Amazon si tutela coi rimborsi

PREVISTI FINO A 1.000 DOLLARI PER PRODOTTI DIFETTOSI VENDUTI DA TERZI SULLA PIATTAFORMA
di Marco Capponi
Amazon sceglie la via dell’autoregolamentazione per evitare nuove strette normative da parte delle autorità americane. Con un comunicato rilasciato nella giornata di ieri il colosso dell’e-commerce fondato da Jeff Bezos ha annunciato che, a partire dal 1° settembre, pagherà un rimborso fino a 1.000 dollari ai consumatori che abbiano acquistato prodotti pericolosi o difettosi messi in commercio da venditori terzi, vale a dire più della metà del totale. I reclami di questa natura rappresentano oltre l’80% dei casi di risarcimento danni provenienti da prodotti venduti nella piattaforma. Al contempo la società ha annunciato che, «laddove il venditore non rispondesse o rifiutasse un reclamo ritenuto valido, Amazon potrebbe intervenire per pagare anche importi superiori». Ai venditori terzi non verranno imposte tariffe aggiuntive, e la misura, nelle intenzioni dell’azienda, si configura quindi come «una forma di maggiore protezione verso acquirenti e venditori», con la quale il gruppo ha scelto di andare «ben oltre i suoi obblighi legali», si legge tra le righe della nota.

Eppure, a pesare sul cambio di passo del gigante di Beacon Hill ci sarebbe anche la scure incombente della giustizia a stelle e strisce. Già lo scorso mese un ufficio governativo, la Commissione sulla sicurezza dei beni di consumo (Cpsc), aveva presentato un reclamo amministrativo contro la società, affinché accettasse la responsabilità del ritiro dei prodotti potenzialmente pericolosi in vendita sulla piattaforma. «Un enorme passo per una piccola agenzia», aveva commentato il presidente ad interim della Cspc, Robert Adler, indicando tra i prodotti difettosi 24 mila rilevatori di monossido di carbonio non funzionanti, indumenti per bambini infiammabili e quasi 400 mila asciugacapelli privi di protezione contro gli shock elettrici. Per tutta risposta, Amazon aveva comunicato di aver già rimosso la quasi totalità della merce in questione.

Oltre alla politica, però, anche i palazzi di giustizia hanno di recente cambiato attitudine nei confronti di Beacon Hill. A inizio anno le prime avvisaglie erano arrivate quando un bambino di 19 mesi era finito in gravi condizioni dopo aver ingerito la batteria in litio di un telecomando venduto da un commerciante cinese sulla piattaforma. In quella circostanza, Amazon aveva affermato che nella sua posizione di intermediario della transazione non aveva modo di verificare la bontà del prodotto, e la Corte suprema del Texas le aveva dato ragione, giudicandola non responsabile. Una recente pronuncia avvenuta in California, però, potrebbe rovesciare la giurisprudenza in favore dei consumatori: una corte dello Stato ha infatti stabilito che l’azienda di e-commerce possa essere ritenuta responsabile per le vendite di terzi, al pari di un rivenditore fisico. Una donna accecata da un guinzaglio difettoso e un’altra che ha subito ustioni di terzo grado a causa della batteria di un laptop hanno ottenuto analoghe pronunce favorevoli da parte dei magistrati. Amazon ha anche fatto presente che questo cambiamento di politica, per ora adottato solo negli Stati Uniti, potrebbe essere presto esteso ad altri Paesi, rendendo quindi necessario il cambio di paradigma in un settore, quello della vendita di prodotti, che nel primo semestre è valso al gruppo ricavi superiori ai 115 miliardi di dollari, con una crescita anno su anno del 25%.

Senza contare, infine, l’opportunità di diversificazione del business che potrebbe offrire la nuova autoregolamentazione: nello stesso comunicato, infatti, la società ha ricordato il lancio del servizio assicurativo Amazon Insurance Accelerator, «per aiutare i venditori ad acquistare assicurazioni a tariffe competitive da fornitori di fiducia». (riproduzione riservata)

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