di Riccardo Gallo
Ora sappiamo che le imprese italiane medie e grandi hanno reagito alla pandemia in modo insospettabile e che, come dice il Fmi, la crescita del nostro Paese nel 2022 è merito loro. Poco dopo il primo caso di Covid nel 2020, Confindustria stilò previsioni pessimistiche sull’economia nazionale e lanciò un appello affinché il governo fornisse liquidità per ripartire. L’esecutivo compensò lockdown e chiusura temporanea delle fabbriche con una politica economica molto espansiva a sostegno della domanda interna, immise una massiccia liquidità e, per farla arrivare subito, utilizzò e integrò un sistema già pronto da mesi fatto di incentivi, aiuti, bonus per edifici, attività commerciali, brevetti, marchi, bonus bebè, bonus asili nido, bonus cultura ai diciottenni, sport-bonus, bonus facciate. Ogni aiuto portò risorse finanziarie generose se si pensa che il costo dell’opera pubblica mancata non era sempre proibitivo.

Dopo un anno, la perdita di Pil dell’Italia risultò più grave delle previsioni di Confindustria. Il debito pubblico crebbe a dismisura, sia in cifre assolute che in % del Pil (22 punti in più, record in Ue). L’eccesso di moneta immesso nel sistema ma non impiegato fece nascere a marzo 2021 aspettative inflazionistiche, poi in estate il prezzo del gas s’impennò. La guerra in Ucraina è scoppiata solo sei mesi dopo e si è aggiunta alla pandemia. L’impatto sulle imprese invece non era stato mai quantificato. Oggi si può calcolare, grazie alla pubblicazione di dati 2021 per un insieme di 2.145 medie e grandi società, a cura dell’Area Studi Mediobanca.

Il giro d’affari delle imprese calò nel primo anno della pandemia (2020) del 12% (rispetto al 2019) ma nel secondo anno (2021) ha recuperato tutto e anzi ha superato del 10% il livello di partenza. Com’era facile aspettarsi, farmaceutico, distribuzione al dettaglio e alimentare essenziale (caseario, conserviero) furono i soli a non avere flessioni nel 2020. A soffrire di più sono stati tessile, abbigliamento e imprese di costruzione, il cui giro d’affari sta ancora sotto al 2019. Mentre è normale che la gente con il lockdown abbia comprato poco vestiario, non si vede in quali bilanci siano finiti i bonus edilizi.

Nei due anni di pandemia, la quota estera del giro d’affari è calata di 5 punti nelle imprese pubbliche (31%) ed è rimasta nelle manifatturiere (50%). Poiché la politica espansiva del governo serviva a sostenere la domanda interna, ciò significa che la manifattura privata ha salvato il fatturato estero con le proprie forze, non per la politica espansiva. Costruttori di mezzi di trasporto, produttori di gomma e cavi, di impiantistica e meccanica vendono all’estero tra metà e due terzi del loro totale, e quelli di pelli e cuoio (scarpe, borse) e di elettrodomestici addirittura vendono tre quarti all’estero. Stesso identico discorso per il valore aggiunto, ciò che un’impresa mette di suo in quel che vende. Nei due anni di pandemia, quello delle imprese pubbliche si è impoverito di 3 punti sul fatturato, quello delle manifatturiere private è rimasto inalterato. Non è un caso, perché pregio aggiunto ed export vanno di pari passo.

Il numero di occupati è rimasto praticamente inalterato in tutte le imprese: grazie agli ammortizzatori sociali la pandemia non ha causato danni occupazionali.

Da dieci anni, gli investimenti materiali nelle fabbriche sono scarsi, inferiori all’ammortamento ordinario. Eccezioni virtuose sono le imprese di pelli e cuoio, le alimentari conserviere, quelle della distribuzione al dettaglio, del legno e mobili, che investono fino al doppio dell’ammortamento. Le più svogliate sono le società a controllo estero, e questo significa una prolungata disaffezione del capitale internazionale verso l’Italia, e poi anche le imprese della stampa-editoria e dei prodotti per l’edilizia, che arrivano stanche ai rincari odierni del gas e dell’energia. Da dieci anni e più, investimenti finanziari come l’acquisizione di partecipazioni hanno poi un flusso pari a oltre una volta e mezza gli investimenti materiali tecnici. Significa che le imprese fanno crescita esterna (M&A) molto più che interna (investimenti in vecchie fabbriche). Un secondo indicatore importante è la percentuale di utili distribuiti ai soci sotto forma di cedole. Ogni socio dovrebbe avere la convenienza a lasciar fruttare l’utile dentro la propria società considerandola la miglior alternativa d’impiego. Invece, da almeno dieci anni i soci prelevano quasi tutti gli utili, talvolta di più, intaccando le riserve, con conseguente sottrazione di risorse destinabili alla crescita. Fanno eccezione i soci privati delle imprese medie manifatturiere che prelevano solo metà degli utili. Questa distribuzione patologica si può spiegare o con la volontà degli stessi soci di saccheggiare le imprese, ripartire il patrimonio tra gli eredi e abbandonare il campo, oppure con la loro volontà di investire i dividendi fuori dalla società e del bilancio, in nuove iniziative imprenditoriali, altrove.

Discorso a parte meritano le imprese di energia elettrica e gas. I dati mostrano che almeno negli ultimi dieci anni hanno cumulato utili netti pari a 50 miliardi, un’enormità, pari a più di un quinto dell’utile aggregato delle 2.145 società, e li hanno distribuiti tutti, anche di più, come dividendi agli azionisti (spesso Stato, Regioni, Enti locali), spolpando le società, non investendo, esponendo l’Italia infragilita alla crisi energetica. Parlare di extraprofitti speculativi ora, in campagna elettorale, senza aver affrontato il problema in tanti anni è tardivo.

Quanto alla gestione, le imprese italiane nel primo anno di pandemia pagarono i loro fornitori con un ritardo di appena una decina di giorni, «a tre mesi», accettarono dai clienti altrettanta maggior dilazione e, sempre per una decina di giorni in più, lasciarono gonfiare il magazzino. Poca cosa. Nel 2021 tutto torna sui valori di partenza. Anche da un punto di vista patrimoniale e finanziario nessun problema. Anzi, l’indice di liquidità delle imprese non è mai stato tanto alto nella storia come nel 2021. Ciò conferma che l’appello alla liquidità fu enfatizzato e/o che la politica espansiva di soldi immessi a debito pubblico fu sovradimensionata. In campagna elettorale abbiamo ascoltato preoccupazioni su economia e posti di lavoro, con richieste di bonus e aiuti ancor maggiori. L’auspicio è che il nuovo governo nasca consapevole dei processi strutturali qui dimostrati, prosegua investimenti pubblici di sistema che riaffezionino gli imprenditori, senza bonus, e che le imprese ce la facciano ancora una volta, vincendo sui mercati esteri. (riproduzione riservata)

*Presidente Osservatorio delle Imprese, Sapienza Roma
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