I peccati (veniali?) dell’assicurese

LESSICO

Autore: Alfredo Marchelli
ASSINEWS 289 – settembre 2017

Tutte le professioni tendono inevitabilmente a sviluppare un proprio lessico specialistico, un po’ per vezzo ed un po’ per necessità. Così è anche ovviamente nel campo dell’assicurazione, dove prospera il cosiddetto assicurese. A prescindere da una certa esterofilia – anzi anglicismo – giustificata peraltro da ragioni che possiamo definire storiche, spesso il nostro assicurese si distingue per la sua tendenza a piluccare qua e là termini che poi adatta a suo uso e consumo, a volte anche stravolgendone l’originario significato. Situazione questa che può dare origine a malintesi dal momento che il nostro interlocutore può intenderli in altro senso più consono al suo mondo. Il caso più tipico è lo stesso termine di polizza; in assicurese indica il contratto d’assicurazione (dal latino pollicitatio = promessa), mentre per il trasportista è il documento di carico, ovvero il Bill of lading o B/L (documento rappresentativo della merce).

Peraltro il linguaggio assicurativo (ed i testi di polizza in primis) è da sempre considerato fumoso e contorto ed ancora recentemente la Cassazione (ex multis sentenza n. 17024/2015) ha richiamato in varia forma il dovere dell’assicuratore alla trasparenza delle condizioni contrattuali.

Questo è certamente dovere primario dell’assicuratore impresa, ma penso sia utile anche per gli intermediari avere chiare le idee sull’origine e significato d’alcuni termini che circolano nel nostro mondo. Questo anche, in certi casi, per non creare malintesi spiacevoli con i nostri interlocutori, dato che si rischia di creare false illusioni.

Vediamone alcuni esempi da manuale.

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