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Le imprese e le p.a. possono usare dati “particolari” (e cioè sensibili, genetici e biometrici) per correggere le allucinazioni delle IA. È quanto previsto dal regolamento Ue n. 2026/1744 (Omnibus digitale sull’IA) dell’8 luglio 2026 che, modificando l’AI act (regolamento n. 2024/1689), ha introdotto l’articolo 4-bis, applicabile dal 2 agosto 2026 (data di applicazione del regolamento, come precisato dal “considerando” n. 9 al regolamento n. 2026/1744). Il regolamento citato, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue il 24 luglio 2026 e in vigore dal 27 luglio 2026, ha, inoltre introdotto, un nuovo caso di IA vietata riferito ai sistemi di nudificazione
La cybersicurezza non riguarda più soltanto aziende e pubbliche amministrazioni. Oggi il bersaglio privilegiato è il cittadino-consumatore, attraverso le sue credenziali digitali, le carte di pagamento, gli account di posta elettronica e persino le prenotazioni delle vacanze. La criminalità informatica ha cambiato volto, invece di cercare esclusivamente falle tecnologiche punta sempre più sugli errori umani, sfruttando la fretta, la disattenzione e la fiducia degli utenti. La nuova arma degli hacker? Rubare l’identità. Fino a pochi anni fa il pericolo principale era rappresentato dalle vulnerabilità dei software. Oggi i criminali informatici preferiscono impossessarsi delle credenziali di accesso degli utenti. Secondo il più recente rapporto Sophos, società globale che si occupa di sicurezza informatica, il 79% degli attacchi ransomware prende avvio da account validi ma compromessi, mentre email malevole e campagne di phishing hanno superato lo sfruttamento delle vulnerabilità come principale causa tecnica degli attacchi. In pratica, l’obiettivo non è più “forzare la porta” ma convincere il proprietario ad aprirla. Una mail apparentemente proveniente dalla banca, un Sms che invita ad aggiornare le credenziali, un falso corriere che segnala una consegna bloccata o una piattaforma di streaming che richiede un nuovo pagamento sono oggi gli strumenti preferiti dai cybercriminali. Una volta ottenuta la password, gli hacker possono accedere a numerosi servizi, soprattutto quando gli utenti riutilizzano la stessa combinazione di email e password su più siti
Anche un vantaggio temporaneo può essere sufficiente per far scattare la condanna per responsabilità ex dlgs 231 nei confronti di una società. Basta infatti un passaggio di somme, poi distratte dagli amministratori, a integrare il criterio oggettivo del vantaggio. Il comportamento dei vertici di una società che in un primo momento si assicurano il profitto di un reato per poi assegnarlo in favore degli amministratori non esclude, infatti, la responsabilità amministrativa della società ai sensi del dlgs 231/2001. È il principio affermato dalla Corte di Cassazione, II Sez. Penale, con la sentenza n. 23820/2026, depositata il 26 giugno 2026, in un caso relativo all’indebito conseguimento di finanziamenti pubblici da parte di una società
Dopo 5 lustri di vita, l’aggiornamento del decreto 231 sulla responsabilità amministrativa delle società e degli enti si fa sempre più necessaria. Modifiche, in questi anni, ce ne sono state: solo tra la fine del 2025 e l’inizio del ‘26, sono infatti intervenute alcune novità che ne hanno ampliato il campo di applicazione. Come il dlgs 30 dicembre 2025, n. 211 (G.U. 9 gennaio 2026), in materia di violazione delle misure restrittive dell’Unione europea, che ha introdotto nuove fattispecie di reato nel codice penale, inserendole nel catalogo dei reati presupposto ex dlgs. 231/2001, mediante il nuovo art. 25-octies.2. L’elemento di maggiore discontinuità riguarda il criterio di commisurazione della sanzione pecuniaria: per le violazioni più gravi, la sanzione è parametrata tra l’1% e il 5% del fatturato globale dell’esercizio precedente al reato (o, se inferiore, precedente all’applicazione della sanzione); per le violazioni meno gravi, la sanzione è compresa tra lo 0,5% e l’1% del medesimo parametro. In caso di condanna per i suddetti reati, si applicano altresì le sanzioni interdittive di cui all’art. 9, co. 2, dlgs. 231/2001. Il dlgs 211 ha anche ampliato l’ambito soggettivo delle tutele previste dalla normativa whistleblowing (dlgs. n. 24/2023), estendendola anche a coloro che segnalano violazioni delle misure restrittive dell’Unione europea.
Il tessuto imprenditoriale italiano deve fare i conti, ogni giorno di più, con una crescente esposizione ai rischi fisici legati al cambiamento climatico. Oltre un terzo delle Pmi è, infatti, esposto a livelli di rischio alti o molto alti. A lanciare l’allarme sono i dati contenuti nella quarta edizione del focus tematico dell’Esg Outlook 2026 di Crif, azienda globale specializzata in sistemi di informazioni creditizie e di business information, secondo cui sono, soprattutto, stress da alte temperature, ondate di calore e alluvioni, che hanno registrato la variazione più significativa rispetto al 2024, le principali criticità cui far fronte. Le regioni con rischio fisico più elevato sono Sicilia, Calabria ed Emilia-Romagna. «I rischi fisici legati al verificarsi di fenomeni naturali estremi non sono più uno scenario futuro ma una variabile presente, misurabile e sempre più rilevante nelle decisioni di credito e di investimento», commenta Marco Macellari, amministratore delegato di Crif Synesgy Ratings. «In quest’ottica, Crif ha sviluppato strumenti analitici di elevata granularità proprio per consentire a banche e imprese di valutare e gestire questa esposizione in modo consapevole e strutturato»
Con una temperatura media annuale dei mari italiani di 20°C e punte di oltre 26°C a luglio (26,64°C) e agosto (26,48 °C), il 2025 ha fatto registrare valori superiori al riferimento climatologico 1991-2020 di +1,18°C e si attesta come il secondo più caldo dal 1982. Parallelamente, le piogge più frequenti al Nord hanno migliorato il quadro idrico dell’area con un aumento del 7% delle precipitazioni rispetto alla media, mentre il Centro resta in linea e il Sud registra un calo del 5%. Si tratta del poco rassicurante scenario delineato in seno al rapporto “Il clima in Italia nel 2025”, curato da Snpa-Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, composto da Ispra e dalle agenzie per l’ambiente di Regioni e Province autonome (Arpa/Appa), che fornisce una descrizione dello stato del clima e della sua evoluzione, con analisi e valutazione a scala nazionale, regionale e locale. «I dati del monitoraggio confermano che il cambiamento climatico non è più una sfida del futuro, ma una realtà con cui siamo già chiamati a confrontarci», osserva Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra e Snpa. «Gli scenari elaborati dimostrano che il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni è possibile, a condizione di accelerare il percorso con scelte fondate sulla conoscenza scientifica e sulla qualità dei dati. Allo stesso tempo, è urgente e necessario promuovere azioni efficaci di adattamento per rendere i territori, le comunità e gli ecosistemi più resilienti ai cambiamenti del clima. La transizione ecologica ed energetica si costruisce con la collaborazione di istituzioni, imprese e cittadini perché trasformando la conoscenza in azione potremo rendere il nostro Paese più sicuro, resiliente e competitivo». Dal 2000 in poi, in quasi tutti gli anni si sono registrate in Italia temperature atmosferiche più alte della media e il 2025 conferma questa tendenza, con un’anomalia di temperatura media di +1,03°C rispetto al valore climatologico 1991-2020. Tutti i mesi, tranne ottobre e novembre, risultano più caldi del normale, il mese di giugno, con il picco di 3,23°C sopra la media, è stato il secondo della serie, dopo il record del 2003. Anche tutte le stagioni chiudono con valori superiori alla media.

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Tensioni geopolitiche e cambiamento climatico, in un mix di shock che colpisce con forza un settore, quello agroalimentare, già sotto pressione e fortemente soggetto alla stagionalità. Riso, grano, latte, olio, vino, pomodori: non c’è un prodotto identitario della cucina italiana che non sia sottoposto a stress. Lo rileva l’analisi presentata negli scorsi giorni da Confagricoltura durante l’assemblea confederale. In uno scenario di policrisi l’effetto trasversale, seppur con specificità a seconda della coltivazione, è quello di un generale aumento dei costi abbinato a una discesa dei prezzi. «Nel mese di giugno i prezzi agricoli sono diminuiti di quasi il 9%, mentre i costi di gestione delle aziende sono cresciuti del 4,5%», mette in fila i numeri Vincenzo Lenucci, direttore area economica e Centro studi di Confagricoltura. «Il reddito agricolo – aggiunge – si è così ridotto tra il 12 e il 13%». Con l’inizio dell’estate sono ricominciati gli eventi estremi, le giornate con temperature ben oltre la media e le notti tropicali. La CIA-Agricoltori italiani ha stimato l’impatto per il 2026 del grande caldo sul settore primario della Penisola in 1,5 miliardi euro, tra crollo della produzione e ore di lavoro “evaporate”. Il grande malato, quest’anno, è il riso, di cui l’Italia è prima in Europa per volumi prodotti. La siccità potrebbe danneggiare fino al 5% dei terreni impiegati per la risicoltura, che richiedono grandi quantità d’acqua. E quando manca, aumentano i costi di irrigazione, gestione e difesa delle coltivazioni. «Abbiamo già perso oltre 18mila ettari coltivati, una contrazione di circa il 10%», spiega ancora Lenucci. E così continua ad aumentare l’import dai mercati asiatici, indebolendo ulteriormente la filiera italiana. «Se non piove entro Ferragosto – avverte Giovanni Daghetta, risicoltore Cia – un quarto della
produzione sarà compromessa»

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Prima di fine giugno Intesa ha notificato all’Agcm il dossier e risulta da fonti di settore che l’Antitrust abbia chiesto altre informazioni alla banca; e che abbia ricevuto altre carte dalla stessa Generali, che segue l’operazione con qualche timore e ha cara l’indipendenza del suo management, da anni e più volte rivendicata dall’ad Philippe Donnet e dal presidente Andrea Sironi. L’attuale fase preliminare, con ogni probabilità, sfocerà a settembre in un più solido procedimento istruttorio, in cui il Garante sentirà le parti coinvolte prima del verdetto finale, nei mesi seguenti. Lo stesso iter usato nel 2020 per Intesa-Ubi, anche se l’attuale dossier echeggia più le fusioni tra Intesa e Sanpaolo o Unicredit e Capitalia, per gli intrecci commerciali e di partecipazioni.  A dar retta alle attese di tecnici e consulenti, l’Agcm non farà gravose obiezioni di tipo bancario al dossier Mps. L’incertezza deriva solo dal fatto che la spartizione proposta da Intesa Sanpaolo e Unipol si basa sui loro dati interni. Potrebbero, pertanto, esserci filiali che Messina dovrebbe cedere ai fini antitrust, ma che la banca “acquirente” di Cimbri – la Bper di cui Unipol è prima azionista – non potrà comprare, perché violerebbe le soglie a sua volta. Uno scenario più plausibile in Lombardia e in Sardegna, dove entrambi i gruppi sono forti. Lo stesso vale per Mps, di cui i due “scalatori” non hanno i volumi effettivi per singola provincia. Premesso
ciò, varie fonti convergono sul fatto che, se ci saranno riserve espresse dal Garante sulla spartizione delle 1.260 filiali Mps, dovrebbero limitarsi a poche decine di agenzie, che potrebbero vedersi cambiata la destinazione finale per rispettare i tetti del 30%.

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La novità riguarda chatbot, assistenti vocali, avatar e altri sistemi che interagiscono con le persone. Dovranno sempre informare l’utente della propria natura artificiale. Per le aziende che li utilizzano nell’assistenza clienti significa rivedere interfacce, messaggi iniziali e comunicazioni. I fornitori dei sistemi di AI generativa, come ChatGpt, Gemini o Claude, dovranno rendere testi, immagini, audio e video sintetici riconoscibili attraverso una marcatura. Chi era già sul mercato prima della scadenza di ieri, avrà tempo fino al 2 dicembre per adeguarsi. Infine dovranno essere informate anche le persone sottoposte a sistemi di riconoscimento delle emozioni o di categorizzazione biometrica.

L’estate del grande riassetto finanziario procede a passo più lento delle attese, ma deciso. La scorsa settimana c’è stato l’annuncio di imminenti riunioni dei consigli di amministrazione del Banco Bpm e del Monte dei Paschi di Siena, pronti secondo indiscrezioni a deliberare sul futuro. Annuncio che si è rivelato essere solo un colpo di sole, come confermato nella serata di venerdì dal comunicato del Banco Bpm, che ha interrotto «le consultazioni in merito alla potenziale aggregazione, dandone contestuale comunicazione a Mps». Per Giuseppe Castagna lo scorso è stato un venerdì da dimenticare. In mattinata infatti, a Parigi, i vertici del Crédit Agricole, banca che controlla il 29,9 per cento del capitale del Banco Bpm, erano andati giù molto duri commentando le vicende del risiko bancario italiano. «Non abbiamo ricevuto alcun progetto, alcuna informazione su una potenziale fusione tra Mps e Banco Bpm», ha annunciato pubblicamente l’amministratore delegato dell’Agricole Olivier Gavalda. E il suo vice, Jérôme Grivet, ha rincarato la dose: «Nulla può accadere contro di noi o senza di noi». A sera il passo indietro del Banco Bpm, dopo un consiglio di amministrazione dai toni roventi. Altro che merger of equals. Era già stata una settimana ricca di velleitarie iniziative. Venerdì il gran finale. Esemplare in questo contesto la lettera dei consiglieri di minoranza di Mps, firmata dall’ex presidente Nicola Maione, da Paola De Martini di Assogestioni (entrambi tra i firmatari della lettera di licenziamento di Luigi Lovaglio nei mesi scorsi), assieme ad Antonella Centra e al rettore della Luiss, Paolo Boccardelli.

Nel 2025 sono andati a fuoco 94.456 ettari, pari a cinque volte la superficie del comune di Milano. Nel 2021 erano andati in fumo addirittura 157mila ettari. L’anno scorso i roghi sono stati più frequenti, ma hanno avuto dimensioni inferiori: ogni incendio ha bruciato in media 55 ettari, a fronte di una media europea di 191. Come sottolineato da Openpolis che ha ripreso i dati Edjnet, nel nostro Paese si verifica più di un terzo degli incendi di tutta Europa (36%), ma la superficie bruciata si riduce al 10% del totale. A crescere è proprio il numero di eventi, che nel 2025 ha superato per la prima volta i 1.700 casi in Italia. Nel 2024 erano stati 1.343. Il rischio incendio aumenta a causa della siccità e delle ondate di calore che portano le temperature fin sopra i 40 gradi. Quando queste due condizioni si uniscono al vento forte le fiamme possono durare per settimane. I cosiddetti megafire, ossia gli incendi che superano i 10mila ettari, si stanno diffondendo sempre di più: nel solo 2025 in Europa se ne sono verificati 18.