di Guido Salerno Aletta

Non si può liquidare come frutto di mera improvvisazione la proposta del Governo di eliminare il riscatto degli anni di laurea e del servizio militare dal computo degli anni necessari per ottenere la pensione di anzianità. È vero, è sembrata uscire come un coniglio dal cilindro di un prestigiatore, come alternativa parziale al prelievo fiscale sui redditi più alti, ed è stata ritirata in un lampo rimanendo orfana sotto il fuoco di fila delle proteste di coloro che ne sarebbero stati penalizzati e l’unanime giudizio contrario delle forze politiche. Era socialmente dirompente, avrebbe scardinato un patto stipulato tra Stato e lavoratori, veniva a minare la fiducia riposta nelle leggi, intervenendo retroattivamente improvvisamente e violentemente sulle aspettative. In altri tempi, si sarebbe parlato di diritti acquisiti. Per giustificare la marcia indietro, si è data la colpa ai dati forniti dai tecnici di turno: per questo ne era stato sottovalutato l’impatto sul piano sociale, della costituzionalità e dei consensi. È vero l’esatto contrario: non è stata frutto di improvvisazione, né tanto meno di una sottovalutazione dell’impatto della proposta. Era una patrimoniale pensionistica volta a reintrodurre l’imponibile di manodopera alle imprese: o ti tieni i lavoratori a busta paga, oppure, se li licenzi, paghi un’imposta. Se è stata ritirata, non è per merito delle critiche vorticose comparse sul web, né per il calo dei consensi registrato nei sondaggi che ne sono seguiti. Il sistema delle imprese non ha voluto che si toccasse il sistema del computo degli anni di anzianità perché avrebbe compromesso la sua strategia di recupero di produttività. Nessun investimento: si recupera con i tagli, in primo luogo quelle per i dipendenti. È stato il primo segnale della campagna d’autunno, che si giocherà sul fronte dell’occupazione: il governo ha compreso troppo tardi che le norme sulla flessibilità contrattuale, le deroghe aziendali alla contrattazione nazionale inserite nella manovra in corso di conversione, che pure erano state elaborate per migliorare la produttività del nostro sistema economico, per essere funzionali a una migliore organizzazione del lavoro, lungi dal rappresentare la necessaria contropartita per accelerare gli investimenti produttivi, serviranno a tutt’altro: spalancano la porta ai prossimi licenziamenti. La cassa integrazioni guadagni straordinaria non è più la medicina idonea per curare le nostre imprese, ma un oppiaceo: lenisce il dolore di una fine ormai segnata per molti lavoratori. Ad andare a casa, in un modo o nell’altro, saranno soprattutto i quadri anziani: il computo degli anni di laurea li avvicina alla pensione di anzianità più velocemente rispetto al calcolo della sola età anagrafica e degli anni di lavoro effettivo. Le imprese sono intenzionate a fare esattamente quello che ha fatto il governo negli scorsi due anni: chi ha il minimo della pensione, i famosi quarant’anni di contributi, va a casa, senza se e senza ma. Così i conti della previdenza sarebbero stati rimessi in discussione, con una riduzione dei versamenti contributivi da una parte e l’aggravio delle prestazioni previdenziali dall’altra.

 

Sulla previdenza si sono fatte troppe elucubrazioni statistiche, troppe proiezioni demografiche e poco i conti della serva: dopo la crisi, la stabilità del sistema non è compromessa dall’invecchiamento della popolazione ma dalla riduzione del numero degli occupati. Il calo degli iscritti all’Inps, già cifrato per il 2010 nell’ordine di 100 mila unità, cela la dimensione della cassa integrazione guadagni straordinaria: sappiamo solo quante sono, in milioni di ore, le autorizzazioni concesse e le erogazioni effettuate. C’è chi, avendo evidentemente informazioni più dettagliate, ha voluto prendere subito le contromisure, approfittando del clima di concitazione: ha compreso che dopo la cassa integrazione ormai c’è solo il licenziamento e ha cercato di rendere più dura per le aziende la contrattazione sindacale per l’uscita del personale. Ha proposto di togliere un beneficio previdenziale acquisito dai lavoratori per spostarlo in prospettiva sulle imprese, cui sarebbe stato chiesto di accollarsi l’onere dei contributi volontari che avrebbero pareggiato gli anni di riscatto persi nel computo ai fini della pensione di anzianità. Era una questione di soldi, quindi, di tanti soldi. Solo così si può spiegare l’indiretto sostegno che sarebbe stato dato da alcuni sindacati a quest’ipotesi di intervento, prima ancora che venisse formalizzata, e soprattutto la subitanea marcia indietro. Non c’erano di mezzo i diritti dei cittadini e dei lavoratori, che sarebbero stati altrimenti travolti brutalmente in nome dei superiori interessigenerali del Paese, ma i bilanci delle imprese. Su questi non si scherza: l’uscita a sorpresa non è stata affatto gradita. È stato illusorio pensare che a scottarsi sarebbe stato l’ultimo a tenere il cerino in mano, conti previdenziali o aziendali. Il pericolo è che si continua a viaggiare a fari spenti sui temi dell’economia reale: di come andranno i conti pubblici si discute continuamente, tutti discettano, ma di quello che faranno le imprese si tace. Non c’è nessun piano per il lavoro e l’occupazione, nessun patto per la crescita economica, nessuna idea per la ripresa dell’industria. Tutti aspettano tutto dallo Stato: il solito totalitarismo di comodo, come sempre autoimposto. Dopo la cassa integrazione guadagni, il nulla: è questo, l’autunno ormai alle porte. (riproduzione riservata)