Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Dopo il passo indietro di Banco Bpm nel progetto di fusione alla pari con Siena, il banchiere assume personalmente la guida della strategia difensiva che gli permetterebbe di mantenere intatto il perimetro di Rocca Salimbeni, come peraltro auspicato dalla premier Giorgia Meloni nell’intervista di venerdì 14 a MF-Milano Finanza. L’altro obiettivo di Lovaglio è massimizzare il premio per gli azionisti, specie alla luce di una proposta come quella di Intesa che per il banchiere non valorizza appieno l’istituto. L’appuntamento è per questa mattina alle 9 a Siena per un cda straordinario della banca convocato per valutare un articolato piano di m&a elaborato dagli advisor Ubs, Bofa e Vitale. Sul tavolo potrebbero arrivare due target molto diversi ma che risponderebbero alla logica industriale di costruire un terzo polo bancario dotato di forti fabbriche prodotto e capace di valorizzare il risparmio nazionale, Banca Generali e Banco Bpm, utilizzando il 13,2% di Generali detenuto da Mediobanca come tassello per chiudere il cerchio.
Dopo l’intervista della premier a Milano Finanza in cui si auspicava il mantenimento dell’integrità del Monte dei Paschi di Siena, il ceo della banca più antica del mondo lancia la sua contromossa: una proposta di aggregazione con Banca Generali e forse anche con Banco Bpm, per provare a resistere all’offerta pubblica di scambio di Intesa Sanpaolo, mettendo sul piatto anche il suo storico 13% in Assicurazioni Generali. Quello che si respira negli ambienti vicini a Lovaglio circa il successo di questa mossa è un clima di speranza più che di fiducia: le probabilità di successo ci sarebbero. A Siena l’azione di Intesa Sanpaolo non è mai piaciuta: non solo perché il colosso milanese è entrato a gamba tesa nei piani di Lovaglio di fondersi con Mediobanca e poi di procedere alla creazione del terzo polo con Banco Bpm, ma anche perché i quasi 12 euro messi sul piatto da Carlo Messina sono considerati pochi rispetto al valore prospettico che il titolo Mps avrebbe. Lovaglio in questi quattro anni alla guida di Siena ha mostrato una determinazione e una resilienza sulle quali non in molti avrebbero scommesso. In primavera è riuscito a ribaltare i pronostici sconfiggendo in assemblea la lista del cda con un ritorno al vertice grazie all’appoggio della famiglia Tortora, che ha presentato la lista alternativa, e ai voti determinanti di Delfin, primo azionista di Mps con il 17%, e di Banco Bpm oltre che dei fondi internazionali. Ora è su questo stesso blocco che farebbe affidamento Lovaglio per resistere a Intesa Sanpaolo portando in assemblea una proposta industriale di creazione di un vero terzo polo bancario, anche rinunciando alla storica rendita rappresentata da Generali.

Chi decide in tema di data center? Il fatto è che al momento in Italia non esiste una legislazione uniforme a livello nazionale, per cui c’è una concorrenza di competenze: lo Stato ha, secondo l’art. 7 comma 1 del Dlgs. 152/2006, potestà in tema di Valutazione ambientale strategica di piani e programmi che riguardino, tra i vari settori elencati, anche quello energetico; le Regioni hanno potestà legislativa concorrente o residuale sul governo del territorio (a oggi la Lombardia, nel cui territorio si concentrano circa 67 data center, cosa che rende la regione con il maggior numero di data center a livello nazionale, ha varato prima alcune Linee guida e poi un’apposita legge in tema di data center e consumo di suolo); i Comuni hanno il ruolo di pianificazione locale e mappatura delle aree, pur coordinandosi con i nuovi indirizzi regionali sulle destinazioni d’uso produttive (le Città metropolitane hanno invece ruolo consultivo in tema di compatibilità urbanistica e ambientale). Inoltre decidono sulle autorizzazioni urbanistiche per gli impianti di potenza inferiore o uguale a 50 MW
Il termine biennale di decadenza (ex articolo 21, comma 2, del d.lgs. n. 546/1992) non è applicabile all’azione di rimborso dei costi sostenuti per la fideiussione. Tale termine riguarda esclusivamente la restituzione di tributi e sanzioni, come emerge dal richiamo all’art. 19 del medesimo decreto. Per il rimborso degli oneri fideiussori, opera invece il termine ordinario di prescrizione decennale ex articolo 2946 del codice civile. Sono le conclusioni della Cgt di secondo grado del Lazio che si leggono nella sentenza n.2506 depositata in segreteria il 24 aprile scorso; con questa sentenza, il collegio, ha confermato quanto stabilito in primo grado. La vertenza trae origine dalla richiesta di rimborso degli oneri fidejussori sostenuti per ottenere un rimborso iva per l’anno 2011. Il fondamento della decisione di merito risiede nella natura giuridica della polizza fideiussoria di cui all’art. 38-bis del dpr n. 633/1972: essa ha funzione indennitaria e non satisfattoria, essendo volta al trasferimento del rischio economico derivante dalla mancata esecuzione di una prestazione contrattuale, e non alla garanzia del versamento di un’imposta. La fideiussione è dunque autonoma, non accessoria, rispetto al rapporto tributario. Ne consegue che il credito del contribuente al rimborso degli oneri fideiussori è soggetto alla prescrizione ordinaria, mentre l’istanza di rimborso integra non il fatto costitutivo del diritto, ma soltanto il presupposto di esigibilità del credito stesso.
L’amministrazione finanziaria francese riccorrerà a strumenti di intelligenza artificiale per individuare le vulnerabilità dei propri sistemi informatici a seguito di un grave attacco informatico che ha sottratto i dati personali di quasi 700mila contribuenti. Lo ha annunciato il ministro del Bilancio francese, David Amiel. L’incursione informatica, avvenuta tra giugno e luglio, ha consentito a un pirata informatico di accedere alle informazioni personali di circa 350mila individui e 250mila società. Il Primo ministro Sébastien Lecornu ha convocato una riunione di crisi e ordinato di informare tempestivamente le vittime; le prime notifiche ai cittadini sono già state inviate, mentre le comunicazioni alle imprese partiranno la prossima settimana. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta giudiziaria.

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Fava: un libretto di risparmio previdenziale per ogni nuovo nato. «L’inverno demografico è la grande questione dei prossimi vent’anni – risponde il presidente dell’Inps, Gabriele Fava –. Per i giovani c’è il rischio di avere pensioni basse solo se la loro carriera lavorativa è povera e discontinua. Per questo ci vuole un deciso cambio di paradigma. Voglio dire che non bisogna sempre cominciare dalla previdenza, ma dal lavoro, perché è dal lavoro che parte tutto e si innesca quel circolo virtuoso che serve ai giovani. Per la sostenibilità del sistema bisogna puntare su occupazione, produttività e contrasto al sommerso. La sostenibilità non dipende solo dall’equilibrio tra anziani e giovani, ma dal numero di persone che lavoreranno con continuità e avranno carriere in ascesa, con retribuzioni in aumento capaci di garantire regolarità e solidità contributiva». «Si potrebbe pensare a un libretto di risparmio al portatore, una sorta di salvadanaio previdenziale, inizialmente alimentato con un contributo dello Stato alla nascita, e poi da genitori e nonni, per far sì che quando la persona si affacci al mercato del lavoro abbia già un capitale che potrà continuare ad accrescere fino al momento della pensione. Esempi di terzo pilastro a capitalizzazione esistono in Svezia, Danimarca e Paesi Bassi».
Le misurazioni della temperatura media del pianeta, che esistono, sempre più precise, dalla metà del XIX secolo, ci dicono che la temperatura è aumentata in modo abbastanza regolare dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso e che nel triennio 2023-25 eravamo quasi 1,5 gradi sopra dove eravamo a metà del XIX secolo. Questo fatto non è ormai contestato da nessuno, tranne pochi negazionisti di professione. C’è più discussione invece sulle cause dell’aumento, ma sempre più la comunità scientifica internazionale ha concluso che la causa è l’attività umana e, in particolare, le emissioni di gas serra da attività di produzione e consumo. Si è arrivati a questa conclusione via via che il fenomeno veniva studiato in modo più approfondito. Il sesto rapporto di valutazione del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico pubblicato nel 2023 (su cui hanno lavorato centinaia di scienziati provenienti da oltre 100 Paesi) ha concluso che «le attività umane, principalmente attraverso le emissioni di gas serra, hanno inequivocabilmente causato il riscaldamento globale». Poi c’è sempre qualcuno che dissente (viene citato talvolta il nome di Rubbia, anche se le sue passate affermazioni mi sembra siano stati interpretate in modo del tutto fuorviante), ma si tratta di minoranza. Del resto, visto che la percentuale di CO2 nell’aria è aumentata, visto che la CO2 ha la proprietà di trattenere il calore e visto che non ci sono cause naturali per il recente aumento delle emissioni di CO2 (tipo attività vulcanica), è logico concludere che le emissioni antropogeniche siano la causa. Le conseguenze economiche di tale riscaldamento sono più incerte: alcuni danni causati dal riscaldamento globale sono già visibili (come la maggiore frequenza di episodi climatici estremi), ma quelli futuri (in termini di inaridimento, danni alle produzioni agricole, aumento del livello e della temperatura dei mari, spinte migratorie) sono inevitabilmente più incerte. Il rischio di scenari estremi, in cui i costi aumenterebbero improvvisamente, non è trascurabile.

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La strada è in salita», è la frase che si sente ripetere di più da banchieri e analisti che commentano le possibili mosse che Luigi Lovaglio, comandante in pectore del Monte dei Paschi di Siena, presenterà oggi al suo cda. La strada della doppia Ops (Offerta pubblica di scambio), sul Banco Bpm da una parte e su Banca Generali dall’altra, deve infatti fare i conti con quorum assembleari difficili da raggiungere, azionisti con quote importanti e dalle spalle larghe e investitori di mercato assetati di dividendi. Nel caso di Banco Bpm stiamo parlando in primo luogo dei francesi del Crédit Agricole, la banca delle cooperative verdi d’Oltralpe che ha conquistato un posto in prima linea nel Banco Bpm, arrivando a sfiorare il 30% del capitale. Sono stati loro, a fine luglio, a mandare all’aria il già difficile dialogo tra Giuseppe Castagna, ad della banca milanese, e Lovaglio, iniziato solo un mese prima. «Senza di noi non se ne fa niente», aveva detto il ceo dell’Agricole Olivier Gavalda, «non credo che una fusione Bpm-Mps possa creare valore per gli azionisti». Lo stesso dicasi per un’offerta su Banca Generali, controllata al 50,17% dalla compagnia di Trieste. In questo caso la dimensione è minore, 7,85 miliardi, ma l’azionista è più grosso e per avere chance di successo occorre il suo consenso. Questa volta Generali potrebbe vedere di buon occhio la possibilità di diventare azionista di Mps, aprendo la strada a profittevoli accordi di bancassurance. Certo, se volesse mettere in pista queste due operazioni in parallelo Lovaglio ha una sola via: vendere il 13,2% di azioni Generali che la controllata Mediobanca conserva nei suoi forzieri ormai da tanti anni. E che ha sempre rappresentato un tesoretto, che oggi vale 8,75 miliardi, in  grado di ingolosire diversi grandi gruppi. In primis le prime due banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ma anche i colossi assicurativi Axa e Allianz. Senza escludere altri azionisti importanti già presenti oggi nel capitale, come la Delfin della famiglia Del Vecchio che ha già il 10% o lo stesso Caltagirone già titolare di un 7%. Insomma se Lovaglio aprisse un’asta competitiva su quel 13,2% di Generali le sorprese potrebbero non mancare
L’antagonista Intesa Sanpaolo assiste con composta pazienza alle mosse di Luigi Lovaglio, che le tenta tutte per preservare la banca più antica del mondo e la sua poltrona di risanatore al Monte dei Paschi di Siena. Le ferie d’agosto dell’ad Carlo Messina e dei suoi erano iniziate sotto buoni auspici, allorché il 31 luglio Mps e Banco Bpm cestinavano la «love letter» che due mesi prima le impegnava a valutare una fusione alla pari, evitando a Mps di sciogliersi dentro l’Opas da 30 miliardi lanciata dalla prima banca italiana, che poi ne avrebbe girato metà delle filiali e il marchio secolare a Unipol. Ma nell’ultima settimana il mare si è increspato. Sabato l’augurio di Giorgia Meloni, su Mf, «che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità». Tre giorni dopo il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, rincara la dose, chiedendo «che lo Stato rimanga in Mps (resta un 4,86% dal salvataggio, ndr) per svolgere un ruolo attivo a salvaguardia della sua integrità e presenza sul territorio, a partire dalla sede di Siena». Altre poche ore e si materializzano le due contromosse di Lovaglio accomunate dal fine d’intralciare, o complicare, la calata di Messina su Siena, Mediobanca e il pacchetto del 13% in Generali.

Nella storia del potere economico e finanziario in Italia le assicurazioni Generali hanno sempre rappresentato uno snodo fondamentale. Dagli anni Sessanta in poi, e per quasi mezzo secolo, chi ha dato le carte è stata la Mediobanca di Enrico Cuccia in asse con gli Agnelli. Ma il grosso delle truppe servite a presidiare il campo delle società governate dai patti di sindacato sono sempre state partecipazioni delle Generali, controllate da Mediobanca con poco più del 13 per cento (compreso, dall’inizio degli anni Settanta, un robusto pacchetto intorno al 4,70 per cento di Generali che la misteriosa finanziaria lussemburghese Euralux acquistò dall’allora Montedison). E proprio Euralux è stata l’anello di collegamento tra Cuccia e la banca d’affari francese Lazard, tradizionale alleato in campo internazionale della Mediobanca di allora. Il destino della quota di Generali controllata attualmente da Mps tramite Mediobanca diventa decisivo per definire il nuovo assetto di comando del gruppo assicurativo. Tre gli aspetti da considerare: la necessità che i piani di Lovaglio vengano approvati in assemblea straordinaria (che richiede una maggioranza dei due terzi, obiettivo difficile da raggiungere), la possibilità per il Governo di esercitare la golden power (poteri speciali con cui può bloccare, limitare o porre condizioni su operazioni societarie come gli acquisti di quote), il valore non trascurabile raggiunto negli ultimi sei mesi dal titolo (intorno a 43 euro, per un valore complessivo della partecipazione Mps-Mediobanca inferiore di poco a 9 miliardi).
La fase di trasformazione appare in tutta evidenza dal rapporto How Artificial Intelligence is shaping asset management pubblicato da Mercer (un business del gruppo Marsh) e basato su un’indagine condotta fra 131 società di gestione a livello mondiale. Che il settore sia in piena accelerazione sul tema dell’Ia traspare in modo evidente dal fatto che il 55% dei gestori patrimoniali l’ha già integrata in almeno uno dei propri processi d’investimento, mentre un ulteriore 27% si trova in fase pilota o di test di fattibilità. Addirittura il 91% degli intervistati dichiara inoltre di voler aumentarne il ricorso nell’arco prossimi 12 mesi. Dallo studio emerge anche in modo chiaro come l’impiego dell’IA sia attualmente concentrato a monte della catena del valore. Le aree di maggiore applicazione riguardano infatti in questo caso la generazione di idee e ricerca (49%), l’elaborazione di dati non strutturati, come testi e trascrizioni (40%) e l’analisi delle tendenze di mercato (31%). L’utilizzo si mantiene al contrario marginale in ambiti critici quali la costruzione del portafoglio (13%) o l’esecuzione delle operazioni di trading (7%)