Fondi, parte la selezione

di Paola Valentini
Con i suoi 2.021 miliardi di euro il risparmio gestito italiano copre quasi tutto il debito pubblico italiano, salito a luglio al record di 2.300 miliardi, e va ben oltre il pil del Paese a quota 1.700 miliardi. E gli spazi di sviluppo ulteriore non mancano perché, come conferma anche
l’Indagine 2017 sul risparmio degli italiani di Intesa Sanpaolo e del Centro Einaudi, le famiglie si affidano in maniera crescente ai prodotti di risparmio gestito. I quali nel frattempo hanno avuto una crescita tumultuosa. Il numero di fondi comuni aperti sul mercato è quasi raddoppiato pas-
sando dai 2.616 di fine 2012 agli oltre 4.600 attuali (si veda grafico) con le loro masse cresciute fino a sfiorare i 1.000 miliardi, il
doppio rispetto a 15 anni fa (dati Assogestioni). Ma ora il settore si trova a un punto di svolta importante. A mettere ordine sarà la Mifid II, la direttiva europea che entrerà in vigore all’inizio del 2018 (lo scorso 28 luglio il consiglio dei ministri ha approvato definitivamente il decreto legislativo che recepisce questa legge all’interno dell’ordinamento italiano). La normativa interviene su diversi aspetti dell’industria, dall’introduzione di maggior trasparenza delle commissioni pagate dai risparmiatori all’attività di consulenza finanziaria fino alla definizione di un più stretto legame di collaborazione tra fabbriche prodotto (le società di gestione) e distributori.
«Partiamo da un punto fondamentale. Mifid II porterà con sé nuovi e rafforzati requisiti sulla governance dei prodotti, sulla distribuzione, la consulenza indipendente, gli incentivi, l’archiviazione e l’interazione con i clienti. Già solo da questo elenco si coglie la portata della
sfida che la direttiva rappresenta», sottolinea Luca Agosto, head of marketing and corporate communication per l’Italia di Fidelity International. E se sul fronte delle commissioni le conseguenze saranno immediatamente percepibili dai sottoscrittori che si troveranno indicato in euro, e non più in percentuale come accade oggi, quanto costa il proprio fondo nel dettaglio di tutte le voci, sugli altri fronti gli effetti saranno più striscianti ma altrettanto incisivi. A partire proprio dalla razionalizzazione della gamma dei fondi. «L’introduzione della Mifid II rappresenta nel contesto italiano una ventata d’aria fresca e offre un importante spunto per l’industria del risparmio per riformare la propria offerta. Le
necessità del risparmiatore per troppo tempo sono state infatti messe in secondo piano rispetto alla necessità commerciali di parte dell’industria e ogni inversione di tendenza in questo senso non potrà che portare benefici al mercato», avverte Paolo Galvani, presidente di Moneyfarm.
Non è un caso se alcuni operatori abbiano già annunciato la riduzione del numero di fondi, a partire da Pictet (si veda box).
C’è da dire che il tema è delicato e riguarda soprattutto le società di gestione estere, mentre le sgr italiane hanno meno pressioni
su questo fronte, perché in molti casi sono ancora controllate dalle stesse banche che collocano i loro fondi. Invece la gran parte degli
asset manager internazionali distribuisce tramite una rete non propria, ma attraverso accordi di collocamento con reti e banche terze. Il problema è che dalla Mifid II deriverà una più intensa relazione tra società di gestione e canali di distribuzione, perché le prime dovranno gestire e le
seconde collocare prodotti disegnati per i vari segmenti in cui la clientela dovrà essere suddivisa, ovvero il cosiddetto target market. Come spiega Antonio Bottillo, managing director di Natixis Global Am: «Mifid II porta con sé una serie di questioni, tra cui il target market, che metteranno le società di gestione di fronte alla necessità di concentrandosi su servizi meno frammentati».
La direttiva produrrà i suoi effetti sia nella fase di pre-vendita sia in quella di post-vendita e «in entrambi i casi richiederà una collaborazione tra fabbriche prodotto e distributori più concreta di quanto sia avvenuto finora, a cominciare dai processi di definizione del segmento di clientela cui ogni prodotto è destinato. Chiaramente, la prospettiva sarà diversa, in quanto le società prodotto faranno una valutazione delle caratteristiche generali dello strumento mentre le reti la dovranno calare nel concreto dei loro modelli di consulenza per quanto attiene alle specifiche informazioni sui clienti e quelle dei corrispondenti portafogli finanziari», dice Antonio Napolitano, head of marketing del gruppo Amundi in Italia. Si tratta di quella che in gergo viene definita come product governance. «La product governance imporrà a produttori e distributori l’obbligo di prendere nuovi accorgimenti attivi per offrire ai clienti il prodotto più adeguato», prosegue Galvani.
«Gli effetti della nuova normativa riguarderanno numerosi aspetti, fra cui la comunicazione e la reportistica, imponendo quindi agli operatori del settore nuovi requisiti e attività. È dunque prevedibile che questi cambiamenti favoriranno i player più solidi e capaci di gestire i nuovi adempimenti», fa eco Agosto. In sostanza, «i principi introdotti dalla direttiva comporteranno una maggiore focalizzazione delle reti di
collocamento attraverso la definizione di cataloghi di prodotti più compressi di prima per creare le condizioni di maggiore allineamento tra i bisogni finanziari dei diversi segmenti di clientela e le specifiche caratteristiche dei portafogli offerti.

Si può affermare, quindi, che post-Mifid potrebbe esserci una spinta alla razionalizzazione della gamma offerta, soprattutto dal lato della distribuzione.
E questo vale soprattutto per quei collocatori in architettura aperta: più ampio è l’attuale catalogo fondi più evidente sarà questo effetto, che magari non avverrà immediatamente ma attraverso un processo graduale», prosegue Napolitano. Il riordino della gamma si tradurrà anche nella riduzione del numero di accordi di distribuzione: le reti dovranno fare una selezione perché diventerà più complesso (e costoso) governa-
re i rapporti con tante società di gestione. Queste ultime si dovranno adeguare a tali nuove richieste per non rischiare di dover tenere in attività prodot-ti con masse troppo modeste e quindi per loro poco redditizie.
Conferma Michele Quinto, cobranch manager and retail sales director per l’Italia di Franklin Templeton: «Il primo e principale effetto di Mifid
II sarà il rafforzamento delle partnership tra case prodotto e alcuni distributori perché la normativa chiede di instaurare un rapporto più profondo e di maggiore collaborazione tra produzione e distribuzione. In questa ottica, mentre in prece-enza abbiamo ampliato quantopiù possibile gli accordi in un modo orizzontale con una gamma molto ampia di fondi, ora invece puntiamo a costruire un rapporto più verticale e approfondito con il distributore, il che porta a un naturale processo di razionalizzazione della gamma e di consolidamento di molte asset class. In questo contesto»,
prosegue Quinto, «investiremo molto in progetti costruiti ad hoc per singoli distributori, che sempre più spesso chiedono prodotti tagliati su misura. Un esempio è Franklin Templeton Opportunities Fund, una nuova sicav dedicata a queste soluzioni personalizzate».
Anche Lorenzo Alfieri, country head per l’Italia di Jp Morgan Asset Management, osserva che «l’introduzione della normativa porta con sé sia una serie di impegni che renderanno più complessa la costruzione dei prodotti sia una maggiore attenzione da parte delle case di gestione nel lancio dei prodotti, che dovranno andare a intercettare in modo puntuale il target market indicato dai distributori, i quali potrebbero avere, a loro
volta, interesse a valutare un numero ridotto di prodotti».
Secondo Alfieri, dunque, c’è la necessità di costruire strumenti che possano essere realmente interessanti e che siano caratterizzati da una maggiore trasparenza, con la conseguenza che l’attività di lancio di nuovi comparti sarà molto più attenta e controllata rispetto al passato. «Una rivisitazione dell’offerta da parte delle case di gestione va proprio nella direzione di rispondere a tutte queste future esigenze del mercato», afferma Alfieri. Già negli anni scorsi Jp Morgan Asset Management ha avviato un percorso di razionalizzazione dell’offerta, eliminando fondi
con dimensioni troppo piccole o che non rispondevano più alle necessità della clientela.
«Abbiamo operato anche fusioni tra comparti che presentavano caratteristiche troppo simili tra loro. Per quanto ci riguarda, si tratta dunque di un’attività già avviata e che rappresenterà un modus operandi anche in futuro qualora dovessimo vedere che alcuni dei nostri fondi non dovessero essere più interessanti per i nostri distributori», spiega Alfieri.
D’altra parte ci sono società come Arca Fondi Sgr e Carmignac che si dicono già pronte perché hanno un portafoglio fondi non troppo complesso.
«Storicamente abbiamo sempre puntato su una gamma semplice e incentrata sui bisogni ed obiettivi finanziari del cliente senza rincorrere le mode», spiegano da Arca Fondi Sgr. In linea Carmignac che oggi ha un’offerta concentrata su 26 fondi.
In generale, mentre per ora si osserva che le società di gestione faticano a scoprire le proprie carte sul fronte dell’offerta commerciale, al contrario si mostrano più comunicative per quanto riguarda la questione delle retrocessioni alla clientela delle commissioni sostenute per acquistare i report degli analisti. Il primo a fare outing è stato il gruppo Kempen che già lo scorso giugno ha comunicato che si farà carico di
queste spese e non le addebiterà ai sottoscrittori. In base all’attuale prassi, i costi di analisi e negoziazione sono inglobati in una commissione unica. La Mifid II prevede che tali voci devono essere facilmente individuabili. Dal 2018, dunque, i broker dovranno fatturare separatamente le ricerche fornite ai clienti. Gli asset manager, a loro volta, potranno scegliere se passare tali costi ai clienti o pagarle loro. Nelle ultime set-
timane anche Allianz Global Investors, Deutsche Asset Management (gruppo Deutsche Bank), Aberdeen Standard Investments e Axa Im hanno pubblicamente detto che non li addebiteranno ai risparmiatori. Nicolas Moreau, capo di Deutsche Asset Management e membro del cda di Deutsche Bank, ha scritto a tutti i suoi dipendenti che la società «assorbirà i costi di ricerca esterna per i fondi ai sensi della nuova direttiva Mifid II».
Resta il fatto che finora soltanto una frazione degli oltre 4 mila asset manager che operano in Europa hanno detto pubblicamente cosa intendono fare sui costi delle ricerche anche se si nota che le società più grandi si mostrano disponibili ad assorbire queste spese, il che riflette
sia la loro forza finanziaria, sia il desiderio di evitare ulteriori gravosi compiti amministrativi.
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