Quarantena, l’azienda paga caro

GLI EFFETTI DEL MANCATO RIFINANZIAMENTO DELLE RISORSE STANZIATE A COPERTURA DELLA MALATTIA
di Daniele Cirioli
La mancata (ri)equiparazione, nel 2021, della quarantena alla malattia ricadrà più sulle casse delle aziende che sulle tasche dei lavoratori. Per quest’ultimi, infatti, il taglio dello stipendio ci potrebbe essere solo per la quarantena volontaria, salvo ricorso allo smartworking o richiesta di permessi o ferie. Per i datori di lavoro, invece, la quarantena con sorveglianza attiva del dipendente resta comunque “malattia” (si presenta, infatti, certificato medico) che, in assenza del rifinanziamento della misura del Cura Italia, dovrà sborsare dalle casse aziendali (fino al 31 dicembre 2020, invece, l’ha pagata lo stato). Un esempio: per un dipendente con 1.600 euro di paga lorda, il costo è di circa 800 euro per 20 giorni di quarantena.

Quarantena senza più tutele. La notizia è arrivata a inizio mese, quando l’Inps nel messaggio n. 2842/2021 (si veda ItaliaOggi del 7 agosto) ha spiegato che sulle quarantene del 2021 i lavoratori non avrebbero più avuto diritto alle tutele garantite, fino al 31 dicembre 2020, dal Cura Italia. Il motivo? Mancanza di risorse. Per avere misura del fenomeno, sono stati circa 962mila lavoratori che hanno fruito della quarantena nel 2020, per un totale di 13 mln di giorni di malattia. I certificati di quarantena sono stati 1,7 mln per 13,7 giorni medi a lavoratore e 7,9 giorni medi a certificato.

Tre casi di malattia. L’art. 26 del dl n. 18/2020, c.d. Cura Italia, ha esteso le tutele in base a tre diverse ipotesi:

a) «quarantena con sorveglianza attiva, con permanenza domiciliare e precauzionale» (art. 26, comma 1) = equiparazione a malattia ai fini del trattamento economico e fuori «comporto»;

b) «quarantena soggetti fragili» (art. 26, comma 2) = equiparazione a ricovero ospedaliero fino al 30 giugno 2021, se non è possibile il ricorso al «lavoro agile»;

c) «malattia Covid» (art. 26, comma 6) = equiparazione a malattia ordinaria.

Paga tutto lo Stato. Per tutti i tre eventi di «malattia» legata al Covid, il Cura Italia (art. 26, comma 5) ha disposto che i costi fossero posti a carico dello Stato nel limite di 663,1 mln euro per il 2020. Pertanto, le aziende sono state esentate in tutto dal costo collegato alle quarantene dei dipendenti. Questo nel 2020, mentre per il 2021 non sono state stanziate altre risorse.

Che cosa fare? Vie d’uscita non ci sono. Quando un dipendente va in quarantena, la prima cosa da verificare è se è possibile continuare a lavorare in smartworking. Se non è possibile (si pensi a mansioni per cui è necessaria la presenza fisica), allora il dipendente corre il rischio del taglio in busta paga. Il rischio non c’è se la quarantena è con sorveglianza attiva, cioè disposta da un presidio medico: l’assenza è, infatti, equiparata a malattia. Negli altri casi di quarantena, invece, il rischio c’è, ma il lavoratore può chiedere permessi retribuiti o ferie, così da evitare il taglio dello stipendio. La situazione è diversa dal punto di vista delle aziende: se la quarantena è con sorveglianza attiva, il datore di lavoro deve pagarla come “malattia” e, diversamente dall’anno scorso, deve anche sopportarne il costo. Negli altri casi di quarantene, mentre fino all’anno scorso non sopportava costi perché equiparate a malattia e pagate dallo stato, quest’anno il datore di lavoro dovrà retribuire eventuali permessi o ferie. Non un costo in più (permessi e ferie sono previsti dal Ccnl), ma un’occasione in più per alleggerire le casse aziendali.
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