Doris: quante ipo con i Pir

di Lucio Sironi
Il listino di Piazza Affari conta ora circa 400 società quotate: potrebbe arrivare a quota mille nei prossimi dieci anni? L’obiettivo è alla portata, o meglio lo divenuto adesso grazie alla spinta e al sostegno alle aziende che stanno producendo e continueranno a produrre i Pir, i Piani individuali di risparmio. Così almeno la vede Ennio Doris, fondatore di Banca Mediolanum , entusiasta sostenitore dello strumento a cui viene giustamente attribuito buona parte del merito del forte recupero della borsa italiana nell’anno in corso, in particolare per quanto riguarda i segmenti relativi alle aziende di minori dimensioni: basta confrontare il rialzo del 13% messo a segno dall’indice delle blue chip, ossia il Ftse Mib, con quello del 24% dell’indice Aim Italia, del 28% del Ftse Mid cap per arrivare al al 31,5% del segmento Star. «I Pir sono la leva che può risollevare il mercato finanziario italiano, che finora non è mai riuscito a svolgere pienamente il suo ruolo di intermediario tra capitali privati e imprese», osserva Doris, che in questo strumento dice di aver fortemente creduto fin dall’inizio dell’anno, quando questa nuova forma di investimento è stata introdotta dal governo con la legge di bilancio. «Avevamo da poco approvato i budget 2017, ma appena sono venuto a conoscenza della normativa ho convocato il direttivo della società per rimettervi mano, ponendo questi strumenti al centro dei nostri programmi futuri. Il governo allora aveva stimato una raccolta dei Pir nel primo anno di attività di 2 miliardi, ma la previsione era estremamente conservativa. E abbiamo pensato che da sola Banca Mediolanum avrebbe potuto sviluppare una raccolta di 3 miliardi».

Domanda. Obiettivo alla portata?
Risposta. Oggi ci attestiamo a 1,7 miliardi, direi che siamo sulla strada buona, stiamo parlando di quasi un terzo dei circa 5 miliardi finora raccoli dai Pir sull’intero mercato italiano. Averci creduto fin da subito ci ha dato senza dubbio una marcia in più. Ma quello che è più interessante sono le prospettive: questo è lo strumento che può portare la borsa italiana a quel salto che la separa a livello dimensionale dalle altre principali piazze europee.

D. Davvero ci può riuscire?
R. Sì, ragionando su un arco temporale di una decina d’anni penso che potrebbe portare al traguardo della quotazione centinaia di nuove imprese e la soglia delle mille quotazioni non è irragionevole perché il bacino imprenditoriale italiano è davvero ricco. Quello che sta avvenendo con i Pir è un cambiamento epocale per un mercato finanziario che si è sempre contraddistinto come sostanzialmente bancocentrico, con i pro e contro del caso. Gli istituti di credito non sempre hanno selezionato le imprese tra quelle davvero meritevoli di essere finanziate, sviluppando come si è visto di recente anche rapporti incestuosi legando i finanziamenti a interessi di altra natura. Resta il fatto che , dopo essere uscite quasi indenni dalla crisi Lehman grazie alla forte concentrazione sul mercato italiano, per la stessa ragione le banche italiane sono state travolte dalle difficoltà incontrate dai loro clienti, su cui avevano concentrato una dose eccessiva di risorse e di rischio.

D. Il precursore del mercato Aim italiano è quello inglese, nato nel 1995, che al 30 giugno ha raggiunto una soglia di capitalizzazione di 100 miliardi di sterline, oltre 100 miliardi di capitali raccolti, 963 società quotate dopo che molte negli anni si sono trasferite ai segmenti di mercato superiori o sono state oggetto di opa. Traguardo ambizioso per il nostro Aim…
R. Che in pochi anni ha già richiamato 86 società per 4,7 miliardi di capitalizzazione e 2 miliardi di capitali raccolti. Ma il potenziale di crescita resta enorme, prevedo un forte sviluppo. E nell’ultimo anno la crescita dell’Aim Italia in termini di scambi e liquidità è stata enorme, segno che quando ci sono le condizioni, l’affermazione di un mercato finanziario arriva in tempi molto rapidi.

D. Ma raccogliere capitali, anche ingenti, attraverso i Pir è solo metà del lavoro. Occorre anche convogliarlo nella giusta direzione, fare buone scelte d’investimento. I Pir ci riusciranno?
R. Le società di gestione che vi stanno dietro sono dotate dei professionisti in grado di costruire un portafoglio ben diversificato, come del resto è nello spirito della legge che li ha istituiti. Ma noi abbiamo pensato a una mossa ulteriore, di fare un passo in più: creare occasioni per far incontrare i capitali che stiamo raccogliendo con le imprese. Così abbiamo organizzato un road show, mirato soprattutto alla provincia italiana, quella più ricca di industrie, per far conoscere agli imprenditori le nuove opportunità. Chi tra loro ha progetti per crescere, magari anche all’estero, che è uno degli obiettivi più ambiti per chiunque voglia diversificare il portafoglio ordini, deve sapere che oggi il mercato è in grado di sostenerli, sottoscrivendo prestiti obbligazionari o anche aumenti di capitali. Coadiuvati dalle associazioni locali delle pmi, abbiamo già sostenuto test a Bergamo e a Vicenza, riscontrando gradi d’interesse molto elevati. Ed entro breve ripartiremo con nuove tappe del tour.

D. La normativa sui Pir è recente e la sua applicazione si può considerare ancora in fase di rodaggio. Ci sono aspetti che possono essere migliorati?
R. Un’ipotesi su cui lavorare sarebbe una modalità di estensione anche ai fondi pensione, strumento ideale per gli investimenti di lungo termine. Mentre sul versante delle società che si avvicinano alla quotazione, si auspicano incentivi fiscali e alleggerimenti degli oneri burocratici.

D. Il vostro gruppo è coinvolto a sua volta in iniziative di private equity e venture capital dedicate a pmi italiane?
R. Abbiamo partecipato a United Ventures di Massimiliano Magrini, che è stato fondatore e managing director di Google in Italia, e sottoscritto quote del fondo chiuso Tenax Credit Italian. (riproduzione riservata)
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