DAL 2008 ALL’INIZIO DELLA PANDEMIA NETTO CALO DEGLI SPORTELLI IN ITALIA E IN EUROPA
di Luca Gualtieri
La boutade di Bill Gates su un settore bancario senza banche non si è mai realizzata, ma certamente l’innovazione tecnologica sta cambiando profondamente l’industria del credito e i mesi della pandemia hanno impresso un’ulteriore accelerazione a un processo partito subito dopo la grande crisi finanziaria. Dal 2008 al 2019 infatti il numero di filiali in Europa e in Italia è crollato di circa il 30%. Non solo. I nuovi strumenti messi a disposizione dalla tecnologia hanno consentito di ripensare molti processi interni, aumentando il livello di automazione sia nelle attività di middle e back office che nei servizi a maggiore complessità. Cambiamenti che hanno permesso di abbattere i costi e di aumentare la competitività dell’offerta alla clientela. Questo è il quadro fornito da un recente occasional paper della Banca d’Italia realizzato da Salvatore Cardillo, Raffaele Gallo e Francesco Guarino. Il lavoro discute i cambiamenti che negli ultimi dieci anni hanno interessato il settore bancario europeo, incalzato sia dalla trasformazione tecnologica che da una regolamentazione sempre più stringente, senza dimenticare i paletti imposti dalla politica monetaria e la concorrenza dei nuovi operatori a partire dalle fintech.

I modelli di business tradizionali sono stati colpiti soprattutto dal lungo periodo di bassi tassi che ha caratterizzato le economie dell’Eurozona, erodendo il margine di interesse delle banche. Un cambiamento che ha senza dubbio messo sotto pressione la principale fonte di ricavi del settore e creato rigidità nei costi di raccolta vista la difficoltà a trasferire i tassi negativi sulla clientela. Questo contesto peraltro ha finito per favorire i nuovi operatori non bancari che spesso sono stati in grado di offrire ai risparmiatori remunerazioni più generose rispetto agli intermediari tradizionali. Altre sfide importanti in questo ultimo decennio sono arrivate da una regolamentazione sempre più stringente che, alzando il livello di guardia sul patrimonio, ha senza dubbio aumentato la stabilità del settore finanziario ma è stata anche al centro di un ampio dibattito sui costi e i benefici dei nuovi requisiti. Se a questo contesto si aggiunge lo choc introdotto dalle nuove tecnologie e l’accelerazione che la pandemia ha impresso alla trasformazione del settore, è facile comprendere perché il paper ponga l’accento su un ripensamento delle strategie. «Per competere con successo nel medio termine», spiegano gli autori, «le banche dovranno sfruttare i benefici della digitalizzazione, soprattutto quelli derivanti dalla riduzione dei costi operativi e dall’aumento della scala di produzione». Un ulteriore volano per il settore sarà rappresentato dalla crescente domanda di prodotti e servizi consulenziali in materia di green finance, che potrà diventare sorgente di nuovi ricavi. La trasformazione sarà comunque impegnativa: «il successo in queste strategie richiederà presumibilmente una riorganizzazione significativa delle attività bancarie con l’obiettivo di fare leva sulle economie di scala e di scopo. Il bisogno di investire sull’innovazione digitale, riducendo le inefficienze e ripensando i processi interni e la gestione del rischio, creerà maggiori opportunità per le economie di scala. Gli intermediari che sapranno sfruttarle al meglio potranno pertanto rafforzare la propria posizione competitiva rispetto ai concorrenti e ai nuovi soggetti». (riproduzione riservata)
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