Anna Messia
Se ne era già parlato diffusamente nel 2015 quando una proposta di legge a firma di deputati della sinistra aveva previsto di riformare le imposte di successione, con un innalzamento delle aliquote e un abbassamento delle franchigie. Perché l’Italia è il Paese dove gli eredi pagano meno tasse rispetto al resto d’Europa con un’aliquota pari ad appena il 4% dell’eredità (per coniuge e parenti in linea retta), rispetto per esempio a un intervallo compreso tra il 5% e il 45% in Francia o al 7-30% applicato in Germania. Non solo; in Italia c’è una una franchigia di un milione di euro per singolo erede al di sotto della quale non si paga nulla. Soglia che in Francia è di appena 100 mila euro e che in Germania è pari a 500 mila euro per i coniugi e 400 mila euro per i figli.

Differenze che nei mesi scorsi avevano già portato il segretario del Pd Enrico Letta ad avanzare la proposta di aumentare le imposte sulle eredità più ricche. Finora però non se ne è fatto nulla e l’Italia è rimasta negli anni il paradiso fiscale degli eredi. Ma il tema è tornato di stretta attualità dopo che lo stesso Letta già alle prime battute della campagna elettorale ha tirato di nuovo fuori l’asso dell’aumento delle tasse di successione per le persone più facoltose per poter dare ai giovani una dota di 10 mila euro, utile per finanziare gli studi e agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro. «È giusto», ha spiegato il leader Dem, «che chi possiede un patrimonio plurimilionario lasci qualcosa alla società: se viene ridato ai giovani attanagliati dalla precarietà, questo è il senso di generazioni che si aiutano».

Se in linea di principio l’intervento, vista anche l’anomalia italiana rispetto agli altri Paesi europei, appare condivisibile, quando si deve valutare l’effettiva applicabilità e soprattutto l’efficacia di una simile manovra i dubbi montano, in mezzo, inevitabilmente, a una pioggia di critiche da parte di chi vede con il fumo negli occhi un aumento della tassazione sui patrimoni, in qualunque forma venga proposta. Un’analisi Ocse evidenzia che la tassa sulla successione e sulle donazioni anche nei Paesi dove il prelievo è più elevato rappresentaa una percentuale limitata delle entrate totali dello Stato. Si tratta in media dello 0,5% nei Paesi Ocse analizzati per arrivare alla punta di quasi l’1,6% in Corea del Sud. Mentre in Italia è di solo lo 0,1%. Negli ultimi tre anni l’incasso complessivo per l’Erario italiano è stato di circa 700 milioni di euro. Per dare risorse ai giovani che più ne hanno bisogno servirebbero invece risorse ben più consistenti. Le stime parlano di 280 mila ragazzi che potrebbero avere diritto al sostengo di 10 mila euro. In pratica servirebbero 2,8 miliardi di euro l’anno, visto che la manovra dovrebbe avvenire a parità di gettito. «L’aliquota dovrebbe salire dal 4 al 20% in caso di patrimoni superiori a 5 milioni di euro», spiega Beatrice Molteni, dello studio legale e tributario Loconte&Partners. «Ma anche in questo caso non basterebbero».

Secondo il rapporto Private Banking Aipb 2022 sulla ricchezza delle famiglie italiane, sono 300 mila i connazionali con patrimoni milionari per un totale di 165 mila famiglie. Un bacino che rischia di essere troppo stretto. Bisognerebbe stare poi ben attenti al tipo di riforma che si vuole realizzare. Se per esempio l’aggravio riguardasse esclusivamente le tasse di successione ma non le donazioni, si potrebbe verificare un aumento di queste ultime in modo da aggirare l’aumento dell’imposizione delle prime. Era successo proprio così nel 2015, quando l’aumento delle aliquote era stato solo ventilato. «Allora ci fu un’impennata delle donazioni con riserva di usufrutto», ricorda Molteni, e ci fu anche «un forte incremento della sottoscrizione delle polizze vita, che non prevedono tasse di successione». Non solo. «Le quote societarie, con le imprese familiari che rappresentano una componente fondamentale del tessuto produttivo italiano, resterebbero comunque escluse dalle tasse di successione quando l’erede continua l’attività per almeno 5 anni», osserva Claudio Quartana, partner di EY.

In altre parole, il bottino da mettere a disposizione dei giovani bisognosi rischia di essere magro, anche perché le imposte di successione «sul patrimonio immobiliare vengono calcolate sui valori catastali, che sono ben lontani da quelli di mercato», segnala Quartana. Ecco perché pare che nel Pd qualcuno stia ragionando sull’ipotesi di tassare anche la prima casa per chi è proprietario di più beni immobiliari. Ma anche in questo caso la fattibilità politica ed economica sarebbe tutta da verificare. (riproduzione riservata)

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