Il Qe della Bce, che ha inondato i mercati di liquidità favorendo strumenti come gli Exchange Traded Funds, è al capolinea. I prodotti a gestione attiva cercano di cavalcare la nuova fase. E i rendimenti registrati da inizio anno danno loro ragione

di Paola Valentini

La fine dell’epoca del denaro facile alle banche potrebbe dare del filo da torcere agli Etf, i fondi passivi a basso costo che replicano indici di mercato. Questi comparti hanno registrato flussi di raccolta record negli ultimi tempi, in concomitanza con il piano di acquisto di obbligazioni varato dalla Bce per permettere alle banche della zona euro di risanare i propri bilanci. È il noto Qe (Quantitative easing) che ha inondato gli intermediari di miliardi di euro tramite acquisti dei loro titoli in portafoglio. Ma a giugno la Bce ha detto che il Qe, partito all’inizio del 2015, sarà azzerato alla fine di quest’anno. E già a ottobre la Bce dimezzerà il suo valore dagli attuali 30 miliardi a 15 miliardi di acquisti mensili.
La scomparsa di un compratore come la Bce renderà liberi i mercati obbligazionari di tornare a una condizione più normali con tutti i rischi e le opportunità connessi. Se da una parte società, e soprattutto Stati, non avranno più una rete di protezione per i loro bond, dall’altra i risparmi avranno più possibilità di impiego perché torneranno a essere remunerati. E per i fondi passivi, come gli Etf, saranno tempi più difficili, perché il rischio tornerà a essere pagato come deve.

Per i gestori attivi di fondi e sicav quindi arriva il momento di giocare all’attacco dopo anni in cui hanno dovuto imparare l’arte di ottenere rendimenti da asset poco remunerativi. Lo si è visto in particolare in questo 2018 nel quale si sono avute tutte le premesse del nuovo ordine sui mercati post Qe. Anche nell’azionario la dispersione di rendimenti in atto favorisce gli stock picker più brillanti. E in futuro sarà sempre più così. «Dal momento che i prodotti passivi sono diventati popolari in un contesto di mercato rialzista prolungato», sottolinea David Hoffman, uno dei gestori del nuovo fondo obbligazionario Legg Mason Brandywine Global Enhanced Absolute Return, «gli investitori potrebbero ritrovarsi con alcuni investimenti non adeguati se le condizioni dei mercati cambiassero». È il momento di interrompere questo approccio. «Ci sono diversi elementi che sembrano spostarsi a favore della gestione attiva: forti correlazioni tra i titoli iniziano a diminuire e la volatilità mostra segnali di crescita», afferma Andreas Utermann, ceo di Allianz Global Investors. «E in questo contesto la rivoluzione digitale è decisiva. Le nuove tecnologie determinano un divario sempre più marcato tra casi di successo e non, la gestione passiva tende per definizione a concentrarsi sui settori che hanno già raggiunto i livelli massimi nel passato e la tendenza a seguire la massa potrebbe rappresentare un’enorme dispersione di valore». Ma troppo spesso i gestori attivi sono stati accusati di applicare commissioni elevate rispetto ai rendimenti prodotti. In effetti il segreto del successo degli Etf è legato proprio al fatto di essere low cost. La sfida per l’industria dell’asset management è di «riconquistare la fiducia dei propri clienti», afferma Utermann. E va in questa direzione la scelta del gruppo tedesco di adottare commissioni non più indipendenti dai rendimenti, ma legate alle performance. Un modo per rispondere ai bassi costi degli Etf. «La gestione attiva deve anche dimostrarsi conveniente. Il nuovo schema prevede l’applicazione di una commissione di base bassa, paragonabile a quella di un prodotto passivo. I clienti pagano una commissione di performance attiva solo nel momento in cui viene conseguita una performance superiore», sottolinea Utermann. Anche Fidelity International ha introdotto per alcuni sui fondi collocati in Italia un modello simile di commissioni. La variabile costi è fondamentale nel determinare il rendimento finale. E sarà sempre più sotto i riflettori con la direttiva Mifid che per i fondi dal 2019 metterà a nudo le commissioni pagate dal sottoscrittore. «Il trend degli Etf è in costante crescita, anche grazie anche alla Mifid che ne ha ampliato l’utilizzo», afferma a proposito della nuova normativa europea Giuliano D’Acunti, responsabile commerciale Italia di Invesco.

Proprio per individuare i fondi che hanno battuto gli Etf quest’anno, MF-Milano Finanza ha confrontato i rendimenti ottenuti al netto delle commissioni di gestione (dati Fida al 31 agosto). Le tabelle mostrano i primi dieci per performance 2018 tra fondi ed Etf: quest’anno la scelta di agganciarsi agli indici è stata meno premiante, rispetto al 2017 dato che i cali nella borsa italiana non sono stati generalizzati. Quindi scegliere i singoli nomi su cui puntare poteva fare la differenza. Non a caso oggi il migliore comparto tra gli azionari Italia che investono sulle pmi risulta Arca Economia Reale Equity Italia Pir, con una performance del’1,1% da inizio anno. Soltanto decimo l’Etf Ishares Ftse Italia Mid Small Cap che ha perso nel periodo il 3,8%.
La bufera su Piazza Affari non ha invece danneggiato i fondi azionari europei che continuano a mostrare performance positive da inizio anno. Per esempio il fondo Comgest Growth Mid-Caps Europe specializzato sulle mid e small cap europee fa il +22,4% da inizio anno (61% a tre anni). Ma a premiare gli investitori da inizio anno sono stati soprattutto i fondi specializzati su Wall Street che hanno potuto contare sull’apprezzamento della borsa Usa, sia sul rafforzamento del dollaro contro l’euro, regalando un extraperformance a chi ha investito senza coprirsi dal rischio di cambio. Primo risulta il fondo Morgan Stanley If Us growth che da inizio anno ha una performance del 31,7% e a tre anni del 79,1%. Nell’obbligazionario area euro corporate si segnala il fondo Nordea 1 Low Duration European Covered Bond Fund che a meno di un anno dal lancio ha raggiunto il miliardo di euro di masse (sesto nella sua categoria con un rendimento da inizio anno dello 0,14%). «Molti investitori hanno paura di affrontare il rischio del mercato, ma stanno vedendo i loro risparmi erosi dall’aumento dell’inflazione», afferma Christophe Girondel, global head of institutional and wholesale distribution di Nordea. D’altra parte anche gli Etf diventano sempre più grandi. Ad agosto l’iShares Core S&P 500 Ucits Etf, specializzato su Wall Street, è stato il primo Etf europeo a superare i 30 miliardi di dollari di asset. (riproduzione riservata)

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