Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Il fenomeno degli sportelli bancari che chiudono i battenti non coinvolge più solo i piccoli comuni. Anzi, rispetto alla fine del 2021, la riduzione più rilevante si registra a Milano, Roma e Palermo. In totale, quasi 11,5 milioni di italiani vivono in comuni senza filiali o che ne hanno solo una. A certificare questo spopolamento è l’Osservatorio sulla desertificazione bancaria della Fondazione Fiba di First Cisl (Federazione italiana reti dei servizi del terziario, il sindacato dei lavoratori delle banche, delle assicurazioni, della finanza, della riscossione e delle authority), che elabora i dati resi disponibili da Banca d’Italia e Istat. E la conferma arriva da un’analisi della Cna, secondo cui, in dieci anni, l’Italia ha perso più di un terzo degli sportelli bancari. Tra il 2015 e il 2025 la rete è scesa da 30.258 filiali a circa 19.140: oltre 11 mila presìdi in meno, con una contrazione del 36,7%.
Più agevole, dal 27 settembre 2026, contestare alle imprese l’ingannevolezza di pubblicità e altri messaggi promozionali che rappresentano in modo non corrispondente alla realtà il trattamento riservato agli animali nella realizzazione dei loro prodotti. Con una presunzione di illegalità per le etichette non basate su sistemi di certificazione. La stretta, con sanzioni che potranno arrivare fino 10 milioni di euro, scatta con l’applicazione delle nuove regole introdotte nel Codice del consumo dal dlgs 30/2026 (Gu del 9/3/2026 n. 56). Duplice l’intervento del provvedimento.
Allarme frodi creditizie con furto di identità. Nell’ultimo anno il loro numero ha fatto segnare una forte accelerazione, stando ai dati presentati dal Crif: oltre 38.300 casi rilevati, in aumento del 23,8% rispetto all’anno precedente, per un valore economico complessivo che supera i 165 milioni di euro (+10,7%). In calo, invece, l’importo medio delle frodi, sceso del 10,6% fino a poco più di 4.300 euro, segnale di un cambiamento nelle strategie adottate dalle organizzazioni criminali, sempre più orientate a operazioni di valore contenuto ma caratterizzate da maggiore frequenza e minore probabilità di venire intercettate. «L’andamento rilevato mette in luce la necessità di un impegno congiunto e strutturato per contrastare efficacemente questo fenomeno», ha avvertito Beatrice Rubini, executive director della linea Mister Credit di Crif. «I truffatori appaiono sempre più evoluti e organizzati, anche avvalendosi dell’intelligenza artificiale che consente di realizzare attacchi altamente sofisticati e credibili. In questo contesto, accanto all’adozione di strumenti di prevenzione sempre più avanzati, è fondamentale rafforzare l’educazione finanziaria e digitale dei cittadini, affinché possano riconoscere i segnali di frode e agire tempestivamente»
Il 2025 è stato l’anno record del fabbisogno di manodopera straniera, comunitaria ed extraue, per le imprese italiane. La programmazione, infatti, ha raggiunto il massimo storico di 1,359 milione di entrate di lavoratori stranieri, pari al 23,4% di tutte le assunzioni previste. Ma con un paradosso: per 9 entrate su 10, le imprese non hanno cercato cittadini stranieri da far arrivare in Italia, ma quelli già presenti in Italia. In sostanza, del milione e 359mila di entrate programmate, 1,216 milione sono relative a cittadini che vivono in Italia, presumibilmente perché hanno maturato specifiche esperienze sul lavoro (143mila, invece, cittadini residenti all’estero). È quanto si legge, tra l’altro, nel XVI Rapporto annuale del ministero del lavoro: «Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia». Complessivamente, nel 2025, gli stranieri residenti in Italia sono 5,6 milioni, pari al 9,4% della popolazione, mentre gli occupati stranieri sono 2 milioni e 587 mila, il 10,7% dell’occupazione complessiva. Il quadro generale. Al 1° gennaio 2025, gli stranieri residenti nell’Ue sono 43,8 milioni, il 10% della popolazione residente. Nel 2025 gli occupati in Italia superano 24 milioni; gli stranieri sono oltre 2,5 milioni, il 10,7% del totale. Rispetto al 2024 l’incremento di occupati è stato di 185mila unità (+ 0,8%), trainato proprio dalla componente straniera: i lavoratori extraue sono cresciuti del 3,6%, i comunitari dell’1,2% e gli italiani di appena 0,5%. Il tasso di occupazione per gli italiani è al 62,5%; tra gli stranieri Ue raggiunge il 66,4%, mentre tra gli extraue il 61,6%, ma con differenze di genere: il 76% degli uomini extraue è occupato, contro il 45,7% delle donne (oltre 30 punti di divario). Il tasso di disoccupazione resta più alto tra gli stranieri: 9,6% (extraue) e 7,8% (comunitari), rispetto al 5,8% per gli italiani.

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Dopo vari passaggi intermedi, assistiamo a una nuova mossa volta a far diventare il Monte dei Paschi di Siena il secondo gruppo bancario italiano e uno dei primi dieci in Europa. È una mossa interamente pensata dal banchiere Luigi Lovaglio, insieme ai suoi advisor esterni (Ubs, Bofa, Vitale, Kbw), e che ha l’ambizione di non essere solo difensiva ma anche propositiva di una visione industriale, dote che in pochi attribuivano al banchiere lucano. È difensiva perché mira in primo luogo a rispondere all’attacco ostile arrivato su Mps a inizio giugno da parte di Intesa Sanpaolo, con un’Opas ben congegnata dal punto di vista finanziario e di non difficile realizzazione in tandem con il gruppo bolognese Unipol. Il piano elaborato da Carlo Messina, però, ha il difetto di spezzare in due il gruppo bancario senese e di conseguenza tutto il lavoro di risanamento compiuto negli ultimi 10 anni, dallo Stato e da ultimo da Lovaglio. Inoltre, essendo Intesa già il primo gruppo bancario italiano, la sua offerta porta a un’ulteriore concentrazione del mercato, rendendo meno concorrenziale per le imprese ottenere prestiti e sviluppare il business. Pochi punti di debolezza su cui Lovaglio ha lavorato negli ultimi due mesi, prima di esporre il suo piano alternativo. Arrivato la settimana scorsa e destinato a tenere banco almeno fino a fine anno. Mps era già impegnata in una delicata fusione con Mediobanca, conquistata a ottobre 2025 al
termine di una dura battaglia che ha portato all’uscita di Alberto Nagel dal fortino di Piazzetta Cuccia. L’assemblea per il via libera alla fusione era prevista per metà ottobre ma ora si aggiungono altre due operazioni straordinarie da sottoporre ai soci. Una Ops sul Banco Bpm e un’altra Ops parallela su Banca Generali. La logica industriale di mettere insieme Mps-Mediobanca con Bpm e Banca Generali l’ha spiegata lo stesso Lovaglio agli analisti nella conference call di venerdì.  Quante possibilità di successo ha il piano Lovaglio? La sua messa in pratica (execution) è
sicuramente più complicata di quella che deve affrontare Messina, che ha già trovato chi compra le oltre 600 filiali che non può assorbire, cioé l’Unipol di Carlo Cimbri, controllata dalle coop rosse.
Introdotto in Italia venticinque anni fa, il D.Lgs. 231/2001 ha cambiato il rapporto tra imprese, diritto penale e compliance, prevedendo la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per i reati commessi nel loro interesse o vantaggio. L’applicazione della legge da parte della giurisprudenza non è sempre stata lineare e molto spesso il mondo imprenditoriale si è lamentato della scarsa prevedibilità delle sentenze o dei vantaggi di adottare il famoso Modello 231, il programma di compliance che dovrebbe servire da esimente per chi lo adotta in modo diligente. Oggi il legislatore prova a rivederne l’impianto: il 4 agosto il Consiglio dei ministri – basandosi sull’elaborato predisposto da un gruppo di lavoro presieduto dal magistrato Giorgio Fidelbo – ha approvato lo schema di disegno di legge di revisione del “Decreto 231”. L’obiettivo è confermare la vocazione preventiva del sistema, positivizzare i criteri di imputazione, valorizzare la colpa di organizzazione e introdurre nuove premialità per gli enti meritevoli.
Il dibattito politico europeo è sempre più dominato dai temi della competitività, della produttività e della sicurezza economica. I governi cercano nuove fonti di crescita mentre la carenza di lavoratori si aggrava, i conti pubblici sono sottoposti a pressioni crescenti e le imprese si adattano alle transizioni verde e digitale. Eppure, una delle trasformazioni economiche più importanti in corso in Europa continua a essere sorprendentemente assente dalla discussione. Questa trasformazione è la longevità. Le persone vivono più a lungo che mai. Non si limitano a
sopravvivere fino alla vecchiaia, ma rimangono più sane, attive e coinvolte nell’economia per un periodo molto più lungo. La longevità sta modificando i mercati del lavoro, la domanda dei consumatori, i sistemi finanziari e il modo in cui le società organizzano il lavoro, l’assistenza e
il pensionamento. L’Italia rappresenta particolarmente bene questa trasformazione. La speranza di vita ha raggiunto livelli record: 81,7 anni per gli uomini e 85,8 per le donne. Oggi il 92% di una generazione arriva a 65 anni e può attendersi molti altri anni di vita. In Europa, chi raggiunge i
65 anni può aspettarsi di vivere per altri vent’anni o più, in media per oltre nove anni in buona salute. La domanda non è più se gli europei vivranno più a lungo, ma se governi e imprese siano pronti a cogliere le opportunità create dalla longevità. Le persone con più di 50 anni generano oggi circa il 34% del Pil mondiale e rappresentano approssimativamente la metà di tutti i consumi. Una quota che dovrebbe salire al 60% entro il 2050. Viaggiano, investono, acquistano case, spendono in sanità e tempo libero, ereditano e trasferiscono ricchezza e incidono sempre di più sulla domanda in interi settori dell’economia. I benefici di una vita più lunga non saranno però distribuiti in modo uniforme. Nell’area euro, il 10% più ricco delle famiglie possiede il 60% della ricchezza complessiva e il divario si amplia tra le persone anziane. Chi ha accumulato un patrimonio sarà maggiormente in grado di considerare la longevità un’opportunità. Chi non lo ha fatto rischia invece di dipendere sempre di più da sistemi pubblici già sottoposti a pressioni crescenti.

Lovaglio venerdì scorso, dopo giornate di bufale e rumors, ha lanciato due offerte di scambio contestuali e parallele sulla totalità delle azioni delle quotate Banco Bpm e Banca Generali, una cosa mai vista in Italia e neppure negli altri principali mercati occidentali. Il tutto carta contro carta, nessun soldo sul tavolo, solo un grande progetto di crescita che permetterebbe al Monte dei Paschi di Siena di fuggire alla presa di Intesa Sanpaolo, ferma nel suo progetto presentato l’8 giugno che mira a comperare l’intero Mps pagandolo con azioni e una parte in contanti, prima di spezzarlo rivendendone una parte all’Unipol, che lo girerà alla controllata Bper. Sarà quindi l’assemblea dei soci, secondo le disposizioni della cosiddetta Passivity rule, a decidere il futuro di queste due operazioni, con convocazione fissata per il 29 ottobre, cinquanta giorni dopo l’assemblea dei soci di Intesa Sanpaolo, che il 10 settembre saranno chiamati a dare delega al cda per avviare l’operazione su Mps, che non prevede esborsi da parte dei soci per il pagamento della parte cash. Se le autorità di controllo daranno il via libera a Intesa, Lovaglio potrebbe trovarsi in assemblea davanti ai soci con l’offerta di Intesa già operativa, visto che a Ca’ de Sass contano di aprire l’offensiva tra la seconda metà di ottobre e i primi di novembre. Una complessità in più per Siena. A cui rimane, probabilmente solo una carta ulteriore da giocare. A inizio anno Lovaglio è riuscito a portare dalla sua parte la Delfin degli eredi di Leonardo Del Vecchio. Adesso deve provarci con Francesco Gaetano Caltagirone. Sarà lui probabilmente l’ago della bilancia. All’imprenditore romano interessa soprattutto Generali, di cui già controlla oltre il 6 per cento. Lovaglio cercherà di chiudere il più rapidamente possibile il processo di fusione e integrazione di Mediobanca in Mps, al fine di disporre di quella quota del 13,2 per cento di azioni Generali. S
Intesa Sanpaolo chiede di guardare ai fatti e di attenersi alle regole. La ridda di voci che la scorsa settimana ha attraversato i mercati non è riuscita a muovere di un centimetro la prima banca italiana dalla propria posizione, comunicata ai mercati lunedì 8 giugno: offerta mista, composta da azioni più contanti, sulla totalità delle azioni del Monte dei Paschi di Siena. Banca che entrerebbe nel perimetro di Intesa Sanpaolo, che è già pronta a scorporare 635 sportelli bancari da girare al gruppo Unipol, primo azionista di Bper Banca, che dovrebbe essere il destinatario finale di quelle agenzie. La chiamata alle armi di Siena non sembra mutare il passo regolare di Intesa. Il 30 luglio, alla presentazione della semestrale, il consigliere delegato e ceo group Carlo Messina ha richiamato Mario Draghi dicendo che per arrivare a Siena è pronto a fare whatever it takes, tutto il necessario. Questo perché l’integrazione di Mps permetterà ad Intesa di anticipare di tre anni il raggiungimento degli obiettivi del piano industriale. E allora si va avanti. Gli sherpa sono al lavoro. Messina e il fidatissimo Stefano Lucchini da inizio anno sono più a Roma che a Milano. La partita di Siena si gioca sul parterre di Piazza Affari, ma anche e soprattutto nei corridoi del potere romano. Il ruolo della politica, da quell’infausto golden power speso nel 2025 a favore del Banco Bpm, è centrale. Non siamo ancora tornati, per fortuna, alle scelte economiche dei privati dettate dal palazzo romano, ma certo con Roma oggi tutti sono chiamati a confrontarsi. A Siena come a Milano
Una delle maggiori preoccupazioni legate all’invecchiamento della popolazione riguarda il welfare in generale e il sistema pensionistico in particolare. Da più parti, spesso anche istituzionali, vengono lanciati allarmi del tipo: tra dieci/vent’anni avremo una «valanga» di pensionamenti e il numero dei titolari di una rendita previdenziale aumenterà enormemente. Qualcuno addirittura indica che, intorno al 2045, avremo un pensionato per ogni lavoratore attivo per cui il sistema diventerà insostenibile e i giovani non avranno più la pensione. Si tratta di uno scenario possibile e se sì in quale misura? E l’intero schieramento politico e sociale è pronto a passare dagli allarmi alle soluzioni? Indubbiamente in questi ultimi 80 anni la popolazione mondiale è passata dai circa due miliardi del 1945 agli attuali 8,25 miliardi: un aumento definito «abnorme» dai demografi e responsabile in buona parte dei problemi del pianeta. Nello stesso periodo l’aspettativa di vita media è enormemente aumentata: nel 1945 nel mondo era di 45,5 anni e in Italia di 59/60 anni; oggi nel mondo siamo a 75 anni mentre noi superiamo gli 83 anni. Ci sarà quindi la valanga di pensionamenti? Andiamo con ordine: al 31 dicembre di quest’anno tutti i nati fino al 1959 sono pensionati; lo sono il 40% dei nati fino al 1961 e il 20% di quelli nati fino al 1962. Pertanto, nei prossimi dieci anni, fino al 2036, se si manterranno i requisiti attuali senza le solite anticipazioni, quote, pensioni di cittadinanza e Ape sociale proposti da una politica a caccia di facili quanto pericolosi consensi, si pensioneranno per vecchiaia anticipata, vecchiaia e invalidità da lavoro Inps (restano escluse le pensioni di reversibilità, le invalidità civili e gli assegni sociali) all’incirca 4,86 milioni di persone. Una media annua di 486 mila soggetti. Nei successivi dieci anni, fino al 2046, l’Italia vedrà toccare il picco dell’invecchiamento con gli over 65 che saranno circa il 35% della popolazione e gli over 80 il 13,5%. Il numero dei soggetti che accederanno al pensionamento, sempre mantenendo i requisiti odierni, sarà tra 5,1 e 5,3 milioni.

A dicembre 2025, ultimo dato disponibile, la ricchezza netta degli italiani aveva toccato la cifra di 11.339 miliardi di euro, secondo la stima resa nota dalla Banca d’Italia con la sua recente pubblicazione sui conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie. Dal confronto delle medie annue 2011-2025 risulta che in 15 anni la ricchezza netta degli italiani a valori correnti è lievitata di oltre un quarto (+23,8%), ma in termini reali – cioè a parità di potere d’acquisto – le famiglie si sono un poco impoverite (-2,2%): l’inflazione ha vanificato l’incremento del valore nominale degli asset posseduti. In questo intervallo temporale è cambiata sia la distribuzione dei beni tra i più abbienti e i meno abbienti sia la composizione del patrimonio, cioè la miscela tra depositi, titoli di debito, azioni quotate, abitazioni, quote di fondi comuni e altri beni monitorati da Bankitalia. La forbice si è allargata. Prendendo l’intera torta della ricchezza, lo spicchio posseduto dalla metà meno abbiente delle famiglie (cioè i primi cinque decili) si è rimpicciolito passando dall’8,4% al 7,3%, mentre la fetta spettate al 10% più benestante (decimo decile) è cresciuta di otto punti percentuali, portando questi nuclei familiari a possedere circa il 60% della ricchezza netta nazionale. Nel 2011 il valore della ricchezza posseduta dal decile più ricco era 6,2 volte quello dei primi cinque decili; 15 anni dopo questo rapporto risulta salito a 8,2. L’inflazione ha falcidiato, in misura diversa, sia i patrimoni delle famiglie povere sia quelli delle fasce intermedie (se vogliamo, il ceto medio o medio-alto); hanno resistito all’aumento dei prezzi solo i patrimoni del 10% di famiglie più abbienti. Ricchezza chiama ricchezza e la sua gestione professionale e qualificata ha probabilmente permesso alle famiglie già ricche di diventarlo ancora di più
Il detenuto che si veda ingiustificatamente negare le cure sanitarie ha diritto a essere indennizzato secondo le procedure di matrice europea. Lo ha stabilito, con una innovativa decisione, depositata il 15 luglio scorso, il magistrato di sorveglianza di Bologna. Il caso affrontato dal giudice riguarda una persona colpita tre volte da ictus, con duplice bypass, alla quale erano state prescritte cure riabilitative, mai effettuate. La questione è stata decisa alla luce degli istituti introdotti nel nostro ordinamento in seguito alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2013 (Torreggiani c. Italia), che presidiano la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute (articolo 35-bis della legge sull’Ordinamento penitenziario, 354/1975) e consentono un indennizzo nel caso di accertata violazione della loro dignità (articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario).