di Marcello Bussi
Non c’è bisogno dell’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca per scatenare le guerre commerciali. Perché sono già in corso. Quando nella tarda serata di giovedì 15 è arrivata la notizia della proposta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a Deutsche Bank di pagare 14 miliardi di dollari per chiudere l’indagine sui mutui subprime, in molti hanno pensato a una rappresaglia. Solo 15 giorni prima la Commissione Ue aveva annunciato che Apple dovrà risarcire 13 miliardi di euro all’Irlanda in tasse non pagate. Il Tesoro Usa aveva reagito con durezza, affermando che la decisione «potrebbe minacciare di minare gli investimenti stranieri in Europa, il clima imprenditoriale in Europa e l’importante spirito della partnership economica tra Usa e Unione Europa». Riguardo a quest’ultimo fattore, in quegli stessi giorni prima il vice cancellliere tedesco Sigmar Gabriel, poi il vice ministro francese per il Commercio estero, Matthias Fekl, avevano dato per morto il trattato Ttip sul libero scambio tra Usa e Ue. In seguito erano arrivate correzioni e precisazioni da parte dei governi europei, ma con una certezza: prima della fine dell’anno non ci sarebbe stata nessuna firma. A gennaio, poi, si insedierà il nuovo presidente degli Stati Uniti e ci vorrà comunque un po’ di tempo prima che, sempre se ne abbia voglia, cerchi di rianimare i negoziati. Al di là delle dichiarazioni retoriche, come quelle della cancelliera tedesca Angela Merkel, alla fine nessuno pensa che il Ttip vedrà mai la luce. Anche perché nel frattempo si è arenata al Congresso Usa la ratifica del Ttp, l’analogo accordo con i Paesi asiatici (esclusa la Cina).

Da tempo i rapporti tra Usa e Germania non sono più idilliaci. Giusto un anno fa è esploso il dieselgate, con la scoperta da parte delle autorità Usa che Volkswagen ha equipaggiato 11 milioni di suoi veicoli con un software per taroccare i test sulle emissioni di scarico. La vicenda non si è ancora chiusa e finora è costata 14 miliardi di euro al primo gruppo automobilistico tedesco. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa e ha visto l’americana BlackRock, uno dei più grandi fondi d’investimento al mondo, unirsi ad altri azionisti che chiedono un risarcimento di 2 miliardi di euro alla casa automobilistica tedesca per il modo in cui ha gestito il dieselgate, Volkswagen e Deutsche Bank , quindi, le due colonne portanti dell’azienda Germania. Sullo sfondo i negoziati per il Ttip, a cui il presidente uscente Barack Obama tiene moltissimo, se non definitivamente falliti, comunque in fase di stallo prolungato. Per non parlare dei rapporti con la Russia: mercoledì 21 e giovedì 22 Gabriel sarà a Mosca con una delegazione di rappresentanti del mondo degli affari tedesco per discutere dei rapporti commerciali tra i due Paesi. Washington vede con sospetto questa mossa perché c’è sempre il timore che Berlino intenda aggirare o allentare le sanzioni alla Russia. I motivi di tensione tra Usa e Germania, quindi, abbondano. C’è materia per i complottisti. Berlino ha già problemi all’interno dell’Ue. Se venissero meno i tradizionali rapporti privilegiati con Washington, potrebbero aprirsi scenari fino a ieri impensabili.

Anche evitando i voli pindarici, il caso Deutsche Bank è comunque grave. I 14 miliardi chiesti dal Dipartimento di Giustizia Usa sono circa l’80% dell’attuale capitalizzazione in borsa della banca guidata dall’inglese John Cryan. L’istituto di credito tedesco ha subito messo in chiaro che «non ha nessuna intenzione di raggiungere un accordo di questa entità. I negoziati sono solo all’inizio. La banca si aspetta che si arrivi a un risultato finale simile a quello dei competitor, che hanno raggiunto accordi a valori molto più bassi». In un caso analogo, infatti, Goldman Sachs ha finito per pagare 5 miliardi di dollari a fronte di una richiesta iniziale di 15 miliardi. Secondo Jp Morgan, però, anche se Deutsche Bank riuscisse a ridurre di un terzo la somma, la situazione non sarebbe affatto rosea: solo un accordo sui 2,4 miliardi «sarebbe accolto positivamente», mentre ogni cifra superiore ai 4 miliardi la costringerebbe ad aumentare gli accantonamenti per i contenziosi. Deutsche Bank sostiene però che i volumi del business subprime sono molto più ridotti di quelli di Goldman Sachs e quindi sarà possibile ottenere uno sconto maggiore. Al 30 giugno la banca tedesca ha contabilizzato riserve per contenziosi legali per 5,5 miliardi. I legali della banca, hanno suggerito come esborso ragionevole per chiudere l’indagine una cifra compresa tra 2 e 3 miliardi di dollari, anche sulla base degli 1,9 miliardi di dollari già pagati nel 2013 per risolvere ulteriori cause civili sempre legate a titoli ipotecari. Resta il fatto che l’istituto tedesco è sempre più nell’occhio del ciclone. Basti pensare che all’inizio dell’estate un report del Fondo monetario internazionale ha detto chiaro e tondo che con un’esposizione ai derivati di circa 15 volte il pil tedesco Deutsche Bank è «il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale, seguita da Hsbc e Credit Suisse». Si capisce quindi perché venerdì 16, Deutsche Bank sia riuscita ad affossare tutto il comparto bancario europeo in borsa. A Francoforte il titolo ha perso l’8,5%, portando il ribasso da inizio anno al -46,8%, mentre a Piazza Affari l’indice Ftse Mib ha chiuso in calo del 2,4%, zavorrata dalla caduta di Mps (-9,3%), Mediobanca e Unicredit (-5,8%), Intesa Sanpaolo (-3,2%).

Finora le autorità statunitensi hanno colpito in maniera dura l’intero comparto bancario. Le grandi banche Usa hanno sborsato cifre multimiliardarie per chiudere tutte le indagini nate dalle accuse di aver frodato gli investitori con prodotti di qualità infima legati ai mutui subprime. Il pagamento più consistente è stato effettuato da Bank of America nel 2014 con 16,65 miliardi di dollari, mentre Goldman Sachs ha concordato un esborso di 5 miliardi. Citigroup, J.P. Morgan Chase & Co. e Morgan Stanley hanno nel complesso sborsato 23 miliardi per chiudere le rispettivi indagini. In tutti i casi le banche hanno ammesso le loro responsabilità e sono riuscite a ottenere uno sconto. Le autorità Usa hanno puntato gli occhi anche su altri istituti europei, oltre a Deutsche Bank . Si tratta di operatori come Barclays, Credit Suisse, Ubs e Royal Bank of Scotland. Per questo motivo la vicenda Deutsche Bank non è destinata a esaurirsi in tempi brevi. Soprattutto perché fa da cartina di tornasole nei rapporti fra un’Ue mai come ora divisa al suo interno e Stati Uniti sempre più insofferenti nei confronti delle resistenze dei vecchi alleati alle loro proposte. (riproduzione riservata)
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