Fintech, l’Italia arranca

di Francesco Bertolino

Un polo del fintech a Milano. Fra i tanti progetti del governo per spendere i 209 miliardi del Recovery Fund europeo compare anche un piano da 80 milioni per rendere il capoluogo lombardo il centro nazionale dell’innovazione in ambito finanziario. Per la verità, è già così. Stando a una recente ricognizione di Ey, circa metà delle 345 startup fintech italiane o fondate da italiani ha sede in Lombardia (48,8%), perlopiù a Milano dove da qualche anno si è creato un ecosistema di università, istituzioni finanziarie e investitori favorevole al loro sviluppo. La sfida, piuttosto, è fare di Milano un polo di caratura europea in grado di competere con Londra, Berlino, Parigi e Amsterdam. Gli 80 milioni di investimenti pubblici in 6 anni potrebbero non bastare allo scopo di colmare il divario con gli altri Paesi. Fra 2016 e 2019 sono stati investiti oltre 110 miliardi di dollari a livello globale in società fintech, 15 dei quali in Europa.

Nello stesso arco di tempo, calcola Ey, le startup finanziarie italiane hanno raccolto circa 576 milioni di euro, lo 0,6% del totale complessivo e il 4,6% di quello europeo. Troppo poco per l’ottava economia al mondo, nonostante gli investimenti siano aumentati in media del 60% all’anno. Troppo poco, probabilmente, anche per sostenere i piani di spesa di società per cui la crescita è questione di sopravvivenza. Come ogni altra startup, infatti, anche le fintech perseguono strategie di espansione aggressive che prevedono massicci investimenti, privilegiando nelle fasi iniziali l’aumento dei ricavi al raggiungimento dell’utile. Tutte o quasi le fintech italiane operano perciò in perdita (si veda tabella in pagina). La startup di roboadvisory Moneyfarm, per esempio, ha chiuso il 2019 con un rosso operativo di 12,9 milioni di sterline (circa 14 milioni di euro), in lieve calo rispetto al rosso pre-tasse di oltre 13 milioni di sterline registrato nel 2018. La insurtech Prima Assicurazioni ha conseguito l’anno scorso un risultato negativo di 14,3 milioni, mentre per la startup dei pagamenti Satispay la perdita è salita a 12,9 milioni di euro. Si tratta di numeri fisiologici considerata la mole di investimenti, specie quando compensati da un aumento significativo dei ricavi. Del resto, ad Amazon sono serviti 9 anni per chiudere il primo bilancio in utile (35 milioni di dollari nel 2003). E, per rimanere nel settore fintech, neo-banche del calibro di N26, Revolut e Monzo sono arrivate ad accumulare perdite vicine o superiori ai 100 milioni nel 2019. 
La differenza rispetto alle concorrenti europee, semmai, sta nell’enorme difficoltà che le fintech italiane, specie se piccole e poco note, incontrano nel raccogliere i capitali freschi necessari a coprire le perdite e a sostenere i progetti di crescita. Fra luglio 2018 e settembre 2019 le startup finanziarie italiane hanno attratto solo il 2% degli investimenti effettuati nel settore in Europa contro il 50% delle concorrenti inglesi, il 19% delle tedesche, il 10% delle svedesi e il 7% delle francesi. 
Da un sondaggio condotto da Ey fra 164 società con ricavi superiori al milione di euro emerge che un quarto delle startup finanziarie nazionali attinge soprattutto a risorse personali per finanziare i propri investimenti. Una percentuale lievemente inferiore ha come fonte primaria i capitali forniti dai business angels, mentre solo un decimo ha accesso ai fondi dei corporate venture capital o dei venture capital internazionali. Date le circostanze non può sorprendere che 51 talenti italiani abbiano deciso di fondare la propria fintech in Regno Unito, Stati Uniti e Svizzera. O che molti altri abbiano valutato di aprire all’estero una seconda sede di «rappresentanza finanziaria», perlomeno prima che esplodesse la crisi pandemica. L’emergenza sanitaria e le conseguenti limitazioni agli spostamenti sembrano aver infatti accelerato il processo di trasformazione tecnologica, anche in ambito finanziario. Tanto per i clienti, quanto per i fornitori di servizi. Prima della pandemia, infatti, l’Italia era agli ultimi posti per adozione di soluzioni fintech: al 51% contro una media mondiale del 64%. Inoltre, nel Paese il rapporto fra transazioni fintech e pil era fermo all’1,4%, inferiore non solo al 7,1% del Regno Unito, ma anche al 2,1% della Spagna. Difficile, in queste condizioni, accumulare volumi e clienti sufficienti a raggiungere il profitto. Nel lockdown, però, consumatori e imprese si sono all’improvviso trovati nell’impossibilità di raggiungere la filiale bancaria o di incontrare di persona il proprio consulente. Molti si sono così avvicinati ai servizi finanziari digitali e ne hanno apprezzato la rapidità e facilità di utilizzo. Secondo un’indagine dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, ad aprile 2020 sono cresciuti del 17% gli utenti unici online delle banche rispetto al 2019, le transazioni online sono salite del 32% ed è esploso al +75% il numero di clienti acquisiti da remoto.

Quanto al credito, Credimi ha toccato alla fine del primo semestre il miliardo di euro di erogato fra prestiti alle pmi e acquisto fatture, superando di slancio il totale 2019. La crisi pandemica potrebbe così trasformare un punto di debolezza, la scarsa adozione del fintech in Italia, in un punto di forza. La minor penetrazione diventa ora un’opportunità per margini di crescita più ampi per le startup finanziarie innovative. Alcune potrebbero così avvicinare l’anelato break-even, il pareggio di fra costi e ricavi, che Moneyfarm punta a raggiungerlo già quest’anno sul mercato italiano. I capitali potrebbero seguire. Nei primi otto mesi dell’anno le fintech italiane hanno raccolto 90 milioni di euro, una somma inferiore a 2018 e 2019, ma comunque incoraggiante considerata la situazione economico-sanitaria e in linea con quanto accaduto negli altri Paesi europei. Nel frattempo, sono aumentati anche i casi di collaborazione fra fintech e istituzioni finanziarie tradizionali, come da ultimo quella fra Banca Progetto e Modefinance nella valutazione del merito di credito. Oltre ad aiutare le startup ad aumentare la base utenti, simili partnership industriali potrebbero in futuro evolversi (talvolta) in partecipazioni azionarie o acquisizioni tout court, come nei casi di Oval Money e Yolo con Intesa Sanpaolo. Ciò potrebbe eliminare un altro ostacolo all’ingresso dei venture capital internazionali nel fintech italiano: la difficoltà nel far fruttare i propri investimenti, cioè nella cosiddetta exit. (riproduzione riservata)

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