L’ultima edizione dello studio di Allianz Research conferma che l’alfabetizzazione finanziaria resta un punto fragile nelle economie avanzate, proprio mentre su famiglie e individui grava una quota crescente di responsabilità nella costruzione del risparmio, nella protezione del patrimonio e nel finanziamento della pensione. Su oltre 8.000 intervistati in otto Paesi, solo il 17,5% raggiunge un livello elevato di literacy finanziaria, mentre il 25,9% si colloca nella fascia bassa; l’Italia si attesta in una posizione intermedia, con il 16,9% di soggetti ad alta alfabetizzazione e il 22% in fascia bassa.

Il dato più rilevante non è soltanto il livello medio, ma la sua sostanziale stagnazione rispetto al 2023. Il report segnala infatti che, salvo progressi limitati in alcuni Paesi come Regno Unito e Germania, le iniziative di educazione finanziaria fin qui adottate non stanno producendo miglioramenti ampi e diffusi, nonostante il contesto richieda una competenza crescente su interesse composto, inflazione, rischio, diversificazione e probabilità.

Divari strutturali: donne, giovani e meno istruiti

La distribuzione delle competenze segue linee di frattura nette e ricorrenti. Le donne hanno una probabilità circa dimezzata rispetto agli uomini di raggiungere la fascia alta di alfabetizzazione finanziaria: 11,2% contro 23,9%, mentre un terzo delle donne rientra nella fascia bassa, contro meno di un uomo su cinque. Il divario è particolarmente critico perché si somma a carriere lavorative più discontinue, redditi mediamente inferiori e una maggiore longevità, cioè proprio ai fattori che rendono più importante saper gestire bene il capitale accumulato.

Anche il profilo generazionale rileva divari. Solo il 12,3% della Gen Z raggiunge la fascia alta, contro il 22,2% dei Baby Boomers, e la quota di bassa alfabetizzazione scende progressivamente con l’età, dal 33,8% della Gen Z al 19,7% dei Boomers. In altri termini, i gruppi che dovranno sostenere maggiormente il peso della previdenza privata e delle decisioni di investimento nel lungo periodo risultano proprio quelli meno preparati.

Il divario più marcato emerge però sul fronte dell’istruzione. Tra i soggetti con sola istruzione primaria, quasi il 48% si colloca nella fascia bassa e appena il 4,7% in quella alta; tra chi ha un’istruzione terziaria, la quota di high literacy sale al 24%. Il rischio è evidente: la literacy finanziaria non si limita a riflettere le disuguaglianze economiche e sociali, ma può consolidarle ulteriormente.

L’Italia: livello medio, ma forti segnali di cautela e incertezza

Nel confronto internazionale, l’Italia non è tra i Paesi peggiori, ma nemmeno tra quelli più avanzati. Il 62% degli intervistati italiani ricade nella fascia media, il 22% in quella bassa e il 16,9% in quella alta, senza segnali di miglioramento sostanziale rispetto alla precedente rilevazione. Anche sul versante della fiducia finanziaria, emerge un atteggiamento prudente: in Italia il 23% ritiene di sapere “molto meno” dell’investitore medio e il 20% “qualcosa meno”, mentre solo il 9% si considera più competente della media.

Sul fronte dei comportamenti di risparmio, il quadro italiano appare relativamente stabile: il 33% pensa di risparmiare meno, il 33% di mantenere invariato il proprio comportamento e il 26% di risparmiare di più. Ma, come osserva il report, il vero nodo non è tanto quanto si risparmia, quanto come quel risparmio viene allocato: una bassa capacità di trasformare liquidità in investimenti efficienti rappresenta uno dei principali ostacoli alla crescita della ricchezza finanziaria nel lungo periodo.

L’Italia spicca inoltre per la forte sovrastima dell’inflazione: il 70,6% degli intervistati italiani la sovrastima, uno dei valori più elevati del campione. Questo è un elemento particolarmente importante, perché una percezione eccessiva dell’inflazione può indurre le famiglie a sottostimare i rendimenti reali futuri degli investimenti e quindi a rinviare o evitare scelte di allocazione più produttive.

Competenza e fiducia non coincidono

Un aspetto interessante del report riguarda il rapporto fra conoscenza effettiva e autopercezione. A fronte del 17,5% di individui classificati come altamente alfabetizzati, solo il 7,6% si ritiene più competente dell’investitore medio; al contrario, il 48% si giudica sotto la media, pur essendo solo il 25,9% effettivamente nella fascia bassa. Questo scarto conta molto, perché può generare due esiti opposti ma ugualmente problematici: inerzia in chi ha competenze sufficienti ma non fiducia, ed errori costosi in chi è troppo sicuro delle proprie capacità.

La frattura è ancora più forte per le donne. Pur avendo un tasso di high literacy dell’11,3%, solo il 4,5% mostra un elevato livello di fiducia nelle proprie conoscenze finanziarie. Il risultato è che molte donne rischiano di restare fuori dai mercati finanziari non per totale assenza di competenze, ma per una combinazione di sotto‑fiducia, incertezza e maggiore dipendenza da canali di consulenza non sempre neutrali o di qualità elevata.

Il costo economico dell’eccesso di liquidità

Il report infine riflette sul “prezzo del non sapere”. Allianz Research mostra che la literacy finanziaria incide direttamente sulle scelte di portafoglio: oltre la metà dei soggetti con bassa alfabetizzazione (quasi il 53%) non sa indicare quale prodotto di risparmio o investimento privilegiare, contro circa il 33% della fascia media e poco meno del 21% della fascia alta. La differenza più netta, quindi, non è solo tra chi investe in un prodotto o in un altro, ma tra chi riesce a formulare una scelta e chi rimane fermo nell’incertezza.

Il report propone poi una simulazione molto efficace: se le famiglie avessero riallocato metà dei depositi bancari, in parti uguali, verso titoli di Stato nazionali e azioni, i rendimenti annui medi sarebbero risultati più elevati in tutti i Paesi analizzati. Nei Paesi con maggiore quota di depositi, come Polonia, Germania e Austria, il guadagno sarebbe stato particolarmente rilevante; in Germania, per esempio, il surplus finanziario pro capite reale stimato nell’arco di vent’anni raggiunge circa 11.700 euro. Una parte importante del divario patrimoniale futuro non dipenderà dalla capacità di risparmiare di più, ma dalla capacità di investire meglio il risparmio già esistente. In questo senso, l’educazione finanziaria assume un rilievo che va ben oltre la dimensione culturale: diventa una leva concreta di accumulazione patrimoniale, resilienza familiare e sostenibilità previdenziale.

AI, consulenza e rischio di overconfidence

Lo studio dedica ampio spazio anche al nuovo ecosistema della consulenza finanziaria, in cui agli intermediari tradizionali si affiancano influencer e strumenti di intelligenza artificiale. Quasi la metà degli intervistati (48,1%) utilizza l’AI almeno una volta alla settimana, quota che sale al 77,1% nella Gen Z; tuttavia, solo il 14,1% indica l’AI come una delle due principali fonti di orientamento finanziario, percentuale che sale al 26,1% tra i più giovani.

Il punto critico è che l’AI aumenta molto più la fiducia che la competenza. Tra chi usa l’AI per consigli finanziari, il 42,5% valuta la propria conoscenza come almeno nella media, contro il 33,3% del campione complessivo; ma la quota di alta alfabetizzazione finanziaria sale appena dal 17,5% al 18,1%. In altre parole, l’AI riduce il costo di accesso all’informazione, ma non crea automaticamente capacità di giudizio, e può anzi amplificare il rischio di overconfidence quando il soggetto non è in grado di valutare qualità, limiti e appropriatezza del consiglio ricevuto.

Per i soggetti più preparati, l’AI può essere un complemento utile alla consulenza professionale; per quelli meno preparati, può trasformarsi in un surrogato improprio di un supporto qualificato. È qui che il tema assume un rilievo diretto anche per il settore assicurativo e finanziario: la digitalizzazione della consulenza non riduce il bisogno di alfabetizzazione, ma lo rende ancora più urgente.

Il report si chiude con un vero e proprio “playbook” in cinque punti. Le direttrici proposte sono: costruire capacità finanziarie lungo tutto l’arco della vita, rendere più visibili gli effetti futuri delle decisioni odierne, trasformare la conoscenza in azione, sviluppare fiducia calibrata e sano scetticismo nell’età dell’AI, e adottare interventi universalistici ma mirati sui gruppi più fragili.

Per istituzioni finanziarie, assicuratori e datori di lavoro, questo significa passare da una logica puramente informativa a una logica di accompagnamento decisionale. Prodotti più semplici, strumenti digitali comprensibili, proiezioni pensionistiche personalizzate, programmi di educazione workplace e un uso dell’AI orientato al supporto — non alla sostituzione — della consulenza professionale sono, nel disegno di Allianz, le condizioni per trasformare l’alfabetizzazione finanziaria in un’infrastruttura di sicurezza economica diffusa.

© Riproduzione riservata