In Gran Bretagna i Pir si applicano anche alle aziende del Fintech. Perché in Italia no?

di Antonio Lafiosca*
Investire nell’economia reale è di gran moda… almeno a parole. Lo dimostra la raccolta monstre dei Pir, i piani individuali di risparmio che contengono al loro interno per almeno il 70% azioni e obbligazioni di società quotate o non quotate con stabile organizzazione in Italia e per almeno il 21% titoli di aziende che sono fuori dal Ftse/Mib (non i soliti noti, insomma). Le proiezioni basate sul percorso compiuto da questi prodotti nei primi mesi di vita mostrano un incasso di 10 miliardi solo nel 2017, mentre all’inizio ci si aspettava di raggiungere quella cifra in cinque anni. Un fenomeno che non è solo italiano.
Oltremanica, gli Ifisa, ovvero i Pir britannici allargati al Fintech e creati solo nell’aprile del 2016, hanno mostrato un trend del tutto simile: 2 mila nuovi conti sottoscritti nell’anno per 17 milioni di sterline. I dati sono quelli ufficiali diramati da Hmrc. Il taglio medio di ognuno di questi conti che contengono P2P lending è stato di 8.500 sterline, circa il doppio di quello degli Isa tradizionali, a cui, in particolare a quelli cash, il nuovo prodotto ha sottratto quote di mercato.
Qual è la ragione di questi exploit? La domanda ha una risposta semplice: l’esenzione fiscale. Entrambi i prodotti, quello italiano e quello anglosassone, hanno la caratteristica di consentire, a chi vi investe, di non pagare le tasse sui redditi conseguenti per cinque anni e per un tetto fissato (30 mila euro l’anno per i nostri Pir e 20 mila circa per gli Ifisa). Forse non è l’unica, ma sicuramente è la principale delle ragioni di questo successo. Soprattutto in Italia. Anche perché se il prodotto inglese ha dalla sua l’innovatività del contenuto, con un prodotto come il P2P lending che offre rendimenti mediamente elevati, lo stesso non si può dire per i Pir italiani, nella maggior parte dei casi, a ben vedere, fondi o Etf già esistenti e solamente adattati alla nuova normativa. E d’altronde una raccolta di 1 miliardo al mese in un Paese in cui il 74% dei cittadini possiede risparmi, ma solo il 42% li investe, come si legge nell’ultima edizione della Global Investment Survey 2017 realizzata da Legg Mason, uno dei principali gestori globali diversificati, è un dato che fa pensare. La survey dice molto di più e fotografa la situazione di tutta Europa: solo il 35% degli europei possiede investimenti, una percentuale tra le più basse a livello mondiale, inferiore di dieci punti a quella globale (45%) e quasi la metà dell’Asia (64%). Meglio fanno anche Stati Uniti (51%) e Australia (46%).

Il 17% degli europei ammette di «non preoccuparsi del domani, ma solo dell’oggi», sia nella gestione delle finanze che nella vita in generale, con picchi del 21% in Spagna e del 20% in Germania. Tra gli europei che non si preoccupano del futuro, sono pochi quelli che hanno quest’atteggiamento perché tanto possono fare affidamento sui figli e sul coniuge, o sull’aiuto dello Stato. Opzioni che considera rispettivamente solo il 5 e il 14%, mentre negli Stati Uniti, di solito ritenuti più individualisti, il numero di chi può permettersi di pensare solo al presente grazie al partner o al welfare è più elevato (19% e 23%).
Un altro 46% degli europei, invece, ha buone intenzioni: vorrebbe pianificare di più, senza per ora riuscirci. Nel loro caso, incentivi fiscali (23%), una promozione al lavoro o un aumento della busta paga (36%) potrebbero spingerli a risparmiare di più e investire.
Per gli italiani la quota di chi guarda al domani è decisamente la più alta (59%) così come quella di chi sarebbe spinto a investire o risparmiare maggiormente se ci fossero degli incentivi fiscali (che sono ben il 35% del campione).
Come abbiamo più volte sostenuto, non c’è ragione per cui il P2P lending debba essere escluso da un paniere come quello dei Pir, che punta sull’economia reale, proprio perché il nostro core business è finanziare l’economia reale. E già non si comprende perché, soprattutto alla luce di questo fatto, il nostro prodotto di investimento debba essere tassato ad aliquota marginale, fino al 43% per chi è nelle fasce di reddito più elevate (sopra i 75 mila euro) contro il 26% di qualsiasi altro strumento di investimento. Senza considerare appunto l’esenzione. Insomma, si rischia di sprecare un’occasione, per l’evoluzione del sistema Italia e per i risparmiatori. E in ultimo, ma non in ordine di importanza, per il tessuto delle pmi, circa 5 milioni, che costituiscono l’ossatura economica dell’Italia e che non sono lontanamente sfiorate dai Pir. (riproduzione riservata)
*direttore generale,
Borsa del Credito

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