Meglio non abolire Quota 100

Lo dice Cesare Damiano, Pd, ex ministro del lavoro. E tutti in pensione a 63 anni
La norma ha corretto le storture della legge Fornero
di Ugo Laner Formiche. net

Cesare Damiano osserva un po’ a distanza il dibattito sulle pensioni che sta accompagnando la nascita del governo Conte, ma ha un’idea precisa su cosa servirebbe per mettere d’accordo tutte le parti in causa.
Abolire Quota 100? «Intanto non è una quota, ma una finestra perché il requisito dei 38 anni di contributi è fisso», puntualizza l’ex ministro del Lavoro, esponente del Pd ed esperto di previdenza.
Poi, aggiunge, la riforma ha mostrato alcuni limiti, primo tra tutti il mancato effetto sostituzione. Avrebbe dovuto favorire almeno un’assunzione per ogni pensionato. «Premessa fasulla, nel privato non è successo e nel pubblico è ancora tutto in alto mare», spiega Damiano.
Senza contare che restano fuori dalla riforma categorie che andrebbero tutelate come le donne, che hanno di solito meno anni di contribuzione, o chi è stato licenziato a 58-60 anni.
Detto questo la cancellazione tout-court sarebbe un errore «perché Quota 100 ha in qualche modo aiutato a correggere alcune storture della legge Fornero, anche se ha sbandierato la falsa promessa della sua cancellazione. Anche noi, con la precedente riforma dell’Ape sociale, avevamo già introdotto importanti correttivi alla legge Fornero. La soluzione, per me, è mantenere fino a scadenza Quota 100, che dura tre anni. Se proprio serve introduciamo dei correttivi».
L’ex ministro del Lavoro ipotizza, ad esempio, un aumento del requisito anagrafico a 63 anni, anche per renderlo omogeneo con quello previsto dall’Ape sociale che, questa sì, va resa strutturale allargando le categorie coinvolte. «Ad esempio chi svolge lavori faticosi e discontinui, come gli edili. Senza dimenticare gli ultimi esodati». Anche perché l’Ape sociale scade quest’anno.
L’esponente del Pd poi rilancia «quota 41», quindi la possibilità di andare in pensione con il solo requisito contributivo, fissato appunto in 41 anni, indipendentemente dal requisito anagrafico. Non era una riforma fortemente voluta da Salvini? «Era una proposta che io avevo fatto al nostro governo, poi non siamo arrivati fino in fondo. Quella bandiera l’ha poi presa Salvini ed è un obiettivo cui insistere se vogliamo fare del bene a chi ha iniziato a lavorare presto».
L’idea di fondo è che presto le pensioni saranno soprattutto quelle calcolate con il contributivo. «Bisogna abbandonare l’impostazione degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, stabilendo che da 63 anni si può andare in pensione. Introdurre un principio di flessibilità e avvantaggiare chi svolge mansioni pesanti».
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