Consumatori costretti a pagare dazi anche sugli acquisti online. Riaprono le dogane, chiuse dal 1993. Rischi di doppia tassazione. Rimborsi Iva negati
di Marino Longoni mlongoni@italiaoggi.it

La notte del 31 ottobre 2019 rischia di essere veramente la notte delle streghe, per molti sudditi di sua maestà britannica. E purtroppo non solo per loro. Quest’anno Halloween potrebbe infatti coincidere con l’hard Brexit, cioè l’uscita non concordata della Gran Bretagna dall’Unione europea. Un evento ancora difficile da decifrare dal punto di vista politico. Ma ancora più difficile da inquadrare dal punto di vista tecnico. L’unica cosa sicura è che avrà un impatto consistente su milioni di operatori economici e decine di milioni di consumatori europei. Basti pensare che per articoli ordinati via internet da un sito britannico potrebbe essere necessario pagare un dazio all’importazione (con percentuali molto variabili, per esempio: 4,5% per prodotti chimici, 35% per i latticini), con tutte le complicazioni del caso. Ma non c’è dubbio che i problemi più grossi li avranno gli operatori economici, e non sarà una cosa indolore, visto che il mercato inglese assorbe il 5,5% di tutte le esportazioni italiane.
Se, come sembra sempre più probabile, si andrà verso il No deal, dal 1° novembre tra il Regno Unito e il resto d’Europa torneranno le barriere doganali che erano state abbattute dal 1° gennaio 1993. Questo significa che l’importatore italiano dovrà presentare una dichiarazione doganale contenente tutti gli elementi essenziali del bene e dell’operazione commerciale, con il conseguente aumento dei tempi necessari e dei costi amministrativi, problemi che si moltiplicheranno per tutti i beni soggetti a dazi. A subire le conseguenze del No deal non saranno solo gli acquirenti di prodotti finiti, ma anche quelli dei cosiddetti beni intermedi, cioè i prodotti o servizi che servono per la produzione di un altro bene: in questi casi, addirittura, il problema dell’allungamento dei tempi di consegna e dell’aumento del costo potrebbero essere ancora più dirompenti e consigliare la ricerca di un’alternativa. Lo stesso vale, naturalmente, anche per i beni esportati in Uk, anche se, proprio in vista della Brexit, il Regno Unito ha previsto una nuova tariffa doganale che esonera da dazi l’82% delle importazioni europee (ma sulle auto si applicheranno comunque tariffe dal 6 al 22%, sul tessile-abbigliamento del 12%).
Oltre alle pesanti conseguenze economiche e amministrative, ci sono aspetti tecnici di un certo rilievo che al momento sono ancora privi di soluzioni sicure: con la conseguenza che molte imprese tra un mese dovranno immaginare autonomamente una risposta, sopportando il rischio di pesanti sanzioni in caso di errori. Per esempio, non si capisce come dovranno essere trattate le operazioni «a cavallo», cioè quelle iniziate con la spedizione della merce prima della Brexit, ma concluse in un momento successivo. Così, per esempio, le vendite a consumatori finali, che all’interno dell’Unione europea sono normalmente tassate nel paese di origine, potrebbero subire una doppia tassazione, prima del 31 ottobre nel paese di origine, dopo il 1° novembre in quello di destinazione
Per le vendite a distanza, per le quali sono previste regole particolari, per gli operatori inglesi non sarà più sufficiente la titolarità di una posizione Iva valida negli altri paesi europei, ma sarà necessaria la nomina di un rappresentate fiscale. E lo stesso vale per le imprese europee titolari di una posizione Iva valida in Gb. Da notare che, dal 1° novembre, le imprese inglesi perderanno il diritto al rimorso dell’Iva pagata in Europa e viceversa quelle europee perderanno i rimborsi dell’imposta pagata Oltremanica.
Minori problemi, invece, per l’utilizzo delle carte di credito abilitate sui circuiti internazionali che potranno continuare a essere usate sia in Uk che in Europa.
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