La carica dei fondi alternativi

di Laura Magna

Capitalizzazione addio, arrivano gli alternativi. Stiamo parlando di indici e di una nuova generazione di fondi comuni di investimento, Ucits e non alternativi nell’architettura, ma nella composizione del portafoglio. Prodotti innovativi che promettono di proteggere dalle turbolenze dei mercati e, se possibile, di garantire un extra-rendimento in un momento in cui il peso del titolo sul listino non è più garanzia di nulla. Una pioniera del genere è Goldman Sachs Am, che non più tardi di dieci giorni fa ha annunciato il lancio di fondi basati sul concetto di Givi. Ovvero una famiglia di indici studiati da S&P per unire la bassa volatilità agli schemi alternativi di ponderazione per l’attribuzione dei pesi dei titoli azionari in portafoglio attraverso il calcolo del valore intrinseco, e non, appunto, della capitalizzazione di mercato. Questi indici, combinati con gli S&P Gdp weighted, i quali attribuiscono un peso ai Paesi in base al loro prodotto interno lordo (Pil), sono confluiti nel Givi Global Growth Markets Tilt index, costruito in modo da combinare le caratteristiche di crescita e di valore con un fattore macroeconomico.
Su questo indice innovativo si basano i nuovi fondi di Goldman Sachs Asset Management. «Gli indici S&P Givi Global Growth Markets Tilt – spiega Alka Banerjee, vice president dei Global Equity Indices presso S&P Dow Jones Indices – sono i primi a fondere caratteristiche di crescita e valore con una ponderazione basata sui fattori economici. Un indice ponderato per il Pil globale tipicamente attribuirebbe maggior peso ai titoli azionari dei mercati emergenti, i quali tendono ad avere una minore capitalizzazione di mercato rispetto al loro Pil, che è invece ciò che dà una misura della crescita. Gli indici S&P Givi Global Growth Markets Tilt combinano la ponderazione per il Pil con la metodologia Givi per permettere agli investitori di valutare i growth market».

OLTRE IL BETA. Dunque come funziona e che cosa consente di ottenere l’approccio Givi? Intanto, elimina il 30% dei titoli azionari con maggiore volatilità storica e attribuisce un peso ai rimanenti titoli azionari in base al loro valore economico stimato e non in base alla capitalizzazione di mercato. «Vediamo sempre piú investitori che guardano – dice Jim O’Neill, presidente di Goldman Sachs Asset Management – oltre al classico concetto di beta di mercato, ai fattori che condizionano le performance e il rischio. Molti elementi hanno contribuito a questo sviluppo: non ultima la volatilità che abbiamo visto in questi anni, ma anche l’ascesa e l’importanza dei growth market. Crediamo che sia giunto il momento di considerare metodi nuovi e innovativi per la gestione di portafoglio, usando dei benchmark costruiti in modo differente». L’S&P Givi base è costruito partendo dall’universo di investimento S&P Global Bmi, che copre circa 10mila società in 46 Paesi. Ogni titolo azionario all’interno dell’indice S&P Givi è ponderato per il suo valore intrinseco. Questo è dato dalla somma di due componenti: il valore del titolo più il valore dell’opportunità di crescita. Per raggiungere l’obiettivo di contenere la volatilità, l’S&P Givi esclude, per ogni nazione rappresentata nell’S&P Global Bmi, il 30% della capitalizzazione di mercato con il maggior beta. I titoli azionari rimanenti sono successivamente pesati attraverso una misurazione, eseguita con regole codificate, del valore intrinseco determinato dal valore contabile (book value) e dalle proiezioni attualizzate degli utili.
Nuove strategie (e il modello Givi è solo un esempio) si rendono necessarie in un momento in cui la volatilità spesso erode i rendimenti di chi investe. «Su orizzonti anche medi il rendimento azionario può anche essere negativo a causa della volatilità – dice Renato Guerriero, responsabile per l’Italia di Dexia Asset Management – Come fare dunque a coniugare la ricerca di rendimento e il bisogno di protezione dei rendimenti? Cambiando approccio.
Parte della spiegazione delle bolle speculative viene dal forte sviluppo della gestione del risparmio professionale, che adotta indici azionari di mercato basati sulla capitalizzazione. In altre parole maggiore la dimensione della società maggiore il suo peso nell’indice e quindi maggiori saranno i flussi in acquisto. Visto che la gestione istituzionale è orientata al rispetto di vincoli di scostamento rispetto ai benchmark e visto che la gestione passiva (quella che replica i benchmark) è sempre più diffusa, si verifica un comportamento da gregge da parte degli operatori».
Gli indici alternativi rappresentano una soluzione. «I criteri alternativi con cui i benchmark sono costruiti – continua Guerriero – possono essere quelli della equiponderazione per singolo titolo, o per settore, o entrambe in combinazione». Le tipologie sono diverse: per esempio, l’equiponderazione per il rischio/diversità, un approccio che mira a realizzare un mix tra capitalizzazione di Borsa e equiponderazione, che consente di riequilibrare la rappresentazione dei titoli meno pensati sul listino. O ancora, la riduzione della varianza, ovvero della variabilità dei rendimenti con l’obiettivo di limitare i rendimenti negativi. «Esistono molte possibilità – continua Guerriero – un’altra è la massimizzazione dell’indice di Sharpe, un quoziente che ci dice quanto un portafoglio aggiunge valore rispetto ai rendimenti dei titoli privi di rischio tenendo conto della volatilità associata all’investimento. O la massimizzazione della diversificazione, un approccio volto a massimizzare la diversificazione dell’indice prendendo in considerazione la volatilità di ogni singolo titolo e quella totale del portafoglio. O ancora l’analisi fondamentale, ovvero la scelta del peso di un titolo in base a dati di bilancio quali il fatturato, il cash-flow e altri comunemente misurabili».
Un’analisi comparativa tra i rendimenti dei benchmark azionari europei tradizionali e quelli alternativi su un periodo particolarmente esteso (dal 1991 al 2011, vedi tabella a sinistra) dimostra che gli indici di capitalizzazione si trovano nella parte bassa del grafico per il rendimento e sono anche tra i più volatili.