Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

Il presidente di Covip Mario Pepe non nasconde la soddisfazione per il fatto che la sua proposta di lanciare un fondo previdenziale per i nuovi nati, con un sostegno economico pubblico, è divenuta oggetto di dibattito in questi giorni agostani. «Certo, in ferie ho avuto il telefono che squillava continuamente», scherza, ma le dichiarazioni della ministra del Lavoro Marina Calderone, secondo cui governo che sarebbe pronto a introdurre il provvedimento nella prossima manovra, «sono finalmente la dimostrazione che nel Paese si è presa coscienza di un’emergenza previdenziale per i giovani», aggiunge. E subito rilancia sulla necessità di affrontare al più presto quella che definisce un’altra emergenza per l’Italia: «Rafforzare la trasparenza e la vigilanza economico-finanziaria sui fondi e sulle casse sanitarie».
Meta ha accettato di pagare fino a 16,68 miliardi di dollari nell’ambito di un accordo per chiudere le accuse avanzate da 29 Stati Usa, secondo cui Facebook e Instagram sarebbero stati progettati per creare dipendenza nei minori, ingannando i consumatori sui rischi per la sicurezza e raccogliendo impropriamente i dati personali degli utenti più giovani. L’accordo – rivelato da un documento depositato in tribunale – è stato raggiunto durante un processo federale in California, evitando uno dei più importanti procedimenti finora intentati contro una società di social media per i presunti danni arrecati ai giovani utenti. La società di Mark Zuckerberg ha inoltre accettato di introdurre a livello nazionale nuove misure per gli adolescenti su Facebook e Instagram, tra cui limiti giornalieri di utilizzo e blocchi notturni. Il caso comprendeva anche accuse di violazione del Children’s Online Privacy Protection Act, per aver raccolto senza notifica o consenso dei genitori i dati personali di utenti che sapeva essere minorenni e averli utilizzati per addestrare modelli di machine learning e di intelligenza artificiale generativa.
Nei prossimi 20-25 anni è prevista a una rivoluzione finanziaria senza precedenti. È in atto il cosiddetto Great Wealth Transfer, il più grande passaggio di ricchezza della storia. Secondo i dati dell’Ubs Global Wealth Report 2025, oltre 83 mila miliardi di dollari verranno trasferiti a livello globale: circa 9 mila miliardi si sposteranno orizzontalmente all’interno della stessa generazione (principalmente tra coniugi) e più di 74 mila miliardi verticalmente verso le nuove generazioni. Il punto di partenza, scrivono i curatori dell’analisi, riguarda una quota considerevole di patrimoni che si sposterà dapprima in modo orizzontale verso i coniugi superstiti. Poiché le donne tendono a vivere più a lungo e a sposare partner più anziani, saranno loro a controllare i patrimoni familiari per periodi prolungati. McKinsey stima che entro il 2030 le donne negli Stati Uniti controlleranno 34 mila miliardi in asset investibili, mentre in Europa occidentale la loro quota salirà al 45% del totale gestito. Le donne della nuova generazione, spiega Ubs, partecipano molto più attivamente ai mercati: nel 2024 il 71% possedeva azioni (rispetto al 60% del 2023). Inoltre, mostrano un approccio al rischio calcolato e fortemente orientato al lungo termine. Secondo uno studio citato nel report le donne ottengono performance superiori agli uomini dell’1,8% annuo, perché effettuano meno transazioni (riducendo i costi di trading) e tendono a non vendere durante i forti ribassi.
La Spagna sta valutando la possibilità di introdurre una sorta di obbligo di sostenibilità per i nuovi progetti dei data center, con l’introduzione di norme più severe sui temi di consumi energetici, di acqua e cybersecurity. A rivelarlo è Reuters che cita fonti governative e una bozza di decreto sul tema. Secondo le indiscrezioni, il governo guidato dal primo ministro Pedro Sanchez starebbe valutando l’introduzione di alcuni paletti perché, complice la presenza di una forte componente di energie rinnovabili nel Paese, le richieste di investimento in data center legati al boom dell’intelligenza artificiale sono molto numerose, tanto da consentire alla Spagna di filtrarle e autorizzare i progetti migliori e più efficienti in termini sia di sostenibilità ambientale sia di sicurezza informatica. All’interno della bozza di decreto verrebbe previsto un obbligo per gli operatori di data center di avere sede nell’Unione europea e il mantenimento di dati e metadati in Ue, con disposizioni più rigorose per le strutture che gestiranno dati di enti pubblici o legati alla sicurezza nazionale.
La pubblica amministrazione spende in welfare circa il 90% in meno del settore privato. La Pa, infatti, destina lo 0,11% della spesa complessiva per gli stipendi dei 3,7 milioni di dipendenti per il welfare. Una percentuale che, nel privato, arriva all’1-2%: un gap strutturale di oltre 10 volte. Questa la fotografia scattata dalla ricerca di Bigda (società di consulenza che offre servizi avanzati di analisi dei dati, analytics e ricerche di mercato attraverso tecnologie di big data e intelligenza artificiale) per Flp, il sindacato dei lavoratori pubblici e delle pubbliche funzioni. Da notare inoltre che l’adesione dei dipendenti della Pa alla previdenza complementare è molto bassa: al fondo Perseo Sirio, ideato per i dipendenti di ministeri, enti locali, regioni e sanità pubblica, aderiscono il 23-24% degli aventi diritto (circa 250 mila iscritti), mentre al fondo Espero, dedicato al Personale della Scuola solo il 12-13% (circa 130 mila iscritti).
Oggi toccherà al cda di Generali pronunciarsi sulla doppia ops da 34 miliardi di euro su Banco Bpm e Banca Generali annunciata dalla Mps di Luigi Lovaglio. La convocazione del board è fissata per il primo pomeriggio. Come è già stato per il cda di Banca Generali, riunitosi lo scorso 21 agosto per rinviare «a un’analisi più dettagliata dei termini e delle caratteristiche dell’offerta», anche quello del gruppo assicurativo guidato da Philippe Donnet, con ogni probabilità, non entrerà nei dettagli dell’offerta. Probabile, ma non ancora certa, la nomina degli advisor che dovranno supportare Generali per una valutazione vera e propria da svolgere nelle prossime settimane. Per Generali, oggi azionista di Banca Generali con poco più del 50%, l’ops avrebbe un impatto profondo, su più fronti: non solo Trieste perderebbe il controllo sulla banca guidata da Gianmaria Mossa che, benché pesi in maniera residuale sull’utile Generali, è un gioiello nella consulenza finanziaria e continua a regalare soddisfazioni. Con l’operazione, che prevede l’assegnazione del 4,5% del capitale di Generali ai soci Mps, ci sarebbe anche un significativo impatto sull’azionariato del Leone: il Monte, tramite Mediobanca, non sarebbe più il primo azionista come ormai da quasi quarant’anni e scenderebbe dal 13,2% all’8,7%. Il primo socio di Generali diventerebbe Delfin che, grazie al 17,5% detenuto in Mps, riceverebbe lo 0,79% del Leone e arrotonderebbe la sua quota attuale al 10,94%. Mentre Francesco Gaetano Caltagirone (che ha il 13,5% di Mps), incasserebbe un ulteriore 0,61% del Leone e salirebbe al 6,93%
Intesa Sanpaolo recapita alla Consob un esposto sulla doppia offerta di Montepaschi su Banco Bpm e Banca Generali. Esposto arrivato sul tavolo dei commissari che ieri hanno tenuto la prima riunione nella sede milanese dall’insediamento il 12 agosto del neo presidente Guido Stazi. Secondo alcune fonti vicine al dossier, l’esposto, su cui il gruppo guidato da Carlo Messina ha arruolato un pool di primari studi legali (otto, capitanati da Pedersoli Gattai), evidenzia «criticità» emerse in relazione alle operazioni definite difensive da parte di Rocca Salimbeni alla luce del precedente lancio dell’opas di Intesa sul capitale della banca senese. L’iniziativa, spiegano le fonti, punta a «tutelare l’integrità del mercato e la corretta informazione verso tutti gli azionisti», richiamando in particolare la necessità di rispettare la normativa vigente e, tra gli altri profili, la passivity rule, ovvero le prescrizioni del Tuf che prevedono che il board di una società sotto offerta pubblica mantenga una posizione sostanzialmente neutrale e non adotti iniziative che possano ostacolare l’offerta senza il preventivo via libera dell’assemblea. La logica è evitare che il management, che potrebbe avere un interesse personale a contrastare la scalata, prenda decisioni al posto dei soci a cui spetta l’ultima parola.

Flessibilità fa rima con natalità. Infatti, avere un contratto di lavoro da remoto (smart-working o lavoro agile) riduce la perdita di reddito dopo la nascita dell’87% (la c.d. child penalty). Gli effetti positivi sono concentrati tra le madri più giovani e tra quelle con redditi più bassi. A sostenerlo è l’Inps nel XXV Rapporto annuale. Flessibilità e famiglia. Secondo l’Inps, il lavoro agile non è solamente una modalità di organizzazione della prestazione lavorativa, ma è o può diventare uno strumento concreto di politica familiare, capace di ridurre la penalizzazione economica che segue la nascita di un figlio e, indirettamente, sostenere la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Il dato è significativo: per le lavoratrici che hanno avuto accesso al lavoro da remoto a partire dall’anno 2021, la child penalty risulta ridotta di circa l’87%. Si tratta della penalizzazione in termini di reddito e di carriera che segue alla nascita di un figlio. L’effetto non si limita alla dimensione professionale: le lavoratrici che possono utilizzare modalità di lavoro flessibili registrano anche un recupero di reddito nell’anno successivo alla nascita, stimato dall’Inps tra circa 1.100 e 1.300 euro rispetto alle madri che non dispongono della stessa possibilità. Più tempo a disposizione. La ragione dei risultati positivi? Secondo l’Inps, va ricercata nella possibilità di lavorare da remoto, che consente alla madre di conciliare più facilmente i tempi di lavoro e le responsabilità familiari. Infatti, si osserva un minore ricorso al congedo parentale, una maggiore permanenza nel lavoro e una maggiore probabilità di conservare un rapporto a tempo pieno. Le madri che possono lavorare da casa, inoltre, lavorano quasi una settimana in più nell’anno successivo alla nascita di un figlio. Il risultato è una riduzione sensibile della perdita reddituale normalmente associata alla maternità. In media, nell’anno successivo alla nascita di un figlio, una madre può perdere circa 5mila euro di reddito. Tra le lavoratrici che possono ricorrere al lavoro agile, si rileva il recupero di circa 4.400 euro, appunto circa l’87% della perdita.

Villaggi spazzati via al confine col Tibet: almeno 200 vittime, centinaia di turisti irreperibili. È questione di secondi. Una nuvola grigia entra nell’obiettivo. È più alta di tutti gli edifici costruiti dall’uomo. Sembra vapore, ma è acqua, fango, rocce. Saltano i tombini, gli autobus vengono spinti indietro, uno contro l’altro, come giocattoli. Per aria volano pietre grandi come motociclette. Il grigio dell’onda sommerge tutto. È una massa d’acqua completamente fuori scala. Se il palazzo era di sei piani quell’onda è alta quattro volte di più. Non c’è salvezza possibile. L’onda travolge, abbatte, spazza via, trasporta camion, autobus, forse case che erano a monte. La Natura mostra la sua forza, rende ridicoli argini, muri di contenimento, massicciate. L’ipotesi preliminare citata dal ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal punta il dito invece su un terremoto di magnitudo 4,4 registrato in Tibet alle 8.37 locali, le 4 del mattino in Italia. Il Us Geological Survey ha localizzato l’epicentro a circa 10 chilometri di profondità, 77 chilometri a nord-ovest della località nepalese di Kodari, 20 chilometri dal confine. Sarebbe stata la scossa tellurica e non il surriscaldamento globale a provocare la grande frana e quindi l’inondazione arrivata a valle proprio dopo le 9, appena mezz’ora dopo. Le due ipotesi non si contraddicono e possono essere complementari. Il terremoto potrebbe aver dato il colpo finale a una massa di ghiaccio resa meno stabile dalle temperature anomale. In 30 anni, i ghiacciai himalayani hanno perso un terzo della loro estensione.
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