e allo sviluppo territoriale resiliente.

Le opzioni operative

Il paper individua alcune direttrici per il settore assicurativo e per i decisori pubblici:

  • Migliorare l’accesso e la condivisione di dati, modelli e informazioni geolocalizzate sul rischio.
  • Rendere trasparenti gli effetti delle misure di adattamento su premi, franchigie, condizioni di assicurabilità e perdite attese.
  • Prevedere incentivi rilevanti e pluriennali, combinando sconti di premio, cofinanziamenti pubblici e strumenti finanziari mirati ai soggetti vulnerabili.
  • Integrare il principio del build back better nei processi liquidativi e negli schemi di sostegno post-evento, per evitare la ricostruzione della stessa debolezza.
  • Sviluppare standard tecnici e certificazioni che consentono di riconoscere, in modo verificabile e applicabile su scala, l’efficacia degli interventi.
  • Promuovere il cofinanziamento di opere di macro-adattamento nelle aree a maggiore concentrazione di rischio.
  • Valorizzare nei quadro prudenziali il beneficio macroprudenziale di una maggiore diffusione dell’assicurazione e dell’adattamento fisico.
  • Rafforzare il ruolo degli attuari nella modellizzazione catastrofale, nel pricing basato sul rischio e nella progettazione degli schemi di condivisione pubblico-privata del rischio.

Il documento conclude che la riduzione del Protection Gap richiede un passaggio da interventi frammentati e reattivi a una logica di responsabilità condivisa. Assicurati, assicuratori e governi dovrebbero contribuire secondo ruoli complementari: i primi attraverso la prevenzione e l’adozione di misure concrete; le imprese mediante sottoscrizione, dati, pricing e capacità riassicurativa; il settore pubblico come regolatore, cofinanziatore e garante di ultima istanza per le componenti sistemiche del rischio.

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