di Marcello Bussi

Il timore di un peggioramento dell’attuale crisi dei Paesi emergenti ha convinto la Federal Reserve a lasciare i tassi d’interesse invariati tra lo 0 e lo 0,25%, livello a cui sono ancorati dal dicembre del 2008. Nel corso della conferenza stampa, la presidentessa Janet Yellen ha rivelato che la maggioranza dei componenti del Comitato di politica monetaria (Fomc) vede ancora un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno, quindi a ottobre o a dicembre, mentre quattro lo vedono invece nel 2016.

I mercati, però, cominciano a pensare che l’aumento del costo del denaro potrebbe arrivare anche dopo il primo trimestre dell’anno prossimo.

La decisione della Fed di mantenere le bocce ferme in attesa di vedere come si svilupperà la situazione nei Paesi emergenti (con il solo voto contrario di Jeffrey Lacker, che avrebbe preferito aumentare i tassi dello 0,25%) è stata salutata con favore da Wall Street, mentre l’euro è salito fino a toccare quota 1,14 dollari. Solo domani, però, si potrà vedere se i mercati cominceranno a vedere con preoccupazione l’incertezza sulle prospettive dell’economia globale manifestata dalla Fed o se prevarrà il sollievo per il mancato rialzo dei tassi. È comunque probabile che prosegua l’attuale fase di alta volatilità. Di certo la Yellen ha evitato di commettere l’errore dell’allora presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, che alzò i tassi d’interesse tre mesi prima del collasso di Lehman Brothers per rassicurare i mercati che la crisi finanziaria innescata dalla crisi subprime era sotto controllo.

La decisione della Fed è di importanza storica perché ha tenuto conto delle conseguenze che avrebbe avuto all’estero un rialzo dei tassi Usa. In pratica sono stati graziati Paesi come Brasile, Turchia e tanti altri più piccoli che non avrebbero retto al colpo. Siamo lontani anni luce dal modo di ragionare dell’allora segretario al Tesoro, John Connally, che, quando Washington sospese la convertibilità del dollaro in oro, disse ai rappresentati degli altri Paesi: «Ora il dollaro è la nostra moneta e il vostro problema». Si potrebbe dire che per la prima volta la Federal Reserve ha agito come se fosse la banca centrale del mondo, tenendo conto anche degli interessi degli altri Paesi, non solo degli Usa.

 

La Yellen ha spiegato che la Fed si è concentrata sui «rischi legati alla Cina e ai mercati emergenti in generale» e ai loro effetti potenziali sull’economia globale. La prima donna a guidare la banca centrale Usa ha detto che «da tempo» si aspettava un rallentamento dell’economia cinese, che si sta «ribilanciando».

La Fed comunque «non ha cambiato in modo significativo il suo outlook» sull’economia Usa, che continua ad «andare bene». Insomma, se si fosse trattato di basare la decisione solo sulle condizioni dell’economia Usa, il rialzo ci sarebbe stato. Nel comunicato del Fomc è stato sottolineato che i «recenti avvenimenti economici e finanziari mondiali potrebbero comprimere l’attività economica ed è probabile che premano ulteriormente al ribasso sull’inflazione nel breve termine». Alla luce delle turbolenze sui mercati emergenti, quindi, la Fed «monitorerà gli sviluppi esteri». Per quanto riguarda le condizioni dell’economia Usa, la Fed ha sottolineato che «la spesa delle famiglie e gli investimenti delle imprese sono aumentati in maniera moderata e il settore immobiliare è migliorato ulteriormente, sebbene le esportazioni nette siano state deboli; il mercato del lavoro continua a migliorare, con solidi aumenti occupazionali e una disoccupazione in declino». Inoltre, «gli indicatori del mercato del lavoro mostrano che il sottoutilizzo della forza lavoro è diminuito dall’inizio dell’anno», conclude la Fed, «l’inflazione ha continuato a correre al di sotto degli obiettivi di lungo termine del Comitato, riflettendo in parte la flessione dei prezzi dell’energia». Il Fomc ha quindi precisato che «quando deciderà di iniziare a ritirare la politica accomodante, assumerà un approccio bilanciato. Il Comitato al momento prevede che, anche una volta che l’occupazione e l’inflazione saranno prossimi a livelli coerenti con il proprio mandato, le condizioni dell’economia potrebbero richiedere per un po’ di tempo di mantenere i tassi di interesse al di sotto dei livelli considerati normali nel lungo termine».

 

Gli esperti della Fed hanno inoltre ritoccato al rialzo le stime sulla crescita dell’anno in corso: per il 2015 la banca centrale Usa attende una crescita del pil del 2,1%, mentre a giugno aveva indicato un +1,9%. Quest’anno il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi al 5%, meno del 5,3% previsto a giugno. Per quanto riguarda il 2016, la Fed ha tagliato le stime sul pil al 2,3% dal 2,5%, ma ha migliorato quelle sulla disoccupazione al 4,8%. L’inflazione si attesterà all’1,7%, al di sotto dell’1,8% precedentemente stimato. Anche l’anno prossimo, dunque, l’inflazione resterà al di sotto dell’obiettivo del 2%. Segno che i tassi d’interesse potranno aumentare, ma in misura davvero minima. E in conferenza stampa la Yellen ha ribadito che dopo il primo rialzo dei tassi di interesse la politica monetaria della Federal Reserve «resterà molto accomodante per un po’ di tempo». La numero uno della Fed ha anche detto che qualche suo collega vorrebbe che i tassi scendessero sotto lo zero, «ma è una proposta che non abbiamo considerato molto seriamente». Resta il fatto che, se la situazione peggiorasse, l’ipotesi potrebbe essere presa in considerazione. (riproduzione riservata)