È tuo il gestore da +30% in 9 mesi?

di Paola Valentini
Il patrimonio dei fondi comuni sta per sfondare il muro dei 1.000 miliardi di euro di patrimonio. A fine agosto le masse di fondi sono salite a quota 972 miliardi grazie a una raccolta che marcia a ritmo sostenuto: 55 miliardi in otto mesi, il triplo rispetto ai 18,6 miliardi dello stesso periodo 2016 (dati Assogestioni). Una tendenza sostenuta anche dalle famiglie italiane, da sempre formiche, ma che oggi riescono a mettere da parte di più (anche grazie a una maggiore attenzione sui consumi). E ovviamente cercano di impiegare questo risparmio nel modo migliore. Non sembrerebbe il caso dei titoli di Stato, visto che all’asta di mercoledì 27 settembre il rendimento del Bot a sei mesi ha toccato il nuovo minimo storico (-0,38%). Secondo l’Indagine sulle scelte finanziarie degli italiani 2017 (di Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo ) la propensione media al risparmio (ovvero le percentuale del reddito accantonata) è risalita all’11,8%, in linea con il dato del 2001, quindi ai livelli antecedenti alla crisi dell’ultimo decennio. E il risparmio gestito è in ascesa nelle scelte di impiego. Il 10,5% degli intervistati nell’Indagine dichiara di aver investito in fondi o sicav quasi il doppio rispetto al 6% del 2016. Due i motivi più citati dalle famiglie a sostegno del nuovo interesse per i fondi: il fatto che il risparmio gestito diversifica i rischi più di quanto si possa fare da soli (55% degli intervistati) e che di questi strumenti non ci si deve più occupare (46%). «L’esercizio dell’arte di investire è diventato più complicato», sottolinea Giuseppe Russo, il curatore dell’Indagine.

Visti i tassi dei Bot, come quelli a sei mesi appena ricordati, l’asset management sta diventando una scelta quasi obbligata. Ulteriore elemento a favore della gestione, a Piazza Affari le azioni stanno dando buone soddisfazioni. Al giro di boa dei nove mesi, l’indice Ftse Mib di Milano evidenzia un rialzo del 17%, che ha consentito di recuperare le perdite del 2016 (-10%). E gestire un portafoglio di azioni è cosa diversa dal comprare Btp e tenerli fino a scadenza incassandone le cedole. A maggior ragione se si considera che meglio dell’indice generale stanno facendo il Ftse All Share (+19%) e il Ftse Italy Star (+38%), che includono titoli meno liquidi rispetto a quelli dell’indice principale. Ma l’occasione è ghiotta. Da gennaio a fine settembre l’Italia ha battuto sia l’Europa (+8% l’Eurostoxx 50), sia gli Usa (+13% il Dow Jones anche se in euro il rendimento si annulla) e Giappone (Nikkei +6,5%). Merito anche di una ripresa economica generale che sta trainando i conti delle società italiane le quali, nonostante la forza dell’euro, riescono ad agganciare la crescita mondiale. In Italia c’è anche il fenomeno dei Pir, che ha posto all’attenzione degli investitori le pmi quotate. Certo, i Pir sono strumenti ancora da affinare, ma hanno contribuito in questa prima fase a innescare un circolo virtuoso che fa crescere il mercato italiano dei capitali. Non a caso alla fine dei nove mesi del 2017 sono proprio i fondi azionari specializzati su Piazza Affari (ci sono anche prodotti dedicati ai Pir) a spiccare per le performance, che in alcuni casi sono arrivati anche a doppiare quella del Ftse Mib e a superare della stessa misura il principale Etf sulla Borsa italiana, l’iShares Ftse Mib che nel periodo ha reso il 19%, in linea con l’indice del listino italiano. I migliori fondi hanno fatto anche meglio dell’Etf sulle azioni delle pmi di Piazza Affari, il Lyxor Ftse Italia Mid Cap, che segna il +31,7%.

È quanto emerge dalle classifiche (dati Fida) elaborate sui rendimenti messi a segno da inizio gennaio a fine settembre dai fondi collocati in Italia. Sono state prese in considerazione le classi in euro per il retail in dieci categorie più rappresentative (sei azionarie, due obbligazionarie, una bilanciata e una a rendimento assoluto). E di ciascuna specializzazione sono indicati i primi e gli ultimi cinque per performance nel periodo. Per ognuno sono riportati anche il rendimento e la volatilità a tre anni.

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Primo per rendimento, con quasi il 35%, si conferma il comparto Atomo Made in Italy, nato un anno e mezzo fa e quotato anche in Borsa Italiana (il che consente di pagare meno commissioni). «La nostra è una strategia paziente e di lungo periodo, che trae ulteriore vantaggio dalle reazioni emotive del mercato. Basti pensare a La Doria , che l’anno scorso di questi tempi era scesa fino a 7 euro per problemi temporanei e che oggi è tornata a 13», sottolinea Massimo Fuggetta, capo degli investimenti di Bayes Investments, advisor di Atomo Made in Italy. Il money manager negli ultimi anni ha partecipato «ad alcune interessanti ipo ultima delle quali Neodecotech. Nel 2018 ci aspettiamo un’accelerazione del numero di nuove quotazioni». Positivo anche Luigi Dompè, portfolio manager di Anima Iniziativa Italia, fondo che chiude i nove mesi con rendimento del 32,7%. Il comparto, tra l’altro, è anche a norma con le disposizioni sui Pir. «La nostra view di medio periodo sul mercato azionario italiano resta costruttiva, pur mettendo in conto un certo incremento della volatilità nel periodo che precederà le prossime elezioni politiche», prevede Dompè. Il gestore evidenzia alcuni fattori positivi per Piazza Affari: il miglioramento della situazione economica domestica, la soluzione nel settore bancario delle situazioni di maggiore criticità e il successo della normativa dei Pir che sta portando sempre più interesse e flussi sul segmento delle pmi quotate. Che sono state le grandi protagoniste di Piazza Affari del primo semestre. Ma in scena sono tornate anche le banche, che i gestori ultimamente sono tornati a comprare. «Lo spartiacque è stato il successo dell’aumento di capitale di Unicredit , poi anche la soluzione della crisi di Mps e delle banche venete ha contribuito a rasserenare gli animi. Ma non si può dire che il settore abbia risolto i problemi strutturali», sottolinea Marco Rosati, ad di Zenit Sgr il cui fondo Zenit Multistrategy Stock Picking (+32% a nove mesi) vede tra i principali titoli (al 31 agosto) Eni , Enel , Intesa Sanpaolo risparmio, Carraro , Unicredit , Sogefi e Telecom. Circa il 60% del fondo (che nei giorni scorsi ha ricevuto il bollino di «Pir compliant») è investito al di fuori del Ftse Mib, compreso l’Aim. «Ultimamente abbiamo aumentato il peso dei titoli a maggior capitalizzazione, sfruttando la debolezza dell’Eni , e abbiamo inserito anche qualche banca. La posizione su Unicredit risale all’aumento di capitale, prima non c’era», racconta Rosati. Anche Dompè ha rivalutato le banche italiane. Non a caso le maggiori posizioni di Anima Iniziativa Italia sono in titoli finanziari: Fineco , Mediobanca e Banco Bpm , seguite da Enav e Iren . Resta comunque sempre alta l’attenzione sulle pmi. «Continuiamo a preferire i titoli small e mid cap e, nei vari settori, privilegiamo quelli con esposizione in Italia», osserva Dompè. Anche per Rosati ora è arrivato il momento di essere più selettivi sulle piccole e medie aziende quotate. «Ci aspettiamo che la borsa italiana continuerà ad andare bene perché i capitali stanno arrivando, anche grazie ai Pir, ma secondo noi d’ora in poi ci sarà maggiore enfasi sullo stock picking», aggiunge Rosati. In linea la posizione di Giacomo Tilotta e Roberto Brasca, a capo del fondo AcomeA Italia (+33% da gennaio). «Nonostante l’ottima performance registrata in particolare negli ultimi mesi, il comparto delle medie e piccole imprese resta un terreno fertile di buone opportunità. In questa fase però è indispensabile un approccio all’investimento ancor più selettivo, volto a individuare quei titoli le cui valutazioni non riflettono del tutto il potenziale di crescita».
Anche l’azionario Europa vede ai primi posti fondi specializzati sulle società di piccola capitalizzazione. Tra questi c’è il T. Rowe Price European Smaller Companies Equity (+25%). «Restiamo costruttivi sulle small cap europee, che offrono un ventaglio di opportunità molto ampio», osserva Ben Griffiths, gestore del comparto di T. Rowe Price, «restano però alcune incertezze, tra cui l’evoluzione della Brexit».

Nell’azionario Usa i fondi migliori sono quelli coperti dal rischio di cambio, dato che l’euro da inizio anno ha guadagnato attorno al 10% sul dollaro. Si tratta dei cosiddetti comparti euro-hedged: il loro obiettivo è replicare i rendimenti dei mercati esteri senza subire gli effetti delle variazioni nei cambi, anche se c’è da ricordare che nel caso la valuta in cui investe il fondo si apprezza i rendimenti risulteranno più bassi rispetto alla versione non coperta. Ma a parte l’andamento delle valute, molti investitori si chiedono cosa fare di fronte ai record di Wall Street, mentre salgono le attese di un nuovo rialzo dei tassi a dicembre da parte della Fed. A questo proposito interviene Frank Caruso, money manager dell’Alliance Bernstein American Growth Portfolio, (+19% da inizio anno), il cui portafoglio è composto da circa 50 titoli. «I risultati che abbiamo ottenuto non sono solo merito dei titoli tecnologici, sebbene siano presenti Facebook e Google. Ma Amazon, per esempio, ha un rapporto prezzo/utili troppo elevato», dice Caruso, che in portafoglio ha anche Visa.

Nell’azionario Asia (Giappone escluso) la performance dei migliori fondi supera il 40%, e anche in questo caso si tratta di comparti euro-hedged. Come il Threadneedle Greater China Equities, gestito da Vanessa Donegan che segue anche il Threadneedle China Opportunities. Ma nonostante la buona performance dell’azionario cinese, restano le incognite sulla crescita economica del Paese. «Nel frattempo si nota un miglioramento delle esportazioni, una ripresa degli investimenti privati e un’inaspettata resistenza del mercato immobiliare. Quindi ci aspettiamo che la frenata della crescita nella seconda metà dell’anno sarà di modesta entità, sebbene la stabilizzazione rimane una priorità», dice Donegan. Restando al Far East, quello giapponese è un altro mercato azionario che da sempre esercita un fascino particolare sui risparmiatori italiani. Negli ultimi anni l’indice Nikkei è salito molto. Oggi tratta attorno a quota 20 mila, al livello di 17 anni fa, ma è ancora lontano dai massimi del 1989 (39 mila). Il Giappone, a differenza di Usa ed Europa non intende procedere alla stretta monetaria. «L’economia del Giappone sembra finalmente aver raggiunto la velocità di fuga. Pensiamo che la borsa di Tokyo offra un buon potenziale grazie al robusto aumento degli utili delle società locali», spiega Miyuki Kashima, gestore del Bny Mellon Japan Small Cap Equity Focus (+16,4%). E Toshiyuki Miwa, head of client portfolio managers dell’azionario giapponese di Invesco (+16,4% il fondo Invesco Japanese Value Equity), ricorda che «nel trimestre aprile-giugno gli utili aggregati sono cresciuti più del 30% rispetto all’anno precedente, nonostante un tasso di cambio sfavorevole, mentre più di 100 aziende hanno rivisto al rialzo le loro previsioni annunciate solo tre mesi fa». Quanto alla più ampia categoria dei Paesi emergenti, sempre nell’azionario, Robert Marshall-Lee, gestore del Bny Mellon Global Emerging Markets è il primo con una performance del 34%. «Il mercato indiano è tuttora tra quelli dalle migliori prospettive a cinque anni», dice Marshall-Lee.

Passando ai bond, qui le sfide non mancano in una fase in cui la politica monetaria statunitense è sempre meno espansiva e anche la Bce potrebbe presto invertire la rotta. Ma l’obbligazionario resta in cima alle scelte degli italiani, come mostrano i dati di raccolta fondi di quest’anno. «Abbiamo basato le nostre decisioni di investimento sulla base di una sincronizzazione della crescita globale, nessun forte rialzo dell’inflazione, normalizzazione delle politiche monetarie, riduzione del rischio politico nell’Eurozona», afferma Laurent Crosnier, fund manager dell’Amundi Funds Bond Global, fondo obbligazionario globale che da inizio anno segna il +9%. All’interno del mondo dei bond, in particolare, c’è molto interesse per i Paesi emergenti e soprattutto per le emissioni nelle valute di questi mercati. «Dopo molti anni difficili, l’outlook per il debito emergente denominato in valute locali è migliorato considerevolmente. La combinazione di driver esterni e progressi domestici permetterà all’asset class di generare rendimenti robusti molto probabilmente anche nel 2018», nota Federico Garcia Zamora, gestore del fondo Bny Mellon Emerging Markets Debt Local Currency, primo tra gli obbligazionari dei Paesi emergenti con il +14% da gennaio. Fa eco Rashique Rahman, Head of Fixed Income Emerging Market di Invesco il cui fondo Invesco Emerging Local Currencies Debt si è piazzato secondo con un +13%: «Il credito emergente in valuta forte e le obbligazioni dei mercati emergenti in valuta locale dovrebbero continuare a beneficiare di condizioni finanziarie globali generalmente favorevoli e di un miglioramento costante nei fondamentali macro economici di questi mercati».

Guardando ai Paesi, al momento Zamora punta sulle obbligazioni di Messico, Sud Africa e Polonia. «In termini di valute abbiamo aumentato la posizione al rialzo sul peso argentino dopo che la valuta si è indebolita del 10% circa nell’arco di due mesi», osserva il gestore di Bny Mellon. Restano, tuttavia, ancora delle sfide. «Per sostenere la crescita, alcuni Paesi emergenti hanno aumentato la spesa pubblica. Di conseguenza il debito pubblico sta salendo e, in alcuni casi, la crescita potrebbe non essere sufficiente a stabilizzare il rapporto debito/pil. Il rischio politico, inoltre, è un fattore da considerare, anche alla luce delle imminenti elezioni: a ottobre le legislative in Argentina, e nel 2018 le presidenziali in Brasile, Messico e Russia, per citarne alcune» avverte Rahman.

Anche i bilanciati sono fondi su cui le società di gestione puntano molto in Italia per assecondare le richieste dei risparmiatori, da sempre abituati a investire in obbligazioni ma oggi desiderosi di qualche punto di rendimento in più. Nella categoria dei bilanciati prudenti si distingue il Carmignac Euro-Patrimoine, con un rendimento del 9,3%. «La performance è stata sostenuta dallo stock picking», spiega il gestore Malte Heininge. Le sue principali posizioni (dati a fine agosto) sono nella società farmaceutica svizzera Vifor Pharma, nel gruppo inglese di eventi e media Informa e nell’azienda hi-tech tedesca Rib Software.

I flessibili (o absolute return), altra categoria che insieme agli obbligazionari hanno fatto il pieno di raccolta quest’anno, vedono spiccare il fondo Hypo Basic, seguito dal team della banca svizzera Pkb Privatbank. I money manager dietro alla gestione del comparto sono Andrea Latini, con l’ausilio di Michele Corno. Negli ultimi cinque anni il fondo ha più che raddoppiato il valore. «Hypo Basic ha anche la classe Q quotata in Borsa italiana ed è quindi disponibile a tutti i risparmiatori», sottolinea Corno. Quanto alle asset class, «continuiamo a mantenere la nostra attenzione sul mercati azionari», spiega Latini. Il portafoglio equity è per un quarto investito in large cap europee, un altro quarto in mid cap italiane ed europee, un quarto in small cap italiane e la parte restante punta su particolari eventi, «Quest’anno abbiamo sfruttato, in Italia, il movimento dovuto ai Pir», spiega Latini, «tra i principali titoli segnaliamo Fca , Ferrari , Allianz , CapGemini, Lufthansa e Porsche tra le grandi e, tra le piccole, Bio-On , Sesa, da sempre nel nostro portafoglio, Italian Wine Brands , Sit ed Hella. Da segnalare anche che dopo un lungo periodo di assenza abbiamo inserito alcuni bancari, come Banco Bpm », conclude Latini. (riproduzione riservata)
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