Brambilla (Itinerari previdenziali): dopo Quota 100 pensioni senza stress con il sostegno delle imprese

di Giulia Talone
Quota 100 non ha ancora compiuto tre anni e già deve andare in pensione. La riforma varata nel 2019 scadrà alla fine del 2021 e, in vista della nuova Legge di Bilancio di ottobre, il governo è chiamato a discutere delle prossime misure previdenziali. L’alternativa? Il ritorno alla legge Fornero. Anche in attesa della nuova riforma, i contribuenti possono dormire sonni tranquilli. Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, ha spiegato a MF-Milano Finanza tutte le strade per andare in pensione per tempo e senza impoverirsi.

Domanda. Si può dire che la Quota 100 abbia avuto successo?

Risposta. Quota 100 è stato uno strumento necessario per porre rimedio ad alcuni limiti della riforma Fornero, che ha penalizzato i contribuenti puri (coloro che hanno iniziato a lavorare nel 1996, ndr) e indicizzato l’anzianità contributiva all’aspettativa di vita. In parole semplici, ciò significa chiedere ai contribuenti di andare in pensione anche a 71 anni. La riforma del 2019 è stata il primo passo verso il raggiungimento della pace previdenziale, ma questo non vuol dire che sia tutto andato come previsto.

D. Cosa non ha funzionato?

R. Innanzitutto, l’effetto sui livelli occupazionali. Quando la legge è stata disegnata, si pensava che per ogni pensionato sarebbero stati assunti due nuovi lavoratori. In realtà, per ogni dipendente in uscita sono entrate circa 0,10 persone e difatti l’occupazione giovanile è diminuita. Comunque, bisogna fare una precisazione: è scorretto ritenere che la vecchia guardia tolga lavoro ai più giovani. Anzi, le statistiche europee dimostrano che i Paesi in cui gli ultrasessantenni lavorano di più sono quelli con il tasso di occupazione maggiore.

D. Parlando di numeri, quanto è costata la riforma?

R. Ad aprile i contribuenti totali che hanno fatto ricorso a Quota 100 sono stati circa 294 mila. A fine anno, stimiamo che la spesa complessiva dello Stato sarà di circa 16 miliardi, a fronte dei 21 stanziati. Bisogna tenere presente che questi numeri escludono le altre misure di anticipo pensionistico, che hanno riguardato altri 144 mila lavoratori.

D. Dopo un anno dall’approvazione di Quota 100 è arrivata la pandemia. Quali sono state le conseguenze?

R. Il Covid-19 ha avuto un impatto molto pesante sullo scenario previdenziale. A causa del virus sono morte circa 120 mila persone in più e la stragrande maggioranza di loro era ultra sessantacinquenne. Purtroppo sono state cancellate con anticipo 100 mila pensioni e, anche se a malincuore, l’Inps risparmierà circa 10 miliardi.

D. Con la fine di Quota 100 nel 2021, il governo deve discutere una nuova riforma. Come dovrà procedere?

R. Ci sono tre priorità: la prima è favorire i lavoratori giovani. Per riuscirci bisogna scardinare definitivamente il meccanismo della legge Fornero e ripristinare le pensioni integrate al minimo anche per i contributi puri. La seconda è cancellare l’adeguamento dell’anzianità contributiva all’aspettativa di vita. Al suo posto, bisogna ripristinare la soglia di 42 anni per gli uomini e di 41 per le donne. Il terzo punto è creare più flessibilità in uscita. Comunque, non bisogna dimenticare che anche alla fine di Quota 100 i contribuenti avranno a disposizione molti strumenti per il pensionamento anticipato.

D. Ad esempio?

R. Innanzitutto rimane «Quota 87», ovvero la possibilità di andare in pensione a 67 anni con 20 anni di contributi. Restano in vigore fino al 2026 anche le cosiddette «pensioni anticipate», che permettono di uscire dal mercato del lavoro con 42 anni e 10 mesi (41 anni e 10 mesi per le donne, ndr) di anzianità contributiva, non adeguati alla aspettativa di vita, indipendentemente dall’età anagrafica. Inoltre, i lavoratori precoci, ovvero coloro con 12 mesi di contribuzione antecedente al diciannovesimo anno di età, potranno andare in pensione con 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica.

D. Cosa ne sarà delle misure anticipate da rinnovare annualmente, come l’Ape Sociale e Opzione Donna?

R. È probabile che entrambe le misure siano rinnovate. L’Ape Sociale permette a disoccupati e caregivers, ovvero agli assistenti di un convivente non autonomo, di andare in pensione con 63 anni di età e 30 di contributi, mentre per i cosiddetti lavori gravosi è consentito il pensionamento con 63 anni di età e 36 anni di contributi. L’Opzione Donna, invece, consente alle dipendenti di accedere alla pensione con 58 anni di anzianità e 35 di contributi, anche se è probabile un innalzamento del requisito di età anagrafica.

D. Come fare se i fondi statali scarseggiano?

R. La vera soluzione alla gran parte dei mali italiani è l’intervento delle imprese attraverso soluzioni alternative, quali contratti di espansione o isopensione. Si tratta di soluzioni che permettono di anticipare la pensione e favorire il ricambio generazionale senza gravare sul bilancio dello Stato. In questo modo è possibile ridurre i costi del sistema di parecchi miliardi l’anno e abbassare l’età media di pensionamento.

D. Quanto percepiranno i contribuenti che usufruiscono degli strumenti messi a disposizione dalle imprese?

R. I pensionati con isopensione o contratti di espansione riceveranno molto più di coloro che hanno utilizzato l’Ape Sociale o la pensione anticipata, dato che questi strumenti permettono di anticipare la pensione da cinque a sette anni.

D. Crede che il governo attuale riuscirà a garantire una pace previdenziale dopo Quota 100?

R. Bisogna ammettere che nell’ultimo decennio i governi hanno attuato misure molto sconsiderate. Una su tutte, il reddito di cittadinanza. Draghi ha acceso una luce in fondo al tunnel e sta dimostrando un buonsenso non visto nei precedenti due esecutivi. (riproduzione riservata)
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