Bentornati fondi Pir

Paola Valentini
Il risparmio super-incentivato torna sui fondi comuni Pir. I Piani Individuali di Risparmio, i prodotti più premiati dal fisco, nel 2017, l’anno del loro avvio, avevano registrato un boom di raccolta (11 miliardi di euro su 77 miliardi di tutto il mercato dei fondi). Era seguito un 2018 altrettanto buono (quasi 4 miliardi di flussi contribuendo a portare in attivo l’industria, che aveva chiuso a 671 milioni), dopodiché è arrivata la frenata degli ultimi due anni (-1,1 miliardi nel 2019 e -759 milioni nel 2020) a causa di cambiamenti della normativa che avevano di fatto provocato un blocco della raccolta. Ma adesso per il secondo trimestre 2021 i dati Assogestioni segnalano una ripresa delle sottoscrizioni anche grazie al brillante andamento di Piazza Affari, che rappresenta il bacino di investimento prevalente per i Pir.

Va inoltre sottolineato che a inizio 2022 per i sottoscrittori dei primi Pir lanciati sul mercato scadranno i cinque anni di lock up da rispettare per poter beneficiare dell’esenzione fiscale dalle imposte sulle rendite finanziarie generate dall’investimento (al 12,5% o al 26%) e dalle imposte di successione. Gli investitori della prima ora dunque vedranno tra qualche mese i risultati della loro scommessa e le premesse ci sono tutte per un bilancio molto positivo, se la tendenza dei mercati continuerà a essere quella attuale. Basti pensare che a gennaio 2017 il Ftse Mib viaggiava sui 19.000 punti, mentre oggi ha superato quota 26.000 con un rialzo cumulato di quasi il 40%. Un rendimento che, per chi ha tenuto i Pir in questi cinque anni e li venderà allo scadere, non sarà decurtato dall’imposta sulle rendite finanziarie.

Dagli ultimi dati di Assogestioni emerge che i Pir hanno registrato flussi per 106 milioni tra aprile e giugno scorsi, contribuendo a ridurre il rosso nei sei mesi (-210 milioni), rispetto ai -316 milioni del primo trimestre e -403 milioni del quarto trimestre 2020. A questi si aggiungono per la prima volta capitali in entrata significativi sui Pir Alternativi (349 milioni), strumenti avviati dalla normativa a metà 2020 sotto forma di fondi chiusi e che sono dedicati a un segmento di clientela più sofisticato per via dei limiti all’uscita prima della scadenza. Grazie all’andamento positivo dei mercati che ha fatto lievitare le masse, secondo le statistiche Assogestioni, alla fine del primo semestre di quest’anno il sistema dei 68 fondi Pir tradizionali contava masse per 19,67 miliardi, in netto aumento dai 17,8 miliardi di fine 2020 e pari a circa l’1,6% del mercato totale dei fondi comuni. Dalla fotografia del portafoglio di fine 2020 emerge che i Pir investono 8,4 miliardi in azioni italiane, 5,7 miliardi in obbligazioni corporate di emittenti domestici e la restante parte, ossia circa 3,7 miliardi, è ripartita tra cash e titoli di Stato italiani ed esteri. Gli investimenti in società small cap dell’Aim si attestano a 203 milioni, circa il 10% del flottante del segmento. In termini di masse a fine giugno il leader dei Pir restava Banca Mediolanum con una quota di mercato del 21,3%, davanti al gruppo Intesa Sanpaolo (20,6%), ad Amundi (15%), ad Arca (12%) e ad Anima (10%). Risultati positivi che hanno portato Equita sim a stimare per i Pir ordinari una raccolta netta 2021 di circa 500 milioni e di 2-3 miliardi all’anno per i Pir Alternativi, per i quali l’ultima Legge di Bilancio ha introdotto ulteriori benefici fiscali, cioè il credito d’imposta sulle minusvalenze.

«I Pir restano strumenti attraenti e vanno nella direzione di canalizzare il risparmio in partecipazioni che creino valore sostenibile per le pmi e per gli investitori. Inoltre, grazie alla combinazione tra governo Draghi e Recovery Plan, riteniamo che l’Italia sia tra i Paesi più interessanti in cui investire al momento, anche alla luce di un profilo di rischio drasticamente migliorato, e ciò potrebbe portare un ritorno di capitali verso l’Italia», sottolinea di Luigi de Bellis, co-responsabile ufficio studi di Equita. Un effetto su Piazza Affari c’è già stato, dato che da inizio anno il Ftse Mib è in rialzo di quasi il 18%, il Ftse Italia Mid Cap del 33% e il Ftse Aim del 54%.

In questo contesto il miglior Pir da inizio anno è il Made in Italy Fund con un rendimento di quasi il 58%, come emerge dai dati Fida, che ha elaborato la classifica delle performance suddividendo i comparti per categoria (si veda tabella). E’ stato lanciato nel maggio 2016 e l’anno dopo è diventato Pir. «Dal suo debutto a fine dello scorso agosto ha reso il 105% rispetto a una media ponderata dei fondi azionari Italia del 69,8%, del +70,4% dell’Etf più comparabile (il Lyxor Ftse Italia Mid Cap, ndr) e del +72,1% del principale Etf azionario Italia, ossia l’iShares Ftse Mib», sottolinea Massimo Fuggetta, fondatore di Bayes Investments. Il fondo punta su società italiane con una capitalizzazione inferiore a un miliardo (investe in maggioranza sull’Aim) e in portafoglio ha circa 30 azioni.

Il bilancio di fine agosto vede «il titolo Reti top performer del mese con un +67% e un +251% ripetto al prezzo dell’ipo, avvenuta un anno fa», aggiunge Fuggetta. «La nostra top holding EdiliziAcrobatica è salita del 51% e abbiamo dovuto tagliare la posizione per rimanere all’interno del limite agli investimenti del 10%. CY4Gate è salito del 41% e ID-Entity del 30% ed è del 106% sopra al prezzo dell’ipo dello scorso. Piteco e Doxee, in crescita rispettivamente del 27% e del 22%, completano l’elenco degli incrementi di prezzo di oltre il 20%, ma la maggior parte delle nostre posizioni ha avuto buoni rendimenti nel mese. Corto è invece l’elenco dei rendimenti negativi», dice ancora Fuggetta, «con Longino & Cardenal in calo del -9% nel mese ma in rialzo del 46% da inizio anno, e la matricola Giglio.com, in ribasso del -4% e del -7% dal prezzo dell’ipo di luglio. Le nostre prospettive rimangono positive per il resto dell’anno e oltre». E proprio alla Bayes si è affidata Scm sim per la nuova linea di gestione, conforme alla norma sui Pir Alternativi, lanciata a inizio anno. Il primo investitore da gennaio 2021 ha guadagnato il 33,9% e il 10% da fine luglio. «Oggi non ci sono alternative alle azioni, almeno finché non si registrerà una salita dei tassi, soprattutto negli Usa», afferma Antonello Sanna, fondatore di Scm. Che accanto ai vantaggi fiscali mette in evidenza che investire in una linea Pir vuol dire «investire nella propria economia, risponde alla necessità di generare posti di lavoro, reddito e gettito fiscale, piuttosto che investire con asset manager che dirottano i risparmi italiani verso aziende all’estero».

Tra le prime sgr italiane a lanciare un fondo Pir, nella primavera del 2017, è stata Anthilia Sgr, forte dell’esperienza sulle pmi italiane. «Di recente abbiamo registrato un’accelerazione nella raccolta favorita dalla fiducia nel governo Draghi e dalle prospettive di crescita innescate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza», evidenzia Daniele Colantonio, partner di Anthilia. Proprio in quest’ottica va visto l’investimento nel mercato azionario italiano: «Da inizio anno Piazza Affari ha registrato un boom di quotazioni. Si tratta di small cap che hanno già registrato eccellenti performance ma che non hanno ancora espresso il loro potenziale. L’investimento in questa tipologia di imprese rimane una scelta ottimale perché saranno soprattutto loro a beneficiare del Pnrr», aggiunge Colantonio. Senza dimenticare la raccolta su Pir Alternativi lanciati negli ultimi mesi, «tutte masse che si riverseranno proprio sulle pmi italiane quotate e ne faranno aumentare le capitalizzazioni», spiega il gestore.

In questo contesto «non è da sottovalutare il vantaggio fiscale riservato ai guadagni su investimenti in Pir: considerando l’assenza della trattenuta del 26% sui capital gain, in cinque anni si tratta di un profitto netto superiore di oltre un quarto se paragonato allo stesso rendimento lordo ottenuto con le tradizionali blue chip», conclude Colantonio. Sempre che il governo Draghi con la delega fiscale non modifichi la situazione. (riproduzione riservata)

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