Poveri centenari, a loro mancano 400 mila miliardi

di Carlo Brustia
Vivere fino a 100 anni, che fico! Più anni per viaggiare, coltivare i propri hobby, fare vita attiva. Ma i soldi per tutto ciò da dove arriveranno? Secondo quanto riporta il sito StudentHero, il World Economic Forum ha recentemente valutato il crescente «gap di risparmio per la vecchiaia» nel suo libro bianco Vivremo fino a 100 – Come possiamo permettercelo?. Il gap di risparmio è la differenza tra la quantità di denaro di cui si avrà bisogno in pensione rispetto ai redditi e alle rendite e alla pensione di cui si potrà godere. Il risultato che emerge è molto chiaro: occorre risparmiare per la pensione e bisogna che i giovani inizino a farlo da subito.

I dati di partenza per il mondo occidentale, e per l’Italia in particolare, sono molto semplici: si vive più a lungo e si procreano meno bambini. Da una parte quindi la forza lavoro sta diminuendo e diminuirà ancora (non contando gli effetti dell’immigrazione), mentre la popolazione pensionata sta esplodendo e scarseggiano i soldi per sostenerla. Secondo il World Economic Forum, supponendo che l’età pensionabile e il tasso di natalità rimangano costanti, il rapporto tra i lavoratori e i pensionati diminuirà dall’8 a 1 di oggi a 4 a 1 entro il 2050.

Inoltre, almeno per l’Italia, il numero di lavoratori che ha aderito ai fondi pensione è ancora basso e gli importi abbastanza limitati in molti dei casi. Non resta quindi che il risparmio individuale in chiave pensionistica.

Questa situazione porterà a un enorme divario in termini di quantità di denaro a disposizione dei pensionati rispetto a quella a loro necessaria: entro il 2040 in tutto il mondo quel gap raggiungerà la cifra di 400 mila miliardi di dollari, cinque volte la dimensione dell’attuale economia globale. Insomma, l’allungamento sta diventando l’equivalente demografico dei cambiamenti climatici. Ma i giovani a questa età ben difficilmente hanno in mente di mettere da parte soldi per la pensione. Le difficoltà del mondo del lavoro fanno il resto. Eppure i primi anni di contribuzione pensionistica sono quelli più importanti, perché avranno un orizzonte temporale enorme per crescere di valore, nel caso siano ben investiti. Tocca quindi ai genitori dare una mano, anche per risarcire moralmente le laute pensioni, decorrelate dai redditi e dalla vita contributiva, di cui la gran parte di essi ha potuto godere.
Ma quanto occorre mettere da parte? Come detto, chi è nato nel 1987 oggi ha un’aspettativa di vita di 94 anni. Andando in pensione a 67, deve campare dignitosamente per altri 30 anni o quasi. Se oggi ha un reddito di 35 mila euro, avrà verosimilmente bisogno del 75% di quella cifra per la pensione, anche se le spese sanitarie rappresentano sempre un’incognita. Ipotizzando un tasso di inflazione media del 3% annuo da qui al momento della pensione e calcolando un rendimento medio degli investimenti del 7% annuo (quattro punti più dell’inflazione; la stima appare un po’ ottimistica, a dire il vero) e tralasciando quale sarà la pensione pubblica di cui potrà godere (meglio mettersi nello scenario peggiore), se si inizia a 21 anni, occorrerà mettere da parte 312 euro al mese; se si comincia a 31 anni, il risparmio mensile sale a 507 euro; se si comincia più tardi, gli euro al mese salgono a 880; se non ci si pensa che a 51 anni, occorre mettere da parte 1.774 euro al mese, ossia il 60% del reddito che si è ipotizzato. Cominciare presto significa dunque investire meno denaro nel lungo periodo. Grazie al potere dell’interesse composto, più tempo i soldi sono sul mercato per ottenere rendimenti, meno euro da sottrarre allo stipendio e alle spese correnti saranno necessari.

Nello scenario precedente, chi comincia a 21 anni dovrà mettere da parte fino alla pensione 172.224 euro. Chi comincia a 51 anni, quasi il doppio: 340.608 euro. Questo perché i 21enni avranno altri 30 anni per far crescere i loro investimenti. (riproduzione riservata)
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