Il paradosso italiano

di Giuliano Castagneto
I risparmiatori italiani guardano sempre più al di là dei confini nazionali. Riferisce la Banca d’Italia nel primo Bollettino Economico del 2017 che dal 2014 al settembre 2016 non meno di 280 miliardi di euro hanno preso il volo per essere investiti nei mercati di tutto il mondo. Al di là dell’importo in termini assoluti, è ancora più signifcativo che si tratta, come riporta Via Nazionale, di «quasi un terzo dello stock di attività estere esistenti alla fine del 2013». E nel corso del 2017 la tendenza non si è certo arrestata. Se gli investimenti netti effettuati da operatori esteri in azioni e obbligazioni italiane, sempre stando ai dati di Bankitalia, sono stati da inizio anno circa 4 miliardi di euro, il flusso inverso, cioè gli acquisti di asset esteri da parte degli italiani, sono stati 42,8 miliardi. Se ne deduce che lo stock di risorse investite all’estero da parte degli operatori italiani, cioè banche, fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni e famiglie è attualmente dell’ordine di 1.100 miliardi di euro. Per fare un paragone, si tratta di più di metà delle risorse totali che a fine luglio risultavano gestite dagli associati ad Assogestioni.

Tra l’altro se alla fine del 2013 ai fondi di diritto estero, che possono essere definiti con buona approssimazione come votati all’investimento oltreconfine, faceva capo il 70% (sempre stando ai dati di Assogestioni) degli asset in portafoglio, alla fine di luglio di quest’anno il peso era aumentato al 74%.

Questi numeri suggeriscono che la voglia di estero degli investitori e risparmiatori italiani, già molto forte, negli ultimi quattro anni si è addirittura accentuata e la tendenza non accenna a diminuire. Gli italiani si stanno scrollando di dosso l’immagine di Bot People e questo certo non è un male perché una migliore diversificazione tutela meglio i singoli portafogli dai rischi di perdite. Viene però da chiedersi come mai il Paese che vanta la seconda capacità di generazione di risparmio al mondo dopo il Giappone non ha una capacità paragonabile di investire questo risparmio al proprio interno.

I motivi sono diversi, molti di natura strutturale. Anzitutto, come mette in evidenza la stessa Banca d’Italia nell’ultima Relazione annuale, il mercato finanziario italiano non offre una possibilità di diversificazione degli investimenti adeguata al volume di risparmio annualmente generato. In Italia nel 2015 il risparmio aggregato è stato di circa 100 miliardi. La sola raccolta netta dei fondi è ammontata a 67 miliardi. A fronte di ciò l’attuale capitalizzazione di Piazza Affari è di 653,2 miliardi di euro, dei quali 512 miliardi fanno capo alle aziende dell’indice Ftse Mib.
Non aiuta in tal senso il mercato obbligazionario, dove non c’è una grande varietà di strumenti. Gli emittenti non bancari habitués del mercato dei bond si contano sulle dita di due mani. Si tratta di Eni , Enel , Telecom, Leonardo , Fca e pochi altri, i cui collocamenti tra l’altro tendono a concentrarsi nelle prime settimane dell’anno.

Non va dimenticato che un importante canale di impiego del risparmio, ossia le obbligazioni bancarie, è stato quasi prosciugato dalla recente crisi delle banche italiane, che hanno visto i crediti deteriorati arrivare a un passo da quota 400 miliardi. Cosa che ha reso i bond bancari strumenti oltremodo rischiosi, soprattutto dopo che quattro piccoli istituti (Marche, Etruria, Ferrara e Chieti) a fine 2015 sono andati in risoluzione e poche settimane dopo è entrata in vigore la normativa sul bail-in.

Altro fattore che ha accelerato l’emigrazione all’estero degli investimenti è stata la progressiva riduzione dei rendimenti sul debito pubblico a seguito degli acquisti effettuati dalla Bce nell’ambito del Quantitative easing, che se da un lato hanno stabilizzato la spesa per interessi e quindi reso più sostenibile il debito pubblico dell’Italia, dall’altro hanno reso poco attraente quello che era sempre stato il riferimento dei portafogli italiani, e non solo dei piccoli risparmiatori.

Questa situazione non può non avere riflessi sul sistema economico. Un sistema finanziario maggiormente in grado di convogliare risorse sull’economia nazionale avrebbe per esempio dato più stabilità all’azionariato di Telecom Italia , soprattutto dopo l’acquisizione, impossibile senza un elevatissimo ricorso alla leva finanziaria, da parte della cordata facente capo a Roberto Colaninno e ai soci bresciani. L’operazione lasciò l’ex monopolista telefonico sotto una montagna di debiti che ha via via indotto i diversi azionisti di controllo succedutisi nel tempo a passare la mano. Oggi Telecom è sostanzialmente una controllata della francese Vivendi di Vincent Bollorè.

La stessa Pirelli ha dovuto chiamare in soccorso capitali stranieri, tanto che oggi il 65% è in mano a ChemChina, anche se la Bicocca non ha condiviso il destino di altre aziende ridotte a puri marchi ma progressivamente svuotate di contenuto dagli acquirenti stranieri, come sta accadendo per esempio nell’industria degli elettrodomestici. L’ingresso dei cinesi nel produttore di pneumatici è avvenuto nel rispetto di precise condizioni, in materia di governance, stabilità del management, indirizzi gestionali e politiche occupazionali, che hanno fatto sì che ChemChina non potesse fare il bello e il cattivo tempo alla Bicocca. I cinesi infatti avevano bisogno della tecnologia di Pirelli e quindi Marco Tronchetti Provera e soci in un certo senso avevano il coltello dalla parte del manico.

Ma Pirelli è comunque un’eccezione. Quanto a Italcementi, un tempo una delle stelle della galassia di Mediobanca , oggi è una controllata del gruppo cementiero tedesco Heidelberg , con i Pesenti che si sono ridotti a partner finanziari. Ed è così che Italcementi ha condiviso la stessa sorte di Parmalat , colonizzata dalla Lactalis della famiglia francese Besnier dopo essere tornata in borsa ma senza una solida compagine azionaria a difenderne l’identità.
Rispetto a Italcementi, a favore di Pirelli ha giocato il forte peso della tecnologia nel settore degli pneumatici, mentre nel cemento il fattore cruciale è l’efficienza operativa e la logistica. Ma se la tecnologia può essere un potente bastione contro i colonizzatori stranieri, ciò rende ancora più urgente aumentare il flusso di capitali alle aziende italiane.

L’Italia ne ha le possibilità? In proposito non mancano alcuni sviluppi positivi. «I grandi patrimoni italiani nutrono grande interesse per il fenomeno delle spac, perché più trasparenti e mirate rispetto all’investimento in un grande fondo di private equity», spiega a MF/Milano Finanza il private banker di una grande banca internazionale. «Inoltre c’è attenzione al fenomeno dei Pir, i cui vantaggi fiscali sono però trascurabili per i possessori di grandi ricchezze». Ma sono sviluppi ancora in fase iniziale, come i minibond e l’Aim Italia, la cui capitalizzazione a fine agosto ha raggiunto 4,6 miliardi di euro. Perché queste tendenze prendano davvero piede è necessario qualcosa di ancora più importante. «Oggi la priorità è mantenere la stabilità politica», conclude il banker, «che vuol dire stabilità normativa, senza la quale i capitali esteri latitano e l’esodo del risparmio dall’Italia potrebbe anche accelerare». (riproduzione riservata)
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