di Stefano Sansonetti  

 

Un ritorno sulla scena che più caotico non poteva essere. Alla fine, in perfetta sintonia con la confusione che finora ha regnato sovrana, nella manovra quater è rispuntato il contributo di solidarietà. Dopo l’ennesima giornata convulsa, e un ulteriore balletto sui numeri in gioco, si è deciso di stabilire un prelievo del 3% su chi dichiara un reddito superiore ai 300 mila euro. Una supertassa per pochi intimi, si potrebbe dire, visto che andrà a incidere su 34 mila contribuenti, ovvero lo 0,08% del totale di coloro che presentano la dichiarazione dei redditi. Come era stato previsto per il vecchio contributo di solidarietà (5% sopra i 90 mila euro e 10% sopra i 150 mila), il prelievo dovrebbe incidere sulla parte di reddito che eccede i 300 mila euro. Il balzello, come è emerso ieri, agirà su tutto il reddito complessivo: fondiario (dovrebbe essere esclusa la prima casa), da lavoro dipendente, da impresa, autonomo, da capitale e diversi. Il tutto, per un gettito atteso di 54 milioni nel 2012 e di 144 milioni nel 2013 e 2014. La nuova misura, che dovrebbe confluire nel maxiemendamento su cui il governo ha chiesto il voto di fiducia, potrà essere dedotta ai fini fiscali.

Insomma, alla fine il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ha dovuto capitolare. A dir la verità, prima del consiglio dei ministri il menù su cui si è discusso con il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, prevedeva l’introduzione del contributo di solidarietà del 3% sui contribuenti che dichiarano più di 500 mila euro. Questo schema, addirittura, era stato formalizzato in un comunicato dopo una riunione preliminare tenutasi a palazzo Grazioli. In quel caso si sarebbe trattato di un prelievo rivolto a 11.500 contribuenti, lo 0,03% del totale, che avrebbe portato nelle casse dello stato 35 milioni di euro nel 2012 e 88 milioni nel 2013 e a regime. Degli 11.500 che avrebbero dovuto pagare il contributo del 3% sopra l’iniziale tetto dei 500 mila euro, il 5% sarebbe stato rappresentato da lavoratori pubblici, il 56% da lavoratori privati, mentre il restante 39% da lavoratori autonomi. Questo, in pratica, era il canovaccio fino al tardo pomeriggio, quando nel corso di una riunione breve del consiglio dei ministri si è appunto deciso di ridurre la soglia reddituale a 300 mila euro. Un abbassamento che, ai fini dei calcoli, ha comportato un’aggiunta di 22.500 contribuenti agli 11.500 inizialmente coinvolti. Il totale di coloro che si collocano sopra i 300 mila euro risulta appunto essere di 34 mila unità, come ha peraltro confermato in tarda serata il portavoce di Tremonti. Secondo le nuove stime, emerse nella tarda serata di ieri, di questi 34 mila contribuenti l’8,5% è costituito da dipendenti pubblici, il 53% da privati e il 38,5% da altri, quasi tutti lavoratori autonomi.

Certo è che sui numeri, negli ultimi giorni, si è avuto un balletto che definire grottesco sarebbe un eufemismo. Pochi giorni fa lo stesso Tremonti, da Cernobbio, aveva detto che i contribuenti che si posizionano sopra i 500 mila euro sono 3.641, ovvero lo 0,01% del totale. Una cifra evidentemente molto lontana dagli 11.500 calcolati ieri. Dal Tesoro, però, è giunta immediatamente l’interpretazione autentica: il ministro si riferiva solo alle partite Iva che si collocano sopra i 500 mila euro.