Errori previdenziali

Carlo Giuro
Il 2022 potrebbe essere l’anno più difficile per andare in pensione nella storia recente, a causa di un contesto di mercato che influisce sui risparmi pensionistici. La considerazione emerge in una visione sistemica dalla decima edizione del Global Retirement Index 2022, il sondaggio annuale di Natixis Investment Managers che MF-Milano Finanza ha potuto visionare in anteprima. Lo studio fotografa la situazione pensionistica a livello globale (focus Paesi Ocse) in base a quattro parametri: salute, condizioni finanziarie in pensione, qualità della vita e benessere materiale. Quali sono le principali evidenze?

Vanno individuati in primo luogo i nuovi rischi che incombono sui sistemi pensionistici aggiungendosi a quelli per dir così consolidatisi negli anni scorsi. In particolare il riferimento è all’inflazione, all’andamento dei tassi di interesse e dei redditi e all’evoluzione demografica, quella che può definirsi come la rivoluzione della longevità che impatta sia sulla pianificazione previdenziale individuale che sui sistemi pensionistici, con limiti di manovra per le classi politiche dovendosi contemperare le prestazioni pensionistiche e sanitarie con gli elevati livelli di debito pubblico che tra le economie avanzate è salito raggiungendo la quota di oltre 220 mila miliardi di dollari nel 2020.

In termini di pianificazione previdenziale il rapporto evidenzia quali sono i 10 errori che i risparmiatori rischiano di commettere in questa fase. In primo luogo il sottostimare l’impatto dell’inflazione, poi sopravvalutare il rendimento dell’investimento, nutrire aspettative di performance non realistiche, sottostimare la propria aspettativa di vita, essere troppo conservativi nell’investimento, non considerare i costi sanitari, confidare eccessivamente nel contributo della previdenza obbligatoria, non quantificare correttamente quali saranno le fonti di reddito future, sottostimare i costi generati dai beni immobiliari (in proprietà o locazione), essere eccessivamente aggressivi negli investimenti. Andando alla disamina della graduatoria generale l’Italia occupa il 31° posto su 44 Paesi analizzati, confermando il posizionamento dell’anno scorso. La Norvegia è al primo posto, seguita da Svizzera e Islanda. Va evidenziato come il Global Retirement Index comprende 18 indici di performance, raggruppati in quattro macro-temi (i mezzi materiali per vivere comodamente; l’accesso a servizi finanziari di qualità per aiutare a preservare il valore dei risparmi e massimizzare il reddito; l’accesso a servizi sanitari di qualità; un ambiente pulito e sicuro). Su questi quattro macro-temi l’Italia si classifica al 20°posto (rispetto al 21°dello scorso anno) per quanto riguarda i servizi sanitari, e per la qualità della vita, mentre il Paese è oltre il 25° posto sia per quanto riguarda le condizioni finanziarie in pensione sia per il benessere materiale dei pensionati.

«Se da un lato l’inflazione ha un impatto negativo sui singoli individui, dall’altro alcune istituzioni possono trarne un beneficio indiretto. In genere, le pensioni registrano performance migliori nei periodi di inflazione, quando le banche centrali attuano aumenti dei tassi di interesse per contenere l’aumento dei prezzi. Ciò è dovuto all’effetto altalenante che i tassi hanno sui costi delle prestazioni pensionistiche. In parole povere: più alto è il tasso, più basso è il valore attuale delle passività», spiega Marco Barindelli, responsabile per l’Italia di Natixis Investment Management.

Ma sul fronte dei lavoratori, «ora che i tassi sono aumentati, il valore attuale delle prestazioni si sta riducendo per molti, anche se non tutti gli operatori previdenziali rispondono in egual misura. L’aumento dell’inflazione rende più difficile il confronto con il trattamento di fine rapporto; d’altra parte i tassi più elevati consentono, in fase di accumulo, di investire i contributi a rendimenti progressivamente più elevati. Sul versante delle pensioni pubbliche i conti potrebbero non essere altrettanto semplici, in quanto occorre tenere presente il maggior costo del debito», conclude Barindelli. (riproduzione riservata)
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