I manager giudicano le loro aziende: impreparate per il dopo-Covid

di Carlo Valentini
L’azienda ha progetti in atto per favorire il ricambio generazionale? Il 61,1% (su duemila interviste a manager e quadri di primo livello) risponde no. Ritiene adeguato il suo livello retributivo? Non lo ritiene adeguato il 58,3%. Sono valorizzate le competenze all’interno dell’azienda? La risposta è negativa nel 52,5% dei casi. È stimolata la formazione professionale? Il 52,8% assicura di no. Si tratta di ostacoli che, concordano pressoché tutti gli interpellati, rischiano di non consentire quella spinta al rilancio che richiede questo difficile momento post-Covid.

L’indagine è stata compiuta da FiordiRisorse, business community che da 12 anni monitorizza l’appeal delle aziende. Commenta il suo presidente, Osvaldo Danzi: «È preoccupante rilevare come, in un periodo economico come questo, le aziende siano così poco sensibili anche al tema della rotazione di ruolo, preferendo cercare all’esterno professioni che hanno già in casa, con costi più onerosi». La ricerca è stata presentata a Nobilita Festival, che si è aperto ieri a Bologna con la relazione dell’ex segretario Fim-Cisl, Marco Bentivogli: «Le aziende dovrebbero cambiare in fretta la propria cultura organizzativa, alleggerirla e renderla più reattiva poiché stiamo assistendo allo scongelamento di due pilastri del lavoro: i suoi spazi (luoghi) e i suoi tempi (gli orari), messi in gioco dall’avvento del digitale».

In effetti le aziende si trovano a dovere affrontare in fretta il problema di come continuare a gestire una parte del lavoro in remoto. L’occupazione degli uffici è attualmente, secondo l’indagine, al 30% e le imprese più strutturate hanno definito uno smartworking che ancora prevede 3 giorni su 5. Altre hanno ufficializzato a una parte dei loro dipendenti che potranno lavorare per tutto il 2021 da qualsiasi luogo. Come inciderà tutto questo dal punto di vista sociale, economico, relazionale, infrastrutturale è uno dei temi che investirà i prossimi mesi.

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