Il pericolo di quota 100

L’Italia è tra i Paesi dove l’invecchiamento della popolazione mette a maggior rischio la sostenibilità del sistema previdenziale. Ecco perché, secondo Hsbc, non bisogna fare marcia indietro su alcuni punti

di Paola Valentini

Nella zona Euro l’età media di addio al lavoro si alzerà dai 63 anni attuali ai 66 anni nel 2060, con picchi in Italia e Olanda che supereranno i 68 anni. Poco sotto si piazzeranno Grecia, Danimarca e Finlandia. Proprio Italia e Grecia saranno i Paesi dell’Ue dove il salto tra il livello del 2017 e quello atteso tra 40 anni sarà più incisivo. Oggi in Italia l’età di effettiva uscita è di 64 anni, in Grecia di 62 anni, ma nel 2060 si arriverà in entrambi i casi a ridosso dei 70 anni. È il risultato delle riforme previdenziali varate dai diversi Stati negli ultimi 15 anni per far fronte all’emergenza demografica.
Non soltanto l’Italia, ma tutti i Paesi europei sono sotto pressione per via delle pensioni. La miscela esplosiva è data dalle tendenze della popolazione: si fanno meno figli e la vita media aumenta. Come risultato le persone in età da lavoro sono sempre meno e i loro contributi non sono sufficienti a pagare gli assegni a una platea di pensionati che si allarga sempre di più. Ma gli ultimi governi cavalcano l’ondata populista puntando a smantellare le regole varate soprattutto dopo la crisi del debito sovrano del 2011 (perché la loro base elettorale è fatta proprio dalla crescente quota di popolazione anziana, mentre i più giovani, che alla fine pagheranno, il conto, per ora non votano). A partire da Matteo Salvini che vuole smantellare la riforma Fornero introducendo quota 100 per tutti, anche se il ministero dell’Economia ragiona su un’applicazione limitata ad alcune categorie di lavoratori. Per l’applicazione estensiva della quota 100 (somma tra 36 anni di contributi versati e l’età anagrafica minima di 64 anni) infatti sono necessarie le coperture che dovranno essere aggiunte a quelle per la sterilizzazione dell’Iva (12,5 miliardi nel 2019). Intanto il M5S punta sul taglio delle pensioni d’oro. Entrambe le misure confermano che il capitolo pensioni è per il governo prioritario, anche se per aspetti diversi.

Se dal provvedimento della riduzione degli assegni sopra i 4 mila euro netti mensili potrebbero arrivare risorse, anche simboliche, per le pensioni più povere, la quota 100 assorbirebbe, invece, diversi miliardi di euro. Quanti? Le stime divergono. Alberto Brambilla, che segue il capitolo previdenza per la Lega, ha spiegato che la spesa si potrebbe contenere sui 5 miliardi, grazie ai risparmi ottenuti con il ricalcolo della pensione sulla base dei contributi versati, al limite di due anni al numero dei contributi figurativi e all’abolizione dell’Ape social (l’anticipo pensionistico a carico dello Stato varato dal governo Renzi per le categorie di lavoratori più svantaggiate che sarebbe sostituito da fondi di solidarietà simili a quelli del comparto bancario). La Lega vuole fare marcia indietro sulla Fornero per far ripartire l’occupazione in Italia dato che la riforma del 2011 ha spostato in avanti l’età per la pensione anche di cinque-sei anni (dal 2019 salirà a 67 anni in base al prossimo adeguamento alla speranza di vita). La partita è delicata perché l’Italia, con il suo elevato debito pubblico sul pil, resta sorvegliata speciale in vista della prossima legge di bilancio. I mercati internazionali non fanno sconti, come si è visto nel movimento dello spread di queste ultime settimane. Il timore è che passi falsi sul fronte delle pensioni potrebbero non essere sostenibili per lo Stato. E i loro costi si scaricherebbero sulle prossime generazioni. Il problema non è solo italiano, anche se l’Italia è quella che nell’Ue ha davanti le maggiori sfide. Come evidenzia uno studio di Hsbc. L’analisi mette a confronto i sistemi pensionistici europei con un focus su cinque grandi Paesi, tra cui l’Italia (gli altri sono Germania, Francia, Spagna e Regno Unito). «Nei prossimi 20-25 anni le pressioni in arrivo dai sistemi pensionistici aumenteranno e in questo contesto l’Italia spicca come il Paese a maggior rischio per via dell’alto debito pubblico, il 131,8% del pil nel 2017, e per un rilevante aumento atteso nella spesa per pensioni», si legge nell’analisi. La Grecia ha un debito ancora più alto, 178%, ma, grazie alle ultime e alle prossime riforme previdenziali, vedrà scendere la spesa previdenziale». Invece per l’Italia Hsbc stima che il debito-pil potrebbe salire fino al 150% nel 2040 proprio per via dell’atteso incremento della spesa previdenziale, mentre non includendo questa dinamica, il debito dovrebbe continuare a calare nei prossimi anni, seppur in modo graduale, fino al 110% del pil. «Quindi, per evitare un’espansione del debito, i governi italiani dovranno prendere decisioni difficili: ridurre altre spese o aumentare le tasse, ma a scapito della crescita già debole. L’altra ipotesi è quella di tagliare ancora le pensioni, o aumentare i contributi».

Anche se con minore drammaticità la sfida di contenere la spesa previdenziale accomuna gli altri Paesi europei, in particolare quelli di Eurolandia. «Nonostante le recenti riforme, i sistemi previdenziali di tutta la zona Euro ancora sono ancora una minaccia significativa alle finanze di alcuni Paesi dell’Ue», rileva lo studio. Perfino nella virtuosa Germania, osserva Hsbc, il debito-pil, oggi al 70%, potrebbe smettere di scendere a partire dal 2030.

Il problema è che la presenza dei fondi pensione è ancora poco incisiva. La maggior parte dei sistemi pensionistici europei si basa soprattutto sul sostegno pubblico e deve far fronte a molti impegni con poche risorse a disposizioni. L’aumento della speranza di vita fa salire il conto da pagare. Tra 40 anni la quota della popolazione con età superiore ai 65 anni potrebbe raddoppiare rispetto a oggi. E gli ultra ottantenni potrebbero essere tre volte di più di oggi. Di pari passo con l’allungamento della vita, l’età media per il pensionamento è scesa in Europa tra il 1970 e il 2000 grazie a molte opportunità di uscita anticipata.

Inoltre le pensioni statali in parecchi casi non solo sono legate ai contributi versati durante la vita lavorativa, ma sono anche piuttosto generose in rapporto all’ultimo stipendio. Tanto che, rileva Hsbc, in alcuni Paesi la pensione pubblica, al netto delle tasse, arriva anche al 100% dell’ultimo salario. È il caso, ancora una volta di Italia e Olanda. In media nell’Ue è del 70%, rispetto al 60% dei Paesi Ocse e al 50% degli Usa. Un sistema che ha funzionato senza problemi fino alla fine degli anni 90, quando l’economia era reduce da anni di buona crescita, per poi entrare in crisi. «La combinazione tra dinamiche demografiche e generosità delle pensioni pubbliche potrebbe mettere a rischio la sostenibilità delle finanze pubbliche di parecchi Stati Ue, soprattutto di quelli con un livello più elevato di debito», affermano gli analisti di Hsbc. E le riforme fatte dal 2011, quando gli interventi dei vari Stati dell’Ue per contenere la spesa previdenziali (aumentando l’età della pensione e riducendo gli importi degli assegni) sono diventati più incisivi, non sono abbastanza. «Hanno migliorato la situazione, ma le sfide restano», afferma Hsbc. In Italia le disposizioni del 2004 (l’età di pensionamento era stata legata alle attese di vita) e del 2011 (riforma Fornero) hanno migliorato la sostenibilità del sistema pensionistico. «Entrambe rappresentano la ragione per cui, nonostante una popolazione sempre più anziana, la spesa previdenziale nel Paese non salirà in modo drastico nei prossimi 20 anni», afferma Hsbc. La Ragioneria Generale dello Stato prevede che la riforma del 2011 farà risparmiare 350 miliardi nel periodo 2012-2040, il 20% circa del pil, con un impatto maggiore nei primi anni. «In ogni caso queste misure hanno soltanto parzialmente compensato l’impatto dell’invecchiamento della popolazione nell’Ue dove la spesa per pensioni dovrebbe continuare a crescere raggiungendo il picco attorno al 2040 quando la generazione dei baby boomers (nati a metà degli anni 60, ndr) sarà in pensione. Alcuni Paesi saranno colpiti più di altri», avverte Hsbc. Tra questi c’è l’Italia dove, come si accennava, il debito potrebbe toccare il 150% del pil entro il 2040. In quell’anno l’Italia, che già oggi spende più del 15% del pil per le pensioni, potrebbe vedere salire il conto oltre il 18%. Ecco perché Hsbc sottolinea, riferendosi all’Ue nel suo complesso, che «se le recenti politiche volte ad allentare le misure di contenimento dei costi varate negli ultimi anni continueranno e ci saranno ulteriori ritocchi nelle riforme previdenziali, la sostenibilità del debito rischia di essere indebolita». (riproduzione riservata)

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