Fmi vede il pil italiano al 3% quest’anno e allo 0,75% nel 2023

di Silvia Valente
L’economia italiana è rimbalzata con vigore dopo i crolli causati da lockdown e misure anti-Covid, mentre è proseguito il calo dei crediti deteriorati in pancia alle banche, contribuendo a rafforzarne le posizioni patrimoniali. Nondimeno l’occupazione e i livelli di partecipazione al lavoro hanno addirittura superato i livelli pre-pandemici. Questo scenario complessivamente positivo è però offuscato dalle conseguenze dello scoppio e del perdurare del conflitto russo-ucraino, sottolinea il rapporto del Fondo monetario internazionale al termine della missione in Italia.

Entrando nello specifico, le strozzature nelle catene globali hanno creato rialzi nei prezzi delle materie prime e intensificato la penuria di prodotti chiave, acuita ulteriormente dalla siccità, tutte dinamiche che condizionano attività economiche e consumi. Ecco che quindi il Fmi prevede un rallentamento dell’economia italiana dal 6,6% del 2021 al 3% nel 2022, con un ulteriore ridimensionamento allo 0,75% nel 2023. L’inflazione invece dovrebbe assestarsi al 6,7% nel 2022 e poi al 3,5% l’anno seguente. Allo stesso modo, se il tasso di occupazione al 60,1%, record dal 1977 (inizio delle serie storiche dell’Istat), conferma la vivacità del pil nel secondo trimestre 2022, resta debole la componente indipendente e la disoccupazione tra i giovani è salita al 23,1%. Difatti il Fmi parla di una disoccupazione in crescita all’8,8% nel 2022 (8,1% a giugno) e al 9,3% nel 2023.

Il peggioramento dello scenario macroeconomico ha condotto la Bce ad aumentare i tassi di interesse e a questo per l’Italia si aggiunge l’incertezza «legata alle elezioni del 25 settembre e al futuro percorso di aggiustamento fiscale» che, in caso di un governo poco prudente, condurrebbe il debito pubblico italiano al 166% entro il 2027, segnala la banca d’affari Ubs.

Il Fmi suggerisce infatti a Roma di migliorare il proprio bilancio e razionalizzare le spese correnti, «rafforzando l’adesione dei contribuenti agli obblighi fiscali e mettendo in atto le riforme per potenziare la crescita, incluse quelle relative alla pubblica amministrazione, alla giustizia civile e alla concorrenza, necessarie per raggiungere e mantenere un ragguardevole surplus primario per tenere il debito pubblico su un percorso saldamente in ribasso». Anche perché senza investimenti pubblici non si possono realizzare gli obiettivi climatici e sociali che sono prioritari non solo per il Piano nazione di ripresa e resilienza ma per rafforzare la crescita potenziale futura dell’Italia. (riproduzione riservata)
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