Quel triplice ruolo di Delfin che fa molto anni 90

Essendo l’uomo più ricco, e soprattutto liquido, d’Italia, Leonardo Del Vecchio dispone dei suoi capitali come meglio crede. Tanto più se, come in questo caso, investe sul mercato azionario, come fanno tantissimi altri operatori, finanzieri, imprenditori e fondi internazionali. Ma nel blitz nel capitale di Mediobanca (effettuato sotto la regia del fida-
to Francesco Milleri), la quota del 6,94%, destinata a lievitare ancora, che vale 580 milioni, è stata costruita tra l’ I I e il 17 settembre scorsi dalla cassaforte lussemburghese Delfin e dal-le altre due finanziarie Aterno e Dfr Investments, si cela altro, oltre alla dichiarazione di pace («siamo un azionista di lungo periodo e daremo il nostro sostegno per accelerare la creazione di valore a vantaggio di tutti gli stakeholder», come dichiarato dal fondatore di Luxottica). L’ingresso sulla scena in Piazzetta Cuccia da terzo socio alle spalle di Unicredit e Bolloré ha scosso, e pure parecchio, gli osservatori. Ma non il titolo della merchant bank guidata dall’ad Alberto Nagel.

Perché di fatto è la prima volta che un soggetto assume contemporaneamente il ruolo di azionista nell’intera filiera che dalla banca di piazza Gae Aulenti arriva fino alle Generali di Trieste. Del Vecchio infatti, è bene ricordarlo, non è solo presente nel capitale di Mediobanca, ma da tempo ha consolidato la sua presenza nel Leone di Trieste, è arrivato a detenere fino al 4,86% e non è detto che possa incrementare ancora la sua presenza, e, seppure lontano dai radar di borsa, custodisce gelosamente in portafoglio il 2% della stessa Unicredit. Uno shopping che agli attuali prezzi di borsa vale 2,46 miliardi, vale a dire l’equivalente del 12% del suo patrimonio, stimato in almeno 20 miliardi di euro.

Il tutto senza trascurare che con la Fondazione personale è il secondo socio (18,45%), alle spalle di Piazzetta Cuccia (25,37%), dello Ieo, che ha provato e proverà nuovamente a conquistare e controllare, trovando invece il portone chiuso da tutti gli altri azionisti dell’istituto oncologico milanese fondato dal defunto Umberto Veronesi e da Enrico Cuccia. E se non vi sono vincoli o regole d’ingaggio quando si fa shopping a Piazza Affari, è altrettanto vero che questa strategia a tenaglia su Mediobanca fa pensare e riflettere. Perché dopo che a lungo era stato chiesto ai soci e al management della merchant di sciogliere i nodi con il passato, di ridurre o eliminare intrecci, lacci e lacciuoli, insomma di dare modernità, ecco che la mossa di Del Vecchio ha un sapore antico, di passato, di anni Novanta, quando il capitali-smo di relazione dominava la scena finanziaria e indu-

striale italiana. Quando, va detto, vi erano altre regole d’ingaggio e soprattutto altri regolatori e authority di mercato. E quando soggetti quali i fondi attivisti che negli ultimi anni stanno conquistando la scena a Piana Affari (Elliott è riuscito nell’impresa, unica in Europa, di ribaltare il cda di Tim, a discapito di Vivendi) erano totalmente assenti da un mercato molto più ingessato rispetto a quello attuale.

Un Leonardo Del Vecchio uno-e-trino, che in qualche modo può apparire come una figura particolarmente ingombrante nel delicato gioco di equilibri della finanza italiana e all’interno di uno scacchiere che riguarda la seconda banca nazionale, la principale merchant bank del mercato e, soprattutto, la più importante compagnia assicurativa del Paese, da sempre al centro di mire e interessi non solo italiani. E si sa che periodicamente sul Leone di Trieste, ieri in spolvero a Piazza Affari (ieri +2,2%), gli appetiti non mancano, anche e soprattutto in termini di governance e gestione operativa.

Perché come era già emerso nei mesi scorsi c’era stato fermento nel fronte dei soci italiani della compagnia assicurativa guidata dal francese Philippe Donnet (da Oltralpe nel giugno di tre anni fa è arrivato anche Jean-Pierre Mustier ai vertici di Unicredit), per avere una maggiore presa sulla governance e nella gestione operativa. Ma a un attento osservatore non passa inosservato il fatto che il ruolo di triplice socio di Del Vecchio in Unicredit, Medio-banca e Generali ha in qualche modo un impatto diretto nella gestione e nell’assetto azionario dello Ieo, per il quale mr Luxottica, affiancato dal fidato scuderio Francesco Milleri, aveva previsto un piano di espansione (la Cittadella della salute) da finanziare attraverso una donazione personale di ben mezzo miliardo di euro.

Fonte: logo_mf